Ultimo Aggiornamento:
23 gennaio 2019
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Alcune domande sul reddito di cittadinanza

Francesco Provinciali * - 15.12.2018
Gente al lavoro

La politica della narrazione e quella della democrazia virtuale dimostrano che il problema principale del nostro tempo sta nella differenza tra la teoria e la pratica.

Siamo “politicamente” sommersi da parole, opinioni, teoremi, congetture, ipotesi, soluzioni sciorinate da persone che dimostrano di non possedere un metodo, una progettualità che preveda riscontri, una capacità di programmazione ragionata e persino l’uso della logica e del pensiero critico.

E’’ tutto un dire e disdire, una sorta di prassi dell’illusione che crea aspettative irrealizzabili, con finalità del tutto estranee al perseguimento del bene comune: mai come adesso la gestione della cosa pubblica è un gioco di prestigio per acquisire consensi e rafforzare immagine e potere vincolati ai sondaggi di opinione e di voto.

Ma una politica che vive di sondaggi in tempo reale è una politica velleitaria che trasmette un senso di insicurezza devastante per il cittadino/elettore.

Manca un modello sostenibile di società mentre si aprono voragini economiche e vuoti esistenziali e ciò non solo a misura dei balzi dello spread o dei cali del PIL: è proprio come se tutte le certezze su cui fondavamo l’intera vita e la quotidianità dell’oggi fossero dissolte e con loro i corpi intermedi dello Stato, i punti di riferimento esistenziali, la contezza del presente e la speranza del futuro. A dispetto dei rispettivi ultimatum Commissione Europea e Governo nazionale stanno trattando sui decimali, sul merito e sul metodo. Un’uscita dall’euro o una crisi con l’UE farebbero male all’Italia e all’Europa. Questo lo sanno gli uni e gli altri, anche se ostentano durezza e irremovibilità. Ma per molte riforme annunciate esistono solo titoli e annunci, non uno straccio di testo, numeri approssimativi che cambiano in continuazione, incertezze insostenibili basate su promesse, procrastinamenti, rinvii, facilonerie tra comparsate al balcone di Palazzo Chigi, hashtag, tweet, like e proclami. Emerge una conflittualità latente tra le due anime del Governo poiché ciascuna spinge per realizzare le riforme più elettoralmente convenienti e non è esclusa un’implosione del “contratto” e un ricorso ad elezioni anticipate, come ipotizzato da un osservatore del calibro di Paolo Mieli.

Poche risorse sono previste per incentivare il lavoro, molte per accrescere nuove forme di mance elettorali e di assistenzialismo a fondo perduto. Il tema più discusso è certamente il reddito di cittadinanza che può essere definito il “titolo” di un progetto di riforma ancora tutto da scrivere, forse il più inflazionato da eccesso di annuncio e carenza di fondi e di sostanza, il più osannato o vituperato nella storia della Repubblica.

Annunciato dai 5stelle (ma osteggiato dalla base elettorale leghista) come diritto sostitutivo di quello Costituzionale al lavoro, ha raccolto più critiche che consensi: dalle parti sociali, da Confindustria, dalle imprese, dagli osservatori economici nazionali e internazionali.

Il motivo di fondo? La smisurata ambizione di risolvere il problema della povertà, l’ampiezza della platea fluttuante (ora 6 milioni ora 5, ora 5 e mezzo di persone) delle povertà accertate e di quelle emergenti, il porsi come incentivo al lavoro, il suo finanziamento in deficit, l’incertezza della sua durata nel tempo. Qualcuno ha esposto fondate osservazioni: favorirebbe il lavoro nero e coloro che aspirano ad una fonte di mantenimento stando seduti sul divano di casa, toglierebbe a chi ha lavorato o lavora per dare ai nullafacenti, consentirebbe di esercitare il diritto al rifiuto di un lavoro non gradito o lontano, tanto che “si vocifera” che le opzioni di accettazione potrebbero essere esercitate in un ambito territoriale limitato. Peccato che tutto questo sia ancora da definire, ma se l’orientamento fosse questo sarebbe persino una presa in giro per gli italiani che hanno sempre fatto le valige per spostarsi ovunque ci fosse lavoro vero e sicuro. E poi l’aleatorietà del tipo di impiego, l’accertamento delle competenze, la qualifica posseduta: sono quesiti che aziende e imprese, pubblica amministrazione pongono per accertare la corrispondenza tra eventuale prestazione d’opera e sua efficienza/efficacia.

La stessa misura dell’importo, inizialmente quantificata in 780 euro pro-capite, implementabili in ragione della consistenza del nucleo familiare non corrisponde alla platea dei beneficiari, considerato il costo complessivo dell’operazione. Si parla di 10 – 15 miliardi, precipitosamente ridotti a 7-8, se ne parla nei salotti televisivi come se si trattasse di spiccioli e non della parte più consistente del DEF.

Ma per promuovere la crescita e incentivare il lavoro regolare non era forse meglio un piano di finanziamento delle imprese per assunzioni mirate allo sviluppo economico del Paese? Ma ci sono alcuni aspetti non ancora approfonditi che stanno venendo a galla e pongono più di un interrogativo. Come saranno riformati i centri per l’impiego e in quanto tempo, visto che si parla di avvio del reddito a partire da febbraio p.v? Quali le competenze dei nuovi assunti per renderli funzionanti e funzionali, visto che si tratta forse degli uffici più scalcinati della Pubblica Amministrazione?

Si parla di formazione per i destinatari del reddito. In quale modo verrà attuata? Inizialmente con un software da far girare e poi con i soliti corsetti mordi e fuggi che lasciano il tempo che trovano e non danno abilità e competenze? Chi saranno i formatori? Con quali criteri saranno scelti? Con quali costi aggiuntivi alla manovra? Saranno previste forme di controllo interno ed esterno? Il Ministro Di Maio più volte ha parlato di un tutor che affiancherà l’aspirante lavoratore ma se la platea dei “formandi” è di 5 milioni di persone ci saranno allora 5 milioni di tutor o navigator come arditamente li ha definiti il vice-premier? Insomma tutto è ancora da definire, si brancola nel buio e l’operazione rischia di diventare un colossale e dispendioso bluff. Ma – come diceva Lubrano – il dubbio sorge spontaneo.

E se si trattasse di una gigantesca operazione annunciata che non vedrà l’avvio a motivo delle crescenti dissonanze interne allo stesso Governo? Se la Lega facesse di tutto per non farla partire visto l’orientamento nettamente contrario del suo elettorato tradizionale?

Quello del rinvio è un abile giochino di simulazione e dissimulazione, di cui tutta la politica italiana è da sempre «maestra e sovrana». I politici potrebbero affinarsi in questa attitudine con la lettura del saggio di John Perry, docente a Stanford: Elogio dell’arte del procrastinare.

Per come stanno le cose – nel limbo eterno dell’indeterminato – sembra scritto apposta per noi. 

 

 

 

 

* Giudice onorario presso il Tribunale dei Minori di Milano