Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Bail-in la filosofia povera di un Europa inacidita e triste

Gianpaolo Rossini - 08.03.2016
Bail-in

E’ un neologismo nato con la crisi finanziaria di questo secondo decennio del XXI secolo. Bail è la cauzione che si paga per evitare la prigione. Bail out significa che qualcuno paga per salvare qualcun altro che è in difficoltà.  Bail in  vuol dire invece che chi  è in forte sofferenza deve basarsi sulle proprie risorse senza contare su aiuti esterni per venirne fuori. Sembra questa la filosofia che in poco tempo si è diffusa in  Europa come un’epidemia. Tutto è partito dal mercato del credito con la “Direttiva 2014/59/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 maggio 2014 , che istituisce un quadro di risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento”.  Si tratta di uno schema regolamentare, piuttosto corposo e complesso spalmato su 160 pagine[1]. Contiene una forma di sussidiarietà portata all’estremo che impone a banche e ad altri soggetti finanziari ed economici di auto salvarsi con le proprie forze ogni volta che sono in dissesto e sono costretti a risanare. E’ stata applicata per la prima volta alle quattro banche italiane  in dissesto dal novembre 2015 (Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria, CariChieti, Carife). La direttiva sul bail in  riduce lo spazio ma non impedisce del tutto l’intervento di uno stato a salvataggio di una banca.  Inoltre pone limiti al trasferimento di fondi tra filiali di una stessa banca poste in paesi distinti e quindi è l’ennesima marcia indietro sul cammino verso una piena unione monetaria. La quale dovrebbe invece favorire lo sviluppo di banche sovranazionali con libertà di movimentazione di liquidità e di altre attività all’interno di eurolandia.  Nella sua farraginosità e con in suoi infiniti “dovrebbe” la direttiva è ahimè un’ulteriore spinta verso la frammentazione dell’Europa. Il salvarsi con le proprie mani diventa un mantra recitato soprattutto dai paesi che per anni hanno usufruito di risorse dell’Unione e che ora, con il fieno in cascina fornito in passato dai partners,  chiudono loro la porta in faccia. Lungi dal rimanere confinata ai settori finanziari la filosofia del bail in sembra purtroppo diffondersi su altri temi. A cominciare dalle migrazioni. Dove  non si riesce a ottenere un accordo tra i partners Ue sulla ripartizione dei migranti. Ognuno fa da sé e il presidente polacco del Consiglio Europeo Donald Tusk mostra al pianeta il volto arcigno dell’Europa che intima ai migranti di non bussare alle nostre porte. Tusk in realtà mostra soprattutto il volto poco ospitale di paesi, come la Polonia, che non ne vogliono sapere di solidarietà e che hanno aderito alla Ue per avere uno scudo militare contro la Russia e per via dei lauti fondi che abbiamo destinato ai paesi ex socialisti. Con la stessa filosofia si è sviluppato nelle settimane passate  il negoziato tanto triste quanto lungo con la Gran Bretagna per concedere a un confuso Cameron un qualche slogan da portare alla campagna per un referendum dallo stesso Cameron voluto e schizofrenicamente temuto.  La Gran Bretagna ha ottenuto, tra l’altro, la riduzione dei benefici sociali (in particolare assegni familiari) per i cittadini Ue che lavorano in Inghilterra. Si tratta di una pericolosa concessione che introduce nuove segmentazioni dove avevamo ottenuto preziosi risultati in quanto a mobilità del lavoro intra Ue.  Limitare questa mobilità, come  ha ottenuto di fare la Gran Bretagna,  significa erodere le basi che sorreggono non solo i principi fondamentali della Ue ma anche quelli dell’unione monetaria nella quale gli inglesi non sono.  Se ai tempi di Tony Blair in Inghilterra si valutava la distanza da percorrere per entrare nell’euro ora consapevolmente si aumenta di proposito questa distanza e si sottolinea l’estraneità della Gran Bretagna a ogni meccanismo di condivisione di rischi e progetti della Ue.  La filosofia del bail in fa insomma proseliti anche in Gran Bretagna. A ben vedere però questa filosofia era già emersa nei momenti cruciali della crisi dei debiti sovrani. Il regno unito diede una mano alle banche irlandesi perché fortemente legate a quelle inglesi (talvolta anche di loro proprietà) ma rifiutò di partecipare ai salvataggi di paesi del Sud Europa come Portogallo e Grecia.  Eppure qualche lustro fa molti si illudevano, compreso chi scrive, che la Gran Bretagna potesse  rappresentare  un formidabile stimolo ad una modernizzazione e sburocratizzazione della Ue.  Purtroppo anche l’Inghilterra è preda della provinciale e miope filosofia del bail in.  Come la Germania. La quale caparbiamente rifiuta di procedere verso una vera assicurazione federale sui depositi bancari impedendo il perfezionamento dell’euro.  Insomma bail in è una parola nuova nel vocabolario di inglese. Ma è già vecchia perché ha un contenuto già visto, polveroso e triste.