Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
Iscriviti al nostro Feed RSS

Un'estate sospesa

Paolo Pombeni - 29.07.2020
Cabina di regia

Difficile capire se davvero l’autunno sarà così terribile come descritto da molti. Le variabili sono molte, a cominciare da quella sanitaria per finire a quella economica, ma dipenderà anche dal clima che si diffonderà nel paese, il quale a sua volta sarà influenzato dal contesto internazionale. Se le difficoltà sono generalizzate la gente sopporta con maggiore fatalismo quello che accade, mentre, se dovessimo trovarci in condizioni peggiori dei nostri vicini, la capacità di accettare un contesto difficile si ridurrebbe notevolmente.

La politica italiana non si prepara bene all’autunno: per tante ragioni, ma principalmente per l’incapacità di costruire, o almeno di provare a costruire quel minimo di concordia nazionale necessaria per affrontare l’impegno assai oneroso di rimodulare il nostro sistema. In fondo la domanda essenziale che pone l’ingente finanziamento europeo che è atteso, sia pure in tempi meno incalzanti di quelli che talora si lasciano trasparire, è proprio questa: sarà l’Italia capace di ritrovare quel posto importante che pure ha avuto in Europa almeno sino a metà degli anni Ottanta del secolo scorso? Su questo punto non avremo indulgenze, né dai nostri grifagni avversari, ma neppure da coloro che hanno voluto scommettere sull’opportunità di un aiuto che ci consentisse la famosa “ripartenza”.

Adesso sembra che la questione di fondo sia chi farà la cosiddetta “cabina di regia”, prima della fase progettuale, necessaria per avere poi in concreto i quattrini del Recovery Fund, e poi della fase di realizzazione, altrettanto importante, perché i fondi non arriveranno tutti di colpo, ma per stadi di avanzamento dei progetti. Si fronteggiano due filosofie, ma anche due realtà che non sono esattamente aderenti con le filosofie.

Da un lato ci sono quelli che fanno notare che in un buon sistema politico è il governo che deve tenere la barra del timone, essendo esso l’istituzione che dovrebbe essere maggiormente in grado di avere davanti le necessità complessive del paese e che potrebbe soggiacere meno alle pressioni di una miriade di lobby e corporazioni. Dall’altro lato ci sono quelli che insistono sul fatto che una faccenda impegnativa come il ridisegno del nostro sistema, impresa che incide ampiamente sul nostro modo di essere, richiede il raggiungimento di un consenso diffuso e partecipato, cosa che si può realizzare solo in un contesto fortemente rappresentativo come è il parlamento.

Queste le due filosofie, ciascuna con buone ragioni a supporto. Ma poi c’è  la realtà. Il governo attuale non brilla per credibilità come interprete delle visioni sul futuro del paese, che o sono modeste o sono banalmente utopistiche. Non è neppure una squadra ben fornita di competenze che la rendano autorevole di fronte agli interlocutori interni e internazionali. Quanto al parlamento non è esattamente un sede di costruzione dialettica di un comune sentire, quanto piuttosto una arena in cui si scontrano, spesso a favore del fare spettacolo, demagogie e piccoli interessi di parte. Oltre tutto non ha neppure le strutture di supporto che lo metterebbero in grado di dare un contributo tecnico alla progettazione che richiede l’Europa.

E allora? Si potrebbe cavarsela dicendo che questo è il quadro di quel che abbiamo a disposizione e di questo dobbiamo accontentarci. Sarebbe ammettere a priori di non essere in grado di affrontare con successo la sfida che abbiamo davanti. Per fortuna si può ancora sperare che la situazione ritrovi un accettabile equilibrio, sebbene occorra fare un certo atto di fede.

In questo caso è davvero discriminante la pressione che l’opinione pubblica qualificata riuscirà a porre sul quadro politico, sia a livello di governo sia a livello di partiti. Speriamo innanzitutto che finisca ridimensionata, se non proprio sconfitta (sarebbe troppo bello) la tendenza all’accentramento di poteri intorno al premier (con le sue burocrazie di supporto) come si tenta di fare con l’improvvida decisione di prolungare lo stato di emergenza. E’ necessario che si dia prova che siamo un paese dove per comperare un certo numero di banchi per la scuola non c’è bisogno di un commissario straordinario (fra il resto che non ha neppure dato prova di particolari doti).

In secondo luogo è assolutamente indispensabile che si ricostruisca un confronto fra le varie istanze che sono presenti in questo paese: partiti, poteri locali, agenzie sociali e culturali. Qualcuno deve lavorare seriamente a questo obiettivo e deve farlo anche in fretta, tenendo conto che le prove elettorali di settembre sono una complicazione non piccola per un lavoro del genere. Chiaramente ci sono persone responsabili in quasi tutte le componenti politiche, così come nelle altre sedi che abbiamo citato. Si tratta di trovare il modo di fare spazio a queste, marginalizzando i molti capi clan e organizzatori professionali di claque che sono in circolazione.

In questo contesto potrebbe emergere quell’immagine del futuro del paese che vogliamo e che ci sentiamo di imporre a tutti quelli che di cambiare davvero non hanno alcuna intenzione. Magari iniziando subito con qualche riforma seria che per alcuni aspetti non ha bisogno dei soldi di Bruxelles come può essere, per fare un esempio, un primo intervento di riforma del sistema giudiziario a partire dal CSM.

Le intelligenze in questo paese ci sono, basta che arrivi davvero un qualche meccanismo e una qualche personalità che sia in grado di attivarle raccogliendole insieme. Anziché usare l’estate come una tregua per prepararsi a sfruttare le incognite dell’autunno a favore di questa o quella fazione, si dovrebbe cercare di tessere la nuova tela del consenso nazionale.

Potete pensare che sia solo il sogno di una notte di mezza estate, ma possiamo anche sperare che sia un sogno premonitore.