Ultimo Aggiornamento:
13 novembre 2019
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Una storia che serva alla politica (senza esserne serva)

Giovanni Bernardini - 13.12.2014

Ha colto nel segno il romanziere britannico L.P. Hartley quando ha definito il passato come “un paese straniero”, popolato da gente che si comporta in modo strano rispetto a noi. Un paese da cui attingiamo immagini, aneddoti e manufatti con lo stesso spirito ai quali spesso riserviamo lo stesso destino estetizzante e decontestualizzante dei Buddha sui comodini, o degli improbabili tatuaggi tribali da spiaggia. A quell’oceano di eventi accaduti nel tempo accediamo spesso sull’onda di stimoli e assonanze momentanee, destate più dall’istinto che dalla ponderazione. Così la semplice menzione della Crimea nella contesa tra Russia e Ucraina riporta alla mente nozioni di conflitti ottocenteschi, o di più recenti summit che nella vulgata hanno determinato le sorti dell’Europa (“di Yalta”, appunto). Similmente il referendum per l’indipendenza scozzese è stato associato all’immagine di una nuova epopea di “Braveheart”, con buona dose di grossolano ed esilarante anacronismo.

E poi c’è la storia, che è cosa diversa dal collezionismo occasionale di accadimenti passati. La storia che è interpretazione e conferimento di senso a quegli eventi, alla distanza che ci separa da essi, alla miriade di mutamenti infinitesimali e strutturali che hanno prodotto il presente. Pur semplificando, è lecito paragonare le interpretazioni storiche a delle mappe dei possibili percorsi verso quel “paese straniero”: mai uniche né univoche, diverse nei metodi di rilevamento e di raffigurazione, eppure comparabili in base alla loro rispondenza a regole chiare e rigore intellettuale. leggi tutto

TTIP: di cosa diavolo (non) stiamo parlando?

Giovanni Bernardini - 18.11.2014

Soltanto dieci anni fa l’Unione Europea godeva presso i suoi cittadini di una popolarità certamente maggiore di quella odierna. A fronte del massiccio allargamento a est, molto si discusse all’epoca della necessità che un’entità di mezzo miliardo di persone definisse chiaramente la propria vocazione negli equilibri geopolitici. Si suggerì allora che l’Europa perseguisse l’obiettivo di imporsi come “potenza civile”: in altri termini, che essa si ponesse alla guida della creazione di un sistema internazionale fondato sulla forza di istituzioni e regole comuni, riproponendo su scala globale il proprio modello di integrazione nella diversità e di valorizzazione della pluralità. Tuttavia, negli anni successivi i dissidi tra governi hanno spinto molti osservatori ad assimilare l’Unione a un novello Tarzan: sana, forte e muscolosa ma incapace di esprimersi in modo chiaro e comprensibile. Se la corporatura dell’Europa appare oggi più gracile, provata da anni di lacerazioni intestine, di crisi economica e di confronto sempre meno favorevole con altri soggetti internazionali in ascesa, si può persino dire che quell’afasia abbia finito per estendersi gravemente anche alla comunicazione interna all’Unione.

Lo dimostra la vicenda del dossier TTIP, acronimo inglese di “Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti”. Un progetto ambizioso di cui sarebbe interessante discutere nel merito… se ce lo consentissero le informazioni a disposizione. La nostra ignoranza non è vinta dalle professioni di fede del Primo Ministro Renzi, leggi tutto

L’accordo sull’ambiente tra Cina e Stati Uniti: prove di un nuovo “bipolarismo regolato”?

Giovanni Bernardini - 13.11.2014

Le relazioni diplomatiche vivono spesso di dinamiche discontinue e largamente segrete, o peggio ancora vincolate a formalismi specialistici che il pubblico più vasto considera alla stregua di riti esoterici, noiosi e privi di suspense, dato che raramente i loro risultati sembrano avere conseguenze dirette per l’esistenza quotidiana. Eppure una conoscenza minima delle relazioni internazionali lungo l’arco del Ventesimo secolo fornisce prove di quanto gli aspetti simbolici siano talvolta più rivelatori rispetto ai contenuti delle discussioni, e di come gli apparati scenici e coreografici che circondano la stipula di accordi e convenzioni siano persino più gravidi di conseguenze dei loro contenuti. Dato che, come ricorda un vecchio adagio, gli stessi accordi rimangono dei “pezzi di carta” se non sono supportati dalla volontà delle parti di tenere fede agli impegni sottoscritti.

Sono queste le ragioni che potrebbero conferire un surplus di significato storico all’accordo bilaterale sottoscritto dal Presidente statunitense Barack Obama e dal Presidente cinese Xi Jinping, che vincola i rispettivi paesi alla riduzione delle emissioni responsabili dell’effetto serra e dei mutamenti climatici. Un accordo che, vale la pena di sottolineare, può costituire “una pietra miliare” (secondo le parole dei protagonisti) ma che di certo rimane ben lontano dal fornire leggi tutto

“Stop Invasione”: la cattiva coscienza della Lega di Salvini

Giovanni Bernardini - 23.10.2014

“Dottore, ma lei mi ha lasciato una garza nello stomaco!” “Esatto: un tipico caso di malasanità”. Il fulminante scambio di battute del vignettista Altan delinea efficacemente quell’assurdo processo mentale collettivo per cui, una volta conferiti un nome e dei caratteri identificabili a un fenomeno sociale, quest’ultimo tende a diventare familiare e a essere accettato indipendentemente dalla sua gravità. Avviene così che persino calamità di chiara origine umana finiscano per sembrare “naturali” e inevitabili, e che una sana repulsione ceda il passo alla cupa rassegnazione. Tale ad esempio è la passività con cui i media e la politica accettano l’affermazione in Europa di una retorica pubblica violentemente xenofoba come un “male di stagione”. Con questo spirito è stata accolta e raccontata la manifestazione tenuta sabato scorso a Milano dalla Lega e dai neri figuri (quando si dice l’ironia) di cui ultimamente il suo segretario Salvini ama circondarsi. Sebbene i partecipanti siano rimasti ben al disotto dei centomila previsti alla vigilia, il risultato non basta a cancellare l’impressione di una gigantesca e orwelliana “ora d’odio”, durante la quale le tante contraddittorie anime del corteo hanno liberato una cacofonia vuota e rabbiosa di proteste e insulti senza un barlume di proposta politica praticabile. “Prima gli italiani” accanto a “L’Italia fa schifo: secessione”; gigantografie di Putin innalzate a fianco ai supporter della “rivoluzione nazionale” ucraina; giovani celti padani e reduci della disciolta (nel 1976) Avanguardia Nazionale; e soprattutto minacce e offese esplicite a esponenti governativi sotto un eloquente (quanto intermittente) monito al “rispetto della legalità”. leggi tutto

Obama, l’ISIS e i futuri “nemici giurati” dell’America

Giovanni Bernardini - 30.09.2014

La passione per la conoscenza storica spinge talvolta a riempire la propria libreria di vecchi arnesi con la segreta speranza che il tempo li trasformi in preziose testimonianze d’epoca. Non si vedono altre ragioni per conservare uno dei tanti volumi autobiografici che Richard Nixon, 37° Presidente degli Stati Uniti, produsse dopo le sue dimissioni in seguito allo scandalo “Watergate” nel 1974. Dato alle stampe nel 1980 con l’eloquente titolo “La vera guerra”, il libro s’inscrive in un filone fiorente all’epoca negli Stati Uniti: un avvertimento a non sopravvalutare la diplomazia con l’Unione Sovietica, che rimaneva un sistema di potere intrinsecamente pericoloso per il “Mondo libero”. L’appello proveniva dal Presidente che più di ogni altro aveva lavorato per ricondurre alla normalità i rapporti con Mosca; ma nel frattempo “Distensione” era diventata una parola impronunciabile negli Stati Uniti, equiparata al tristemente noto “Appeasement” che aveva consentito a Hitler di preparare indisturbato il proprio attacco all’Europa. leggi tutto

Addio al “Modello Germania”? Se lo dice “Der Spiegel”…

Giovanni Bernardini - 27.09.2014

C’era una volta … “un Re!”, diranno i lettori. Molto più modestamente, c’era una volta il “Modello Germania”. Espressione che per la verità ha assunto connotazioni differenti nel corso degli anni: nell’immediato dopoguerra l’etichetta comprendeva l’insieme di relazioni industriali innovative (la cosiddetta “Mibestimmung”, o coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali dell’azienda), una formazione professionale diversificata, e più in generale la stretta collaborazione tra industria, finanza e politica al fine di promuovere il benessere collettivo. In seguito, quando la Repubblica Federale sembrò attraversare pressoché indenne la crisi economica generale degli anni ’70, l’espressione “Modello Germania” indicava soprattutto la condotta moderata delle organizzazioni sindacali, che moderavano le loro richieste salariali fornendo così un aiuto significativo all’intero sistema economico nazionale. Infine, le politiche di riforma del welfare e del mercato del lavoro promosse dal governo rosso-verde al tornante del millennio furono presentate come un necessario e salutare aggiornamento del “Modello Germania” ai tempi nuovi della globalizzazione. Si trattava dell’ambiziosa “Agenda 2010” promossa dal Cancelliere Schroeder tra il 2003 e il 2005, periodo in cui le sinistre moderate erano al governo in più parti del continente leggi tutto

Se il voto non è più una virtù

Giovanni Bernardini - 09.09.2014

È davvero un peccato che in Italia i sondaggi attraggano l’attenzione pubblica soltanto in occasione delle consultazioni elettorali, come nel caso della pessima performance offerta dalla roulette dei recenti exit poll. In quelle occasioni il mancato adeguamento dei metodi di rilevazione e la ridefinizione del sistema partitico hanno prodotto previsioni grossolanamente fallaci e puntualmente smentite, gettando discredito sulle potenzialità della disciplina stessa. Un peccato perché tali cadute hanno contribuito a ridurre la statistica alla presunta e improbabile dimensione divinatoria, piuttosto che alla sua più proficua vocazione: avvalersi dei dati raccolti presso un campione significativo per comporre una mappa dell’intera popolazione. E come è implicitamente noto leggi tutto

Di turismo si vive? La stagione turistica 2014 e l’economia della Grecia

Giovanni Bernardini - 21.08.2014

“La Grecia come la immaginiamo”

 

Oia è un minuscolo villaggio cicladico arroccato sullo sperone settentrionale di Santorini, cinquecento metri sopra lo sguardo ammirato di chi raggiunge l’isola via mare. L’intero scenario in cui si colloca contribuisce all’entusiasmo per il suo avvistamento, per il contrasto tra il candore abbacinante dell’abitato sferzato dal sole e il profilo cinereo dell’isola, che ne denuncia l’origine vulcanica. Non mentono dunque le guide quando battezzano Oia “la Grecia come la immaginiamo”, cartolina punteggiata di cupole celesti che dal vivo non può lasciare indifferenti. Raggiunto il suo dedalo di vicoli contorti, ci si accorge presto come esso sia ormai completamente occupato da un ecosistema al cui centro si colloca il turista di ogni origine e portafogli. Una lunga teoria di attività commerciali ne ha preso possesso negli anni, a onor del vero con ben maggiore armonia e rispetto di quanto purtroppo riscontrabile altrove nel Mediterraneo. Una capacità di adattamento dimostrata anche nell’attrarre la più recente ondata di avventori dai “paesi emergenti”: a ben ascoltare, qualunque esercente (compresa l’attempata custode della piccola chiesa centrale) sembra essersi impadronito a tempo di record di un frasario fondamentale in russo, cinese e arabo. leggi tutto

Il futuro della mediazione culturale e politica. Note a margine di “Un millimetro in là” di Zanchini e Sinibaldi

Giovanni Bernardini - 17.07.2014

Sono i brutti libri ad avere bisogno di pubblicità. Quelli che spuntano come pandori a ogni festa comandata, o le “proposte da ombrellone” neanche fossero ghiaccioli alla menta. Insomma i libri in cui il faccione “secondaseratesco” del prolifico autore eclissa il tema occasionale, sia esso l’infedeltà degli uomini di stato, la medicina forense o le ridotte vinicolo-alimentari del Belpaese. Poi invece ci sono libri di cui hai voglia di parlare anche soltanto per assecondare l’efficace passaparola che te li ha fatti conoscere, o per dare torto a chi ritiene che nominare la “cultura” in un titolo sia la scorciatoia più sicura per il macero. O semplicemente perché si sottraggono alla sindrome da scoop compulsivo per prendersi ed esigere dal lettore il tempo necessario a metabolizzarli. Ecco almeno tre ottime ragioni per gustarsi “Un millimetro in là. Intervista sulla cultura” di Giorgio Zanchini e Marino Sinibaldi (direttore di Radio3). Un dialogo che si snoda senza un canovaccio rigoroso, privo di stucchevole accondiscendenza nei confronti del lettore; il quale al contrario è implicitamente esortato a fermarsi, ad andare a caccia dei riferimenti bibliografici a volte appena accennati, a farsi un’opinione delle interpretazioni proposte. leggi tutto

Vittima della pace: a sessant’anni dalla morte di Alan Turing, colpevole di omosessualità

Giovanni Bernardini - 14.06.2014

La scelta di fissare sul calendario una ricorrenza attorno a cui catturare le menti e cuori di un’intera nazione non è mai un mero esercizio di memoria. La monumentalizzazione di un anniversario non è legata soltanto all’esigenza di “ricordare”, di preservare il passato dalla progressiva scomparsa dei testimoni e dai mutamenti del quadro storico e culturale. Una decisione simile, soprattutto se presa da autorità politiche, è animata dall’intenzione di proporre gli eventi in chiave morale e didattica. Certamente le celebrazioni per i settant’anni dallo sbarco in Normandia hanno corrisposto ai canoni del genere: capi di stato da mezzo mondo, persino da paesi allora sconfitti e da altri oggi in guerra tra di loro hanno ricordato “il giorno più lungo” in cui un’operazione militare imponente e terribilmente rischiosa segnò leggi tutto