Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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La svolta politica di Theresa May

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 01.02.2017
Theresa May

A seguito delle dimissioni di David Cameron,la nomina,il 13 luglio 2016, di Theresa May,figlia di un cappellano anglicano del Sussex, a Primo Ministro, ha segnato l’avvio di un nuovo corso della politica del governo conservatore. Secondo le enunciazioni vaghe e retoriche - “to build a stronger economy and a fairer society by embracing genuine economic and social reform” - sinora pronunciate dalla May, la nuova politica viene presentata esplicitamente come divergente dalla piattaforma elettorale del partito con cui il suo leader, Cameron, si era presentato nell’elezione generale del maggio 2015, vincendola con il 36,8% dei voti e assicurandosi il 50,8% dei seggi ai Comuni.

Nel discorso pronunciato il 5 ottobre 2016 alla conferenza del partito e in quello alla Lancaster House del 17 gennaio 2017 la May,procedendo oltre l’affermazione tanto tautologica quanto elusiva“Brexit is Brexit”, il ragionamento svolto dalla premier è, sostanzialmente, incentrato su di una interpretazione del voto referendario che trova scarso supporto, come del resto ogni tentativo di attribuire un unico motivo politico a similivotazioni, per loro natura inadatte a esprimere una direzione politica unitaria su questioni complesse e, piuttosto, tendenti a convogliare in un’espressione di volontà dicotomica aspirazioni o proteste fortemente differenziate. Il referendum, ha dichiarato nel discorso del 5 ottobre, “non è stato solo un voto per ritirarsi dalla EU” ma per “qualcosa di più ampio”, un voto non solo per cambiare la relazione con la EU, ma per “cambiare il modo in cui il nostro paese funziona - e le persone per le quali funziona - per sempre”. Dunque, afferma May, il voto refrendum implicherebbe una richiesta da parte del “popolo” britannico di profondo cambiamento della società. Nel discorso alla Lancaster House, oltre a ribadire questi principi, May ha spiegato che il governo intende negoziare nuovi accordi finalizzati a istituire con i paesi europei la libera circolazione delle merci, dei servizi e dei capitali, ma non delle persone, accordi tali da assicurare che “il sistema di immigrazione [nel Regno Unito] serva agli interessi nazionali” e dia allo Stato il controllo sul numero delle persone che entrano dall’Unione Europea.

Il referendum chiedeva solo di esprimersi sull’alternativa: “leave” o “remain” nell’Unione Europea. Le motivazioni dietro il voto per il “leave” possono essere e sono state le più varie. Pertanto ogni interpretazione, a favore della libera circolazione delle merci ma non delle persone, è arbitraria. Inoltre, poco meno della metà dei votanti si è espresso per il “remain”, quindi il governo – pur rispettando la preferenza della maggioranza – dovrebbe tener conto anche di questa diversa volontà di una parte non insignificante dell’elettorato. L’interpretazione della May invece recepisce quale unica volontà della nazione quella espressa da poco più della metà dei votanti e la interpreta sulla base delle motivazioni di voto registrate in alcune comunità e in alcune fasce sociali, quindi riflettenti una frazione ancora più modesta dell’intero elettorato, ignorando o relegando in secondo piano le altre. La più forte motivazione per il voto “leave”, specie nelle classi dirigenti, non è il rifiuto dell’immigrazione dall’UE, bensì la compressione delle prerogative del Parlamento, motivazione che pure è presente nel discorso della May, ma obliteratanellesue argomentazionida altre, da lei identificate come determinanti.

Sulla base di tale interpretazione della volontà popolare espressa nel voto referendario, la May ha inteso stabilire un rapporto diretto fra il governo e il popolo, scavalcando il Parlamento. Quest’ultimo, infatti, secondo il governo, non avrebbe dovuto neppure dare il proprio consenso alla decisione di uscire dalla UE ai sensi dell’art. 50 del trattato di Lisbona, decisione ormai assunta direttamente con il referendum, tanto che il governo stesso si è opposto, soccombendo, in due gradi di giudizio al riconoscimento di tale necessità. Il Parlamento dovrebbe ora votare la legge per far scattare tale articolo e, successivamente, quella per il “repeal” delle leggi comunitarie e approvare il futuro nuovo accordo con la UE, così come deciso dal governo, senza discutere e senza dare le proprie direttive al governo, in quanto le decisioni di quest’ultimo sono la risultante diretta della volontà del popolo, escludendosi – come hanno fatto capire sia il governo sia la stampa – ogni possiblità di intervento da parte dei rappresentanti eletti al Parlamento, ormai delegittimati dal voto popolare.

Questa impostazione, proprio nel momento in cui la stessa May afferma di rifiutare la compressione delle prerogative di Westminster da parte del parlamento europeo, apre in realtà una questione di non poco momento, che mette in discussione settecento anni di storia costituzionale inglese, confluita nel sistema di governo parlamentare secondo l’attuale costituzione non scritta vigente. Se ancora il problema non è stato sollevato da nessuno,ciò non vuol dire che non verrà, prima o poi, affrontato: il che, verosimilmente, avverrà al momento in cui il governo sottoporrà le proprie decisioni alla necessaria approvazione parlamentare. E, come spesso accade in simili casi, più tardi il problema verrà affrontato, più ardua ne sarà la risoluzione.

 

 

 

 

Professore Ordinario di Storia delle relazioni internazionali alla “Sapienza” Università di Roma