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28 ottobre 2020
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Yemen, un conflitto all'ombra dei media

Raffaele Crocco * - 21.01.2016
Saana bombardata

Le cose si intrecciano, quasi sempre. Così capita che la guerra che nello Yemen si combatte ormai da più di un anno sia l’intreccio di realtà differenti. Da un lato ha la faccia della guerra interna – civile l’avremmo chiamata qualche anno fa – tutta puntata al controllo e al governo del Paese. Dall’altro ha l’aspetto dell’ingerenza di una potenza media straniera – l’Arabia Saudita – nei fatti di uno stato indipendente.

Si parla meno, molto meno di quanto si dovrebbe di questa guerra. Prima cosa, giusto per non sbagliarci: è guerra vera, i morti ormai sono migliaia e sono quotidiani. Prendete un giorno a caso, il 18 gennaio 2016: 26 persone morte e 15 ferite per gli effetti di un bombardamento aereo da parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Le bombe sono cadute sulla capitale, Sanaa, controllata dalle milizie sciite Houthi. Dal settembre del 2014 questa popolazione ha cacciato il presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, sunnita, scatenando la guerra interna. L’Arabia Saudita, paese sunnita e integralista, non poteva accettare che degli sciiti governassero nella Penisola Arabica e ha scatenato la razione, cioè la guerra.

Ora: lo Yemen non è mai stato un paese tranquillo. Fino al 1990 era diviso in due, Yemen del Nord e Yemen del Sud, con i governi spesso in conflitto fra loro. L’unificazione non ha trovato nuovi equilibri, anzi. Le tensioni interne, fra Governo centrale e Clan, sono sempre state fortissime. I Clan sono spesso legati alla tradizione e faticano ad accettare i cambiamenti. Ad esempio, hanno mal digerito l’arrivo – nel 2008 – degli statunitensi, che hanno scelto lo Yemen come base per attaccare al-Qaeda. Da allora sono state almeno 500 le missioni lanciate con i droni e la presenza militare Usa è diventata importante.

Paese armato da sempre, quindi. E’ normale, da quelle parti, avere un fucile mitragliatore in casa. Fa parte della tradizione. Ma la guerra che si combatte ora sta avendo conseguenze pesanti. Nell’agosto del 2015 l’Onu ha denunciato: lo Yemen è sull'orlo della carestia, con 13milioni di persone a rischio fame. La guerra ha tagliato la distribuzione alimentare, i mercati sono vuoti. In più, ci sono le atrocità commesse dalle milizie schierate.

Insomma, uno scontro sporco e mal raccontato, con migliaia di morti causati anche dalle bombe italiane, vendute qualche mese fa dal governo di Roma agli alleati Sauditi. In realtà non si potrebbe fare, le norme internazionali vietano la vendita di armi a Paesi in guerra, ma tant’è. L’Arabia Saudita è a capo della “piccola Nato sunnita” creata lo scorso anno per combattere il cosiddetto Califfato, padrone di parte di Siria e Iraq. E’ un alleato ritenuto prezioso e le bombe, ufficialmente, sono state vendute per combattere l’Isis.

Molto del silenzio attorno alla guerra nello Yemen nasce proprio dal ruolo dell’Arabia Saudita nello scacchiere del Vicino Oriente. E’ l’alleata storica, preziosa. Il suo fondamentalismo – a Ryhad si governa con la legge islamica, esattamente come nel cosiddetto Califfato – viene dimenticato. E la guerra nello Yemen taciuta, per evitare imbarazzi.

Imbarazzi che oggi hanno anche una sapore diplomatico importante, perché lo scontro nello Yemen è – in buona parte – anche scontro fra Arabia Saudita e Iran. Lo sguardo si allarga, come vedete e questo rende tutto più preoccupante. Due potenze medie, con la medesima ambizione di dominio regionale, divise da interessi politici, economici e dall’appartenenza religiosa, non potevano non aver voglia di sbranarsi. Lo Yemen è un ottimo terreno: i ribelli houthi sono sciiti, esattamente come gli iraniani. Per i sauditi – sunniti integralisti – è ovvia l’alleanza fra ribelli e Teheran. Vincessero davvero, l’Iran avrebbe una comoda base logistica, commerciale e militare in piena Penisola Araba. Una eventualità che non fa dormire i governanti sauditi.

La cosa, poi, si è complicata con lo sdoganamento dell’Iran da parte proprio degli Stati Uniti, dopo trentacinque anni di guerra non dichiarata. L’accordo sul nucleare firmato con Teheran nel 2015 e il ruolo di primo piano che l’Iran ha nella guerra al cosiddetto califfato in Siria e Iraq hanno spostato l’asse degli interessi Usa. Ryhad non può accettarlo e fa ogni sforzo possibile – anche militare – per contrastare la crescita iraniana nel Vicino Oriente.

Diciamo la verità, lo Yemen si ritrova schiacciato da una folla di interessi diversi e tutti – o quasi – esterni. Quella che era una ribellione nata da equilibri locali non rispettati, sull’onda anche delle cosiddette “primavere arabe” del 2011, è diventata per altri l’occasione di mostrare i muscoli. Difficile pensare ad una soluzione senza l’intervento della comunità internazionale, ma anche qui gli interessi – leggi il contrasto al cosiddetto Califfato  - portano i governi a guardare da un'altra parte. Morale: nello Yemen cadono ancora le bombe. Solo che qui, in Europa, abbiamo deciso di non sentirne il rumore.

 

 

 

 

*Giornalista RAI e direttore dell'Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo (www.atlanteguerre.it)