Ultimo Aggiornamento:
02 luglio 2022
Iscriviti al nostro Feed RSS

“Le conseguenze della guerra”: dalla dolente Europa di Rubens a….?

Raffaella Gherardi * - 15.06.2022
Rubens Le conseguenze della guerra

Mentre l’Europa è dilaniata dalla Guerra dei Trent’anni (1618-1648), Peter Paul Rubens, (testimone delle distruzioni in atto a ogni livello e delle numerosissime vittime che essa viene sempre più mietendo non solo fra gli eserciti che si combattono ma anche fra i civili, a causa delle epidemie e della carestia che essa ha innescato e contribuito a diffondere), porta a termine un grande quadro che intitola “Le conseguenze della guerra”. Anche nei secoli a venire questa opera suonerà a potente critica della guerra e magistrale rappresentazione dei suoi effetti devastanti. All’interno di un universo profondamente simbolico e allegorico campeggia la figura di Marte, Dio della guerra, che vince su Venere, Dea dell’amore, che invano cerca di trattenere il suo impeto. Egli avanza da trionfatore, calpestando inesorabilmente ogni simbolo della cultura, della scienza, dell’arte e ogni forma di civile convivenza. Altre figure spaventose balzano poi alla ribalta nel cupo scenario che il pittore rappresenta: così i mostri della peste e della carestia e la figura assai inquietante della furia Aletto, personificazione di una irrefrenabile e incontenibile discordia, capace di strappare via lo stesso Marte dall’abbraccio di Venere. La sua forza trascinatrice è talmente potente che niente e nessuno può resisterle: sul suo cammino ogni segno di umanità viene irrimediabilmente calpestato. Che dire poi della drammatica e grandiosa rappresentazione di Europa che si staglia alta e in grande evidenza a sinistra del quadro? Essa viene raffigurata come una donna che, in abiti scomposti, stracciati e vestita a lutto, ha le braccia rivolte verso il cielo in una sorta di disperata richiesta di aiuto e di drammatica torsione di tutto il corpo che, insieme con l’immagine viva del viso stroncato dal dolore, non sembra lasciare alcun segno alla speranza.  Il periodo drammatico che la Guerra dei Trent’anni segna per l’Europa è qualcosa che tocca in profondità chi ne è testimone e assiste a eventi la cui carica distruttiva appare semplicemente destinata a deflagrare l’ordine politico e sociale esistente, lasciando sul campo soltanto morti e macerie. Gli storici del futuro saranno concordi nel riconoscere in essa la guerra più lunga e devastante nella storia dell’Europa moderna, prima delle due guerre mondiali. Essi saranno comunque in grado di individuare nella pace di Westfalia (1648), che ne segnerà la conclusione, il simbolico punto di avvio e vero e proprio atto di nascita dell’era moderna, nell’ affermazione piena del principio della sovranità degli Stati e del nuovo sistema europeo/internazionale che ne deriva.

Per quella specie di miracolo che la grande arte è sempre capace di suscitare in noi, facendocela sentire perfettamente in grado di parlare oltre, ben al di là dei tempi e dei confini specifici all’interno dei quali essa si inscrive, il capolavoro di Rubens dedicato a “Le conseguenze della guerra” tocca ancora fortemente il “qui e adesso”,  questo drammatico inizio del terzo decennio del XXI secolo in cui la pandemia covid 19 e da ultimo la guerra di invasione e aggressione della Russia all’Ucraina squassano alle fondamenta ogni principio di ordine politico e  turbano nel profondo le coscienze delle donne e uomini del presente. Così di fronte alle centinaia di migliaia di vittime che in tutto il mondo la pandemia ha mietuto e miete ancora e ai massacri, alle devastazioni, alle decine di migliaia di morti che, anche fra i civili, in poco più di cento giorni la guerra di Putin è già stata in grado di provocare (senza pensare poi ai probabili contraccolpi di fame e carestia senza precedenti che essa implicherà nel mondo intero) le fosche tinte che Rubens usa nel suo quadro così come tanti elementi che egli vi rappresenta sono qualcosa che avvertiamo come potentemente contemporaneo e nostro. Davvero risulta difficile in tal contesto immaginare che da qualche parte sia possibile far vivere qualche segno di speranza.

Fra i tanti interrogativi che inducono a ripensare al presente il quadro di Rubens in oggetto, si pone emblematicamente quello a proposito della rappresentazione, sopra richiamata, dell’Europa. Rideclinando quest’ultima in primo luogo per quanto riguarda la UE e immaginando un novello Rubens che dovesse raffigurarla/personificarla al presente: che ne sarebbe della sua rappresentazione nella temperie degli eventi drammatici in corso fra covid 19 e guerra innescata dalla volontà di potenza di Putin, in spregio di ogni regola del diritto internazionale e per la quale non appare all’orizzonte alcuna prospettiva di tregua e meno che mai di pace?

Forse, cercando di fare appello a qualche velatura di ottimismo, si potrebbe addirittura immaginare che proprio da alcune recenti prove in senso unitario date dai ventisette Paesi membri della UE, nell’era della pandemia e della guerra in atto, vengano segnali di speranza? Che la UE insomma, pur vestita a lutto per la drammaticità degli eventi attuali, stia evolvendo verso una più solida architettura istituzionale che davvero ne possa garantire i princìpi fondativi contro tutti coloro che, all’esterno come anche all’interno, vogliano oggi o in futuro metterli a rischio? La speranza per le cittadine e i cittadini d’Europa è ovviamente in questo senso e per un futuro la cui atmosfera sia improntata a colori meno cupi rispetto a quelli del quadro di Rubens. Certo bisognerà essere sempre ben consci che la furia Aletto, apportatrice di discordia, resta sempre in pericolosissimo agguato e che occorrerà fare di tutto affinché essa non sia in grado di ricorrere a particolarismi di varia natura da seminare sulla via di una distruttiva discordia, anche di fronte al comune pericolo, fra popoli e Stati membri della stessa UE.

 

 

 

 

* Professore dell’Alma Mater –Università di Bologna