Ultimo Aggiornamento:
29 giugno 2016
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Da oggi un nuovo regalo per i nostri lettori. Scaricabile gratuitamente l'e-book di Luca Tentoni che raccoglie le sue preziose analisi sulla tornata di elezioni amministrative del 19 giugno 2016.

ULTIMO NUMERO: Anno 3 uscita 66 del 29.06.2016

Elezioni in Spagna: il colpo di coda della normalità

Andrea Betti *

Il decano della stampa spagnola Iñaki Gabilondo ha definito i risultati elettorali di domenica scorsa come “la vittoria della politica minima, della piccola contabilità, delle grandi questioni che non si affrontano mai.” Si tratta del commento amareggiato di un giornalista vicino al centrosinistra. Tuttavia è in grado di spiegare con una immagine il risultato di domenica scorsa: la vittoria della politica ordinaria.

Due erano le possibili novità alla vigilia delle elezioni: o il raggiungimento di una inedita maggioranza di centrodestra fra il Partido Popular di Mariano Rajoy e i Ciudadanos di Albert Rivera (svuotato di 8 seggi dal ritorno del PP) oppure il sorpasso della nuova sinistra di Pablo Iglesias ai danni del Partido Socialista Obrero Español. Si è verificata in parte solo la prima.

Secondo tutti i sondaggi, la nuova alleanza fra Podemos e la tradizionale Izquierda Unida avrebbe garantito a Iglesias l’egemonia della sinistra spagnola. Da un lato veniva parzialmente abbandonato il progetto trasversale dell’ala rappresentata da Iñigo Errejon, numero due della formazione viola, che avrebbe voluto portare Podemos sul trono della sinistra attraverso un deciso distanziamento dalle sue correnti più tradizionali e compromesse con il passato (i socialisti, ma anche i comunisti). Dall’altro si credeva che l’unione a sinistra avrebbe garantito la possibilità di negoziare con il PSOE da una posizione di forza. leggi tutto

Europa tra Brexit e “balcanizzazione” interna

Sarebbe davvero ingeneroso affermare che il recente voto referendario britannico sia la causa di tutti i mali europei. Scegliendo il “leave” la maggioranza degli abitanti del Regno Unito non ha fatto altro che strappare il velo di quell’ipocrisia che, almeno da oltre un ventennio, caratterizza la condotta dell’Unione europea. Il voto per Brexit ha dunque il significato di “disvelamento” di una crisi di lungo periodo. E allo stesso tempo suona come l’ultima chiamata per ripensare, e di conseguenza, ricostruire quell’Unione del XXI secolo ad oggi ancora latitante.

È forse superfluo ricordarlo, ma la scelta del popolo sovrano britannico elimina qualsiasi alibi rispetto all’inazione dei principali leader dell’Europa continentale. Una volta che Londra avrà avviato le procedure per l’uscita e questa si sarà concretizzata, sarà difficile, come troppe volte accaduto, accreditare la teoria dell’impossibile avanzamento sul fronte dell’integrazione a causa del ruolo di frenatore svolto da Londra. Se tutto andrà come previsto, in due anni l’Europa sarà ufficialmente composta da 27 Paesi che non potranno imputare i loro insuccessi al riottoso ed oramai ex-membro britannico.

Il punto è ancora una volta di natura storica. Il processo d’integrazione, almeno quello tradizionale che deve quasi tutto a Jean Monnet, si è concluso nel 1992 a Maastricht. Cioè l’idea di un’Europa sempre più integrata, leggi tutto

La Rivoluzione Culturale: un anniversario controverso.

Sofia Graziani *

Quest'anno ricorrono il cinquantesimo anniversario dell’inizio della Rivoluzione culturale cinese e i quarant’anni dalla sua fine. Avviata nel maggio del 1966 e conclusasi ufficialmente nel 1976 con la morte del “Grande Timoniere”, la Rivoluzione culturale rappresenta una delle pagine più buie della storia della Repubblica popolare cinese. La campagna lanciata da Mao Zedong per eliminare i suoi avversari politici, purificare il Partito comunista e arginare il pericolo del “revisionismo”, iniziò con una grande mobilitazione di giovani studenti (le cosiddette “guardie rosse”) contro gli apparati del partito e i suoi dirigenti. Il movimento gettò il paese nel caos causando più di un milione di vittime, e paralizzò il sistema politico cinese per circa un decennio. Il prestigio e l’autorità del Partito ne uscirono profondamente indeboliti.

Oggi, a cinquant’anni dal suo avvio, la Rivoluzione culturale rimane uno dei periodi più controversi e meno conosciuti della storia della Cina moderna. Eppure, si tratta di un periodo storico cruciale per la comprensione del presente. Come scrivono Roderick MacFarquhar e Michael Schoenhals nell’introduzione al recente volume Mao’s Last Revolution, “to understand the ‘why’ of China today, one has to understand the ‘what’ of the Cultural Revolution” (p. 3).

In Cina la Rivoluzione culturale è un tema delicato leggi tutto

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