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07 dicembre 2019
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Verso il D-Day?

Paolo Pombeni - 09.11.2016
Renzi e Minoli

Inutile girarci attorno: non il solo Renzi, ma tutti gli attori della sfera politica italiana hanno deciso che il 4 dicembre sarà il D-Day della seconda repubblica, quella che non ha saputo essere altro che una confusa premessa al cambio di stagione della lunga fase della prima. Curiosamente il referendum costituzionale assomiglia moltissimo a quello del 1946 nella scelta fra monarchia e repubblica.

Lo negano quasi tutti, accettando la narrazione infondata che allora non ci furono spaccature profonde nel paese, ma non fu così. Anche in quel caso la battaglia fu fra chi pensava che le vecchie egemonie si sarebbero conservate scegliendo la continuità della casa regnante e chi credeva che ormai fosse il tempo di aprirsi ad equilibri nuovi, pur fondati sui partiti di massa che anche all’epoca non è che incontrassero proprio i favori generali del pubblico (qualcuno si ricorderà pure del fenomeno del qualunquismo, i cui slogan non sono diversi e lontani da tanta retorica oggi circolante). Naturalmente il contesto era diverso, perché incideva e non poco l’esperienza traumatica della guerra e la vista delle macerie provocate da classi dirigenti che, mettiamola in termini soft, non si erano rivelate all’altezza dei tempi, ma i discorsi opposti sulla catastrofe che sarebbe arrivata con la vittoria della parte avversa abbondarono anche allora.

Oggi il contesto è profondamente diverso, ma la materia del contendere è inevitabilmente la stessa: accettare o meno il rischio di rimescolare a fondo le carte della politica italiana, rimodulando i “santuari” in cui sono depositate. Questo significa rivedere l’organizzazione dei poteri pubblici e al tempo stesso dei poteri di veto reciproci di cui questi dispongono. Il resto è contorno, più o meno appetitoso e significativo.

Ciò significa che Renzi ha colto il tema fondamentale e che sta giocando bene le sue carte? Su questo c’è da discutere. Non capire quale era la posta in gioco risultava difficile, vista la brutalità e spregiudicatezza con cui è stata messa in evidenza dalla maggior parte degli avversari della riforma: alcuni sul fronte più propriamente delle opposizioni politiche l’hanno dichiarato esplicitamente, altri, specie sul fronte delle corporazioni di diversa natura, l’hanno espresso paludandosi dietro il tema della difesa dei valori costituzionali (che però, a dire il vero, non sono affatto in questione). Di qui a sostenere che la risposta del segretario premier sia sempre stata all’altezza ce ne corre.

Anziché puntare a far emergere le contraddizioni dell’avversario, magari con la solita formula retorica del “non capisco come mai si sostengano certe cose non vere”, Renzi è tornato ad impostare la faccenda sul “decidete se preferite me o loro”. Non è sempre una strategia che porta fortuna, anche senza citare la solita immagine del come è andata a finire col chi volete fra Gesù e Barabba. Soprattutto non sfonda fra chi è indeciso, perché è gente che pensa che tutto sommato l’uno vale l’altro e lascia campo libero ai pasdaran.

Renzi dovrebbe sforzarsi a mettere la sordina ad un certo atteggiamento ultra-battagliero che viene preso per, e forse proprio sconfina in, arroganza. Il suo problema non è la opposizione interna del PD, ma il consenso nel paese: poiché ha dovuto per necessità fare una riforma a maggioranza (non era previsto così, ma Berlusconi si è sfilato) ha adesso bisogno di una affermazione chiara che superi quel presunto handicap. Per ottenere questo risultato non gli basterà una strategia di attacco che prenda di petto l’inconsistenza delle opposizioni politiche: non c’è bisogno che ripeta lui in continuazione che quelle vogliono solo la sua testa, perché è così evidente che si è già capito senza fatica. E’ necessario un consolidamento della prospettiva di cambiamento che propone, la quale non può consistere solo nella “rottamazione” di un po’ di vecchie glorie e nella marginalizzazione di coloro che stanno bene nella palude politica attuale. Deve riuscire a far perno sull’apertura che la riforma costituzionale può significare per un ridisegno complessivo della classe politica in cui c’è posto e lavoro per moltissime persone e per tante energie diverse.

Quando davanti a Minoli Renzi con (finta?) modestia ha detto che Berlusconi come comunicatore è più bravo di lui forse a questo avrebbe dovuto pensare, all’abilità che il fondatore di Forza Italia fu in grado di sfoderare per lungo tempo nel presentarsi come colui che liquidando il potere dei vecchi partiti apriva le porte a tutta una nuova leva di uomini e donne di governo. Che Berlusconi poi l’abbia fatto in maniera relativa e solo in una prima fase, per chiudersi in seguito anche lui nella cerchia della “prima ora” è un dato di fatto, ma quella prospettiva aveva generato un’onda di consenso abbastanza lunga.

Oggi la forza di Renzi è che a proporre qualcosa di simile ci sono solo i Cinque Stelle, che però sono ancora poco credibili chiusi nel loro populismo, mentre tanto il centrodestra quanto la sinistra (ammesso che la si possa ancora qualificare così) non hanno alternative convincenti da proporre. Tenga però conto che si tratta di una forza molto volatile.