Ultimo Aggiornamento:
01 dicembre 2021
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“Autonomie differenziate”: uguaglianza distinta dalle prospettive di vita?

Francesco Domenico Capizzi * - 16.10.2021
Autonomia differenziata

Dopo l’aggiunta, corre voce con la “solita manina notturna fra il 29 e il 30 settembre”, al DDL “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata” la possibile, a questo punto, concessione di un’autonomia politico-gestionale alle tre Regioni che la richiedono – Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna – in aggiunta alle cinque a Statuto speciale già in essere, pur rispettando gli articoli 116, 117 e 119 del Dettato costituzionale e premettendo pari sussidiarietà e dignità fra le componenti territoriali dello Stato, previsti dalla riforma del Titolo V della Costituzione, corre il grave rischio di alterare i principi di uguaglianza, in termini di qualità e costi su tutto il territorio nazionale, nelle prestazioni essenziali  quali sono le socio-sanitarie: non soltanto sanitarie! Perché queste si conformano indissolubilmente legate alle sociali ed insieme costituiscono un binomio inscindibile.

L’art.3 della Costituzione, infatti, nel secondo comma, stabilisce che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Un principio di uguaglianza che salvaguardia diritti e prestazioni essenziali, quali le socio-sanitarie, su tutto il territorio nazionale in costanza di medesime condizioni per accesso, qualità e costi.

Già la modifica, nel 2001, del titolo V ha prodotto divaricazioni e diseguaglianze nell’unico diritto, la “salute”, definito “fondamentale” dalla nostra Costituzione, avendo favorito progressive dinamiche verso il sovranismo e l’inedito centralismo regionale espresso da 21 modalità diverse con conseguente entropia istituzionale (v. a proposito la gestione anti-pandemica), a cominciare dalle inevitabili relazioni differenziate fra Ministeri e Regioni rese autonome differenziate e dall’oggettiva riduzione degli oneri fiscali o diversamente riallocate nelle Regioni più agiate.

Infatti, la mobilità sanitaria unidirezionale sud-nord comporta un costo annuo, a carico delle Regioni del sud mediante il sistema delle compensazioni, soprattutto a vantaggio di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, di ben 4,6 miliardi senza contare le spese, i disagi familiari e lavorativi conseguenti alla mobilità forzata (ISTAT 2020).

Da aggiungere ai principi formali e sostanziali esposti che:

-         in Sicilia, in genere nel meridione d’Italia, nel periodo 2018-2019 si è verificata l’incidenza più elevata di malati di morbillo, di cui circa metà con complicanze broncopolmonari di rilievo, rispetto al resto d’Italia, con età mediana di 25 anni, con il 91% degli infetti mai vaccinati ed ulteriori 4,5% sottoposti ad una sola dose di vaccino specifico (Istituto Superiore di Sanità 2020);

-        la maggiore attesa di vita si registra nei territori del Nord-Est: per gli uomini 81,2 anni, per le donne 85,6 anni. Nel Mezzogiorno si attesta rispettivamente a 79,8 e ad 84,1 anni (ISTAT 2019);

-        un minorenne meridionale su quattro risulta indigente, ma questa condizione non comporta soltanto una ridotta disponibilità di beni: vivere in povertà significa possedere minori opportunità educative, condizioni di incerta e quasi inesistente sicurezza socio-sanitaria e relazionale, ridotte speranze di vita e del suo livello qualitativo.

Come prevedibile le diseguaglianze, che le pretese autonomie differenziate accentuerebbero, comporteranno l’arretramento complessivo del processo di coesione sociale e la tendenza a delegittimare le Istituzioni e le stesse istanze democratiche se “l’uguaglianza formale davanti alla legge resta distinta dall’uguaglianza delle prospettive di vita” (M.Vovelle: Società e mentalità durante la Rivoluzione francese, Biblioteca Universale Laterza, 1999).

 

 

 

 

* Già docente di Chirurgia generale nell’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna