Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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La padella e la brace

Paolo Pombeni - 01.02.2017
Unicredit

Gran dibattito se convenga andare presto ad elezioni, massimo entro giugno, o far lavorare di più governo e legislatura, minimo fino a settembre, magari fino alla scadenza della legislatura l’anno prossimo. E’ la classica scelta fra la padella e la brace, perché la questione centrale è come si possa gestire una fase molto difficile con una lotta continua fra partiti e capi e capetti dei partiti, lotta che non può non riflettersi sul governo e sulla credibilità del nostro sistema e che in ogni caso non sembra possa cessare.

La congiuntura difficile dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti: sistema bancario in crisi (adesso anche Unicredit, seconda banca, è in difficoltà), disoccupazione che non si riesce a contenere, ripresa che non decolla, richiesta della UE di una manovra di bilancio che rispetti le regole comunitarie. E tacciamo dell’emergenza terremoto. Non bastasse, si presentano alcune condizioni internazionali di cui sarebbe opportuno tenere conto. Non ci sono solo le incognite dell’avvio della presidenza Trump e delle turbolenze per l’avvio della Brexit, che già non sarebbero poca cosa. Le due tornate elettorali in Francia e in Germania sono altrettanto problematiche perché costringono i sistemi politici di due paesi chiave della UE a tenere conto degli umori di elettorati che sono molto inquieti in generale e poco simpatetici con le vicende italiane in particolare.

Si osserva che in queste condizioni buttarsi in una campagna elettorale avvelenata che terrebbe il paese bloccato sino a giugno non sia una trovata geniale. Chiaramente dipende dai punti di vista: per forze sfascia-sistema come i lepenisti di Salvini o i barricadieri di Grillo un clima del genere è il meglio che ci si possa aspettare, perché apre praterie per le scorribande populiste a base di slogan contro l’euro, per la sovranità, la rinascita felice e via dicendo. Non dovrebbe essere così per partiti più responsabili, non fosse che si tratta di formazioni preda di un notevole caos interno. Il PD sembra la DC dell’ultimo periodo, con una vecchia guardia rancorosa che vuol dimostrare di essere stata ingiustamente messa da parte e con le nuove leve che vogliono difendere con le unghie e coi denti le posizioni guadagnate in un momento di relativo caos. Quanto a quella che fu l’area berlusconiana (fare riferimento a sigle di partito ha ormai scarso senso) sembra l’impero di Alessandro Magno dopo la scomparsa del fondatore con i diadochi che lottano per spartirselo. In quel caso il fondatore è ancora vivo, per quanto sia vegeto sino ad un certo punto, ma in fondo tutti ragionano come se fosse già scomparso e la sua presenza è solo un fattore di complicazione.

Il ragionamento che viene proposto a fonte di questa situazione è che l’unica via d’uscita dal marasma politico attuale sia andare alla conta nella speranza che gli elettori, stanchi di questo spettacolo deludente, diano loro la forza ad uno dei contendenti di imporsi su tutti gli altri. Ecco perché in buona parte della classe politica domina il “quanto prima (le elezioni), tanto meglio”.

L’incognita è ovviamente che non è affatto sicuro che gli elettori siano capaci di risolvere il rebus di cui i partiti non riescono a venire a capo e che dunque l’esito delle urne anziché mettere fine al marasma lo congeli nella sua attuale forma. Questo dicono i sondaggi oggi, ma si sa che su temi tanto caldi le opinioni sono mutevoli e anche in caso di voto fra quattro-cinque mesi tutto può modificarsi.

La soluzione auspicabile è dunque rinviare il test elettorale, magari puntando a scrivere una legge migliore della somma dei due relitti lasciati in campo dalle decisioni della Consulta? Sì, in astratto, non fosse che in concreto bisogna tenere conto di due fattori. Il primo è che non c’è al momento nessuna voglia nelle forze politiche di elaborare un sistema elettorale decente e men che meno c’è il tempo di sciogliere un nodo di fondo, che è dare il potere di fiducia al governo ad una sola Camera (il bicameralismo serve, quando funziona, per esaminare le leggi con due occhi diversi, non per farsi concorrenza nello sgambettare il governo). Il secondo fattore è che un prosecuzione della legislatura non bloccherebbe affatto lo scontro selvaggio fra i partiti e dentro i partiti. Si prolungherebbe la campagna demagogica che ci affligge quotidianamente e continuerebbero le prove di forza fra i vari capi e capetti che dilaniano i partiti.

Come in queste condizioni il governo in carica, che fra il resto ha al suo interno anche non pochi personaggi coinvolti in queste lotte di potere, potrebbe gestire con autorevolezza la difficile congiuntura in cui siamo immersi è un mistero. Gentiloni è accreditato di essere un ottimo “conte zio” di manzoniana memoria (quello che invitava a “troncare e sopire, sopire e troncare”), ma non crediamo sia abbastanza nelle circostanze attuali.

A fronte di questa situazione è difficilissimo pronunciarsi fra le due opzioni in campo, elezioni a breve o elezioni a più lungo termine. L’unica cosa che servirebbe è il miracolo di un disarmo negoziato che concedesse al paese e al governo un periodo di tregua per concentrarsi sui tanti gravi problemi che abbiamo di fronte prima che questi ci travolgano per un lungo periodo. Ma davvero bisogna sperare in un miracolo, perché di razionalità ne vediamo in giro pochissima in questa classe politica presa nel gorgo delle sue innumerevoli faide. E, si sa, i miracoli sono molto rari.