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19 luglio 2017
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Geografia referendaria

Luca Tentoni - 07.12.2016
Mattarella referendum 4 dicembre 2016

L'esito del referendum costituzionale ci restituisce una geografia elettorale non troppo diversa nelle tendenze rispetto alle politiche del 2013 e soprattutto alle europee del 2014, ma evidenzia alcune novità (fra tutte, l'affluenza al 68,5%) che a nostro avviso spiegano molto di ciò che è accaduto nel Paese il 4 dicembre. Il primo dato è sorprendente - a dimostrazione del fatto che le coincidenze, talvolta, hanno un valore maggiore di quello che gli attribuiamo - e riguarda il potenziale di voto dello schieramento del “sì” alle europee 2014 (Pd più centristi), raffrontato a quello del “sì” abrogativo della legge sul divorzio (base di partenza di Dc e Msi il risultato delle politiche 1972). Fanfani partiva, nel '74, dal 47,33% e giunse al 40,74% (-6,6%); Renzi, 42 anni dopo, è partito dal 47,31% delle europee ed è giunto al 40,89% (-6,4%). Lo stesso Craxi, che nel 1985 vinse il referendum sulla scala mobile partendo dal 58,62% delle precedenti politiche, ebbe una percentuale dei "no" pari al 54,32% (-4,3%). In altre parole, in tutti questi casi i leader hanno pagato un dazio. Ma con una differenza: la coalizione di Craxi godeva di un consenso largamente maggioritario nel Paese e nelle urne oltre che in Parlamento, mentre quelle di Fanfani e Renzi partivano sotto quota 50% ed erano costrette a rimontare. In un articolo precedente per Mentepolitica ("Geografia pre-referendaria":  http://www.mentepolitica.it/articolo/geografia-pre-referendaria/1019) ci basavamo sul dato delle elezioni europee ipotizzando - erroneamente - che l'affluenza del 2016 sarebbe stata vicina a quella del 2014 (58,69% Italia, 57,22% Italia più Estero): invece è stata superiore di 8-10 punti percentuali (68,48% Italia, 65,47% Italia più Estero). Tuttavia il secondo dato significativo di questa consultazione referendaria riguarda proprio la diversa struttura e "flessibilità elettorale" dei fronti contrapposti. Quello del “sì” aveva avuto 12,976 milioni di voti alle politiche del 2013, 12,915 alle europee 2014 e ne ha ottenuti 13,432 al referendum. Segno che c'è una "soglia", non oltre i 13 milioni e mezzo di voti, dove questa area non riesce ad arrivare. La più ampia ed eterogenea coalizione del "no", invece, poteva contare su 21,896 milioni di voti alle politiche ma "solo" su 14,383 milioni alle europee. I 19,419 milioni del referendum sono più vicini al primo dato che al secondo. L'oscillazione può spiegarsi anche con la differente affluenza, che se sul fronte del “sì” sembra aver fatto poco, ha invece influito sulla prestazione del fronte del “no”, come dimostrano anche i sondaggi: fino a che l'affluenza era stimata fra il 50-55% (massimo 60) dei voti, il rapporto fra “no” e “sì” era intorno al 52-54% per il primo contro il 46-48% per il secondo. Non è inoltre una casualità che affluenza elevata e voto al “no” abbiano una relazione stretta. La si dimostra con una comparazione: 2013, elezioni politiche, 75,2% di affluenza (solo Italia) e 62,8% ai gruppi del "no"; 2014, elezioni europee, 58,7% di affluenza (solo Italia) e 52,7% al "no"; 2016, referendum costituzionale, 68,5% di affluenza (solo Italia) e 59,9% di "no". Quando alcuni organi di stampa hanno attribuito a Renzi l'intenzione di ottenere almeno 15 milioni di “sì” per vincere la competizione, hanno probabilmente colto il vero obiettivo della campagna del leader Pd, che consisteva nel pescare nel bacino elettorale di centrodestra per ottenere il doppio risultato di rafforzare la propria coalizione indebolendo l'altra (la quale era strutturalmente più forte, come si era visto anche nel 2014). Alla luce di questi dati - e senza alcuna valutazione di carattere politico - si può affermare che la cosiddetta "minoranza silenziosa" risiedeva nell'astensionismo e nell'opposizione (cioè, più probabilmente nel campo dei votanti reali o potenziali del "no"). Incoraggiando la partecipazione e lo "scongelamento" di posizioni politiche che alle europee erano rimaste "carsiche", il risultato è stato favorevole allo schieramento che aveva potenzialmente più capacità di recupero: quello del "no". Il terzo elemento riguarda la geografia elettorale del Paese. Suddividendo l'Italia in tre macro-aree (Nord, Zona Rossa, Lazio-Sud-Isole) notiamo che nel 2014 il fronte del “sì” aveva una roccaforte storica nelle regioni centrali dove otteneva il 56,5% dei voti, cioè il 9,1% in più rispetto alla media nazionale, contro il 45,8% del Nord e il 44,1% di Lazio-Sud-Isole. Queste ultime due macrozone avevano dunque un comportamento di voti globalmente simile (rispettivamente -1,5% e -3,2% rispetto alla media nazionale). Nel 2016, mentre la Zona Rossa ha dato al “sì” il 9,3% in più rispetto alla media nazionale (sia pure passando dal 56,5% al 50,2%) e confermato la propria differenza col resto del Paese, le altre macroregioni si sono "comportate" diversamente. Al Nord il “sì” è passato dal 45,8% del 2014 al 42,7% del 2016, cioè da un meno 1,5% rispetto alla media ad un più 1,8%: ciò è avvenuto grazie ai risultati di Piemonte (dal 45,5% al 43,3%) e Lombardia (dal 45,4% al 43,5%) nonostante il dato del Veneto (dal 43,1% al 38,1%). Il fronte del “sì” ha guadagnato voti in valore assoluto rispetto alle europee solo al Nord, dove è passato da 5,2 a 5,5 milioni di consensi, mentre nella Zona Rossa è sceso da 3,1 a 3 milioni e nella macroarea Lazio-Sud-Isole è crollato da 4,65 a 4,18 milioni (in percentuale, dal 44,1% al 32,6%). Il risultato del “sì” al Nord è legato quasi esclusivamente a quello positivo in Piemonte e Lombardia: in queste due regioni la coalizione ha avuto più voti nel 2016 che alle europee 2014 e alle politiche 2013. Segno probabile che il messaggio del leader Pd ha avuto particolare ascolto in quelle realtà, all'opposto di quanto è accaduto nel Triveneto e da Roma in giù. Ciò che è successo al Sud si può sintetizzare osservando la regione che veniva considerata potenzialmente quella nella quale i favorevoli alla riforma costituzionale avrebbero potuto guadagnare terreno: la Campania. In realtà, anche se la regione è passata da un -3,8% rispetto alla media nazionale (2014) al -1,7% (2016), i voti assoluti al “sì” sono diminuiti di circa 160mila unità, a fronte di un recupero del "no" superiore al mezzo milione. Il dato (839mila “sì”) è inferiore non solo rispetto alle europee (1milione di voti) ma anche alle politiche (985mila). La coalizione di Renzi, dunque, ha perduto il Sud, ma non ha perso solo "per colpa" del Sud. Il recupero dell'affluenza ha fatto aumentare il vantaggio del "no" al Nord da 960mila voti a 1,9 milioni, ha ridotto il vantaggio del "sì" nelle Zone Rosse da 700mila a 27mila voti e ha accentuato il margine del "no" da Roma in giù (da 1,25 milioni di voti a 4,46 milioni). Esaminando i dati del 2014 avevamo notato che il "fronte del sì", al Nord, aveva il primato nelle regioni a statuto speciale e un buon risultato in Piemonte e Lombardia, a fronte di un forte "no" in Veneto. Nel 2016 solo il Trentino-Alto Adige, fra le regioni settentrionali, ha attribuito più del 50% (53,8%) al “sì”, che è invece rimasto sotto al 40% in Liguria, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Nella Zona Rossa l'Emilia-Romagna (+9,5% rispetto alla media nazionale, contro il +8,9% del 2014) e la Toscana (+11,6% contro +12,6 del 2014) hanno premiato il "sì", in un quadro, tuttavia, di ripiegamento generale (dovuto in gran parte, in queste zone, all'aumento dell'affluenza: infatti in Emilia-Romagna il “sì” ha ottenuto nel 2016 1,26 milioni di voti contro 1,29 del 2014 e 1,23 del 2013, mentre in Toscana ne ha avuti 1,105 contro 1,135 del 2014 e 1,017 del 2013), confermandosi "regioni trainanti" della coalizione favorevole alla revisione costituzionale. Il discorso cambia, invece, in parte nel Lazio (44,95%) ma soprattutto al Sud, dove il “sì” non raggiunge mai il 40% e nelle Isole: Sicilia 32,98% (-7,9% rispetto alla media nazionale) contro il 44,2% (e il -3,1%) del 2014; Sardegna 28,42% (-12,5% rispetto alla media nazionale) contro il 43,6% (-3,7%) del 2014). Se si prende solo il dato delle Isole, si nota che il "sì" ha avuto 880mila voti contro i 999mila del 2014 e il milione e 7mila del 2013, mentre il "no" ha conseguito 2,236 milioni di voti nel 2016, contro 1,270 del 2014 e 2,429 del 2013. Infine, le grandi città: nei capoluoghi il “sì” ha vinto - come previsto e prevedibile - a Bologna, Firenze e Perugia, ma anche - cosa meno scontata - a Milano. Negli altri capoluoghi di regione spiccano i risultati di Venezia (59,1% di “no”), Roma (59,4% di “no”, con un grande scarto fra centro città e altre zone), Napoli (“no” 68,3%) e Palermo (“no” 72,3%). Nel complesso, si può considerare il voto del 4 dicembre sotto due aspetti: da un lato, quello socio-economico, certamente molto rilevante; dall'altro lato, quello della geografia elettorale, che ha confermato le roccaforti del “sì” e del “no” ma ha però visto il verificarsi di un rafforzamento generalizzato dei voti alla coalizione contraria alla riforma costituzionale, avvenuto in parallelo con l'aumento dell'affluenza alle urne.