Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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“La virtualità sta uccidendo l’informazione”

Intervista a Silvia Finzi, direttore del Corriere di Tunisi

Francesca Del Vecchio * - 22.10.2016
Silvia Finzi

“Se il giornalismo vuole sopravvivere, deve abbandonare questo virtualismo e pensare a cos’è davvero una notizia. Altrimenti è destinato a morire”. È questo l’allarme di Silvia Finzi, Direttore del Corriere di Tunisi e presidente della sede locale della Dante Alighieri, nonché professore ordinario presso la Facoltà di Lingue e Letterature dell’Università di Tunisi. Cresciuta nel mondo del giornalismo e dell’editoria - suo padre Elia è stato fondatore e direttore del giornale fino al 2012, suo nonno Giulio, primo editore privato in Nord Africa - ha un’idea molto chiara della “malattia” che affligge l’attuale sistema dell’informazione.

 

Finzi, com’è cambiato l’approccio al giornalismo negli ultimi anni?

 

La gente legge sempre meno. Questo è un fatto. Un tempo, anche le persone di livello culturale medio-basso compravano il giornale. Adesso non lo compro più neanch’io, perché non ci trovo nulla in più rispetto a quanto trovo su internet. Non è una novità. Bisognerebbe, invece, indagare le cause.

 

Secondo lei, come è successo?

 

Il problema del giornalismo di oggi è l’eccesso di virtualismo. Provoca uno straniamento dalla realtà: l’annuncio di una bomba che fa migliaia di morti e quello dell’interruzione elettrica in città vengono percepiti allo stesso modo. Il motivo è che manca il rapporto fisico con la notizia. Siamo proiettati nell’irrealtà e la responsabilità di quanto accade è sicuramente riconducibile a un problema politico: l’interesse ad appiattire la realtà.

 

Quale può essere il segreto per riavvicinare i lettori al giornale?

 

Chi vuole occuparsi di giornalismo dovrebbe ripensare a cos’è una notizia. Prima di tutto è il rapporto con il mondo, da cui scaturisce una riflessione su ciò che ci circonda. Ognuno ragiona sui fatti che il giornale gli fornisce ed elabora un pensiero a riguardo. Come fa se chi dovrebbe garantirgli l’informazione ha livellato i concetti?

 

In questo processo di allontanamento dall’informazione, qual è il futuro della carta stampata?

 

Il cartaceo è fondamentale, proprio perché ha tempi diversi dall’online e sviluppa funzioni diverse dalla versione digitale. Ma è anche vero che non si può più fare a meno dell’immediatezza fornita dalla Rete, con il suo flusso di notizie. Dobbiamo ottenere una necessaria differenziazione tra i media, e per arrivare a questo serve fare politica, intesa come operazione culturale di professionalizzazione del giornalista.

 

I giornali italiani trattano poco gli esteri. A suo parere, perché?

 

Mi permetta di farle un esempio: il presidente del Consiglio va in Azerbaijan perché l’Italia ha firmato un importante accordo economico con lo Stato ospite. I giornalisti che intervengono alla conferenza stampa cosa gli chiederanno? Glie lo dico io: vorranno un commento sull’ultimo battibecco di Palazzo Chigi o una dichiarazione su questioni di politica interna. A nessuno importa il motivo per cui il Premier è andato lì. Questo perché siamo un Paese provinciale. Un Paese concentrato sul semplice retroscenismo.

 

Come si rapportano all’informazione gli italiani di Tunisi?

 

Una volta, qui venivano venduti i maggiori quotidiani nazionali. Adesso - vuoi per colpa dell’eccessivo costo, vuoi a causa del ritardo con cui arrivavano - non ci sono più quotidiani italiani. Per di più, è difficile per chi ha uno stipendio in dinari (la moneta tunisina, ndr) abbonarsi pagando in euro. Il problema vero è che l’Italia non riesce a proiettarsi fuori dai propri confini e promuoversi all’estero: le manca la dimensione internazionale. E quando prova a farlo è costretta a marce indietro, per via di un pregiudizio culturale ed economico nei suoi confronti.

 

È’ un problema di politiche culturali, quindi?

 

L’Italia deve smetterla di autoglorificarsi: proclamarsi migliore per cultura, storia dell’arte ecc. Non l’aiuta a farsi conoscere nel mondo. E non aiuta nemmeno a superare quella presunzione che frena i rapporti con l’estero. Il punto è che non abbiamo una politica culturale che possa dirsi tale, e non è un problema di governi: è così da 30 anni o forse più. Un esempio lampante: l’italiano era la lingua più studiata in Tunisia, oltre al francese. Oggi, il numero di studenti iscritto a nostri corsi è notevolmente diminuito. Non c’è stato un solo diplomatico, in visita a Tunisi, a cui non abbia detto che questa situazione costituisce un problema. Ma è evidente che ci ricordiamo della Tunisia solo quando a Lampedusa sbarcano i migranti. L’Italia ha il piede che tocca l’Africa del Nord, dovrebbe interessarsi a quello che succede qui, prendendo esempio dalla Francia.

 

Come si può intervenire?

 

Per prima cosa, andrebbe creato un centro di studi Italo-maghrebini, che possa fungere da agorà per discussioni di natura socio-culturale. Anche il Corriere di Tunisi potrebbe essere polo di riflessioni e dibattiti sui rapporti con l’Italia. Ma per farlo dovrebbe essere autonomo economicamente: questo ci consentirebbe di promuovere tematiche e iniziative. Per non parlare delle potenzialità che avrebbe il nostro sito, se potessimo migliorarlo.

 

A proposito del sito, il vostro è poco sviluppato.

 

Mancando le risorse economiche e va da sé che manchino anche professionalità specifiche. Attualmente, il sito è gestito da pochissimi collaboratori e non possiamo permettercene altri, purtroppo. 

 

Mi sembra di capire che il Corriere non viva un momento florido.

 

A marzo abbiamo festeggiato 60 anni dalla fondazione. Si può dire che finora abbiamo resistito. Ma ogni mese ci chiediamo se il giornale uscirà o no. Ogni anno ci interroghiamo sull’opportunità di continuare. Le cose sono molto cambiate dai tempi di mio padre: lui aveva una tipografia che copriva le spese di pubblicazione del giornale. Io insegno, e non posso fare affidamento su nessun aiuto. Insomma, il Corriere sopravvive: riceviamo dei finanziamenti da Roma, ma non sono affatto sufficienti per gestire una realtà con un enorme potenziale come questa. Quello che mi preme sottolineare, comunque, è che non importa che il Corriere guadagni, mi interessa solo che non perda.

 

La comunità di Tunisi che rapporto ha con il suo giornale?

 

Mi piacerebbe che il Corriere fosse un punto di riferimento e di riflessione per gli italiani. Ma anche questo è un aspetto delicato: a Tunisi ci sono tante piccole comunità. Per esempio, negli ultimi anni, c’è stato il fenomeno dei pensionati che si trasferiscono qui per godersi la vecchiaia e la pensione. Queste persone non rappresentano una collettività omogenea, perché hanno diversi redditi, interessi, provenienza geografica e sociale. Come si fa a essere un punto di riferimento per una comunità tanto eterogenea, i cui componenti hanno in comune solo il risentimento nei confronti dell’Italia?

 

Ha qualche suggerimento da dare per sbloccare lo stallo del mondo dell’informazione e della cultura, in Italia e all’estero?

 

Bisogna essere un equipe per fare certe cose. Per portare avanti dei progetti e fare un piano culturale c’è bisogno di teste e quindi di persone, oltre che di aiuti economici. In una parola? Associazionismo.

 

 

 

 

* Francesca Del Vecchio, praticante giornalista. Collabora con Il Manifesto, Prima Comunicazione e East Journal. Ha collaborato con Tgcom 24.