Ultimo Aggiornamento:
25 settembre 2021
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Vaghe stelle della politica

Paolo Pombeni - 09.06.2021
Conte e 5stelle

La telenovela del contrasto fra Casaleggio, Conte e il vertice più o meno provvisorio di M5S si è conclusa. Non proprio con un “happy end”, ma con una sostanziosa transazione economica e un po’ di polemiche finali. Amen. Non crediamo ci sia da preoccuparsi per quel che succederà di Rousseau (inteso come movimento/piattaforma): per ora sembra che di movimento alternativo ai Cinque Stelle non ci sia sentore, avranno visto come sono finite le varie scissioni che hanno interessato negli ultimi anni gli altri partiti (sembra si tenga prudentemente fuori campo anche il solito Di Battista).

L’attenzione si concentra su ciò che succederà ora all’ ex MoVimento al cui vertice si dà per scontato che sarà eletto Conte, che intanto da tempo agisce come leader designato. Cosa che sarebbe curiosa trattandosi di una formazione in cui uno vale uno e pertanto si dovrebbe immaginare che dal voto dei militanti possa uscire qualsiasi cosa, visto anche che della voce di questi militanti non si è mai sentito nulla, salvo palesarsi in numero vario sulla piattaforma senza che alcuno potesse controllare numeri e veridicità dei dati. Vedremo se almeno su questo la nuova piattaforma offrirà qualche trasparenza in più.

Al momento Conte prosegue nella linea del “piacione”, che cerca di accontentare tutti: quelli che lo vedono come un moderato neo-democristiano che collabora con Draghi; quelli che lo preferiscono restauratore delle battaglie storiche (pardon, le chiamano “valori”) del movimento senza preoccuparsi di distinguere almeno quelle che hanno un qualche senso da quelle farlocche; infine anche coloro che si preoccupano delle alleanze, lasciando intendere che si preferirà quella col PD, ma non si escludono mai possibili alternative e persino lo stare orgogliosamente da soli.

Quanto una simile linea possa portare bene ad un M5S che, a stare ai sondaggi, è dimezzato rispetto alle politiche del 2018, ma regge da lungo tempo su quella percentuale tutt’altro che insignificante si vedrà col tempo. Ma qui sorge un problema. La prima verifica che ci sarà è la meno favorevole a mostrare lo stato di salute di M5S perché si tratta di elezioni amministrative, terreno sinora poco favorevole ai Cinque Stelle, salvo alcune eccezioni che però adesso non sembrano esserci. Infatti non c’è un candidato sindaco marcato dall’insegna pentastellata che sia di qualche rilievo. Questo significa che lo stato di salute verrà valutato su voti di lista di una forza che talora appoggia il candidato del centrosinistra, magari più o meno “civico”, talaltra corre da sola.

Un assetto di questo tipo potrebbe anche essere un vantaggio per le “narrazioni” in cui Conte e i Cinque Stelle sono maestri. Le percentuali si prestano ad essere interpretate a piacere più che non la vittoria o sconfitta di un candidato sindaco. In questa condizione c’è solo la Raggi, ma qui la narrazione è già elaborata: se, come si dà per scontato, perde, la colpa è del “complotto” contro di lei solitario cavaliere bianco contro tutti, e le percentuali di voto che raccoglierà saranno comunque presentate come la testimonianza di un consenso che ha resistito a dispetto di tutto. In generale la possibilità di non essere sottoposti all’identificazione con un loro candidato sindaco debole potrebbe anche consentire al voto di protesta di rimanere ancorato alla tradizionale casa pentastellata, tanto si protesta senza rischiare nulla visto che comunque il sindaco sarà deciso altrimenti.

Così per le elezioni amministrative, che possono anche essere viste come un momento di passaggio con poco rischio, tanto saremo in semestre bianco e dunque non c’è da temere che qualcuno forzi per andare alla conta elettorale a livello nazionale. Per quella si potrà aspettare, crediamo, nelle intenzioni dei parlamentari a Cinque Stelle sino alla scadenza della legislatura nel 2023. Così ci sarà il tempo per ridisegnare il nuovo “partito”, non si allarmano i parlamentari che sanno di non poter contare che su un numero molto ridotto di conferme (per il taglio dei posti unito alla contrazione dei consensi). Solo che ciò significa inventarsi un ruolo e una presenza parlamentare per far passare questo anno e mezzo di attesa.

Impresa non certo facile nel contesto di un governo a guida Draghi che è il meno adatto a sostenere le pretese di restaurazione del vecchio sistema da parte di Conte e dei suoi fedeli (dentro e fuori il parlamento). Per di più con un passaggio delicato come è l’elezione del successore di Mattarella, cioè di un personaggio che ormai sappiamo non potrà più essere né un banale notaio del sistema dei partiti (che rimane letteralmente a pezzi), né un arbitro autorevole come avrebbe ambito a fare Mattarella che poi ha dovuto cambiare prospettiva. Perfino nell’ipotesi, che a noi non sembra auspicabile, di una riconferma a tempo dell’attuale inquilino del Quirinale avremo per forza di cose la prosecuzione di una figura di regolatore del sistema politico.

Quella partita per la definizione della “griglia di partenza” nel confronto per le prossime elezioni politiche, inclusa la pole position, si gioca a inizio 2022 quando si voterà per il Quirinale. Tutti i partiti lo sanno e si stanno allenando adeguatamente. Cosa facciano i Cinque Stelle invece non si capisce e proprio questo continua a farci pensare che una strategia parlamentare manchi e anzi che manchi proprio una stratega con visione politica.