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24 luglio 2021
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Una via venezuelana per la Spagna democratica?

Luca Costantini * - 20.01.2015
Manifestazione

In vista delle prossime elezioni di novembre, il tradizionale bipartitismo spagnolo è minacciato dalla crescita di almeno due nuovi partiti rilevanti a scala nazionale. Uno di questi, Podemos (“possiamo”, in spagnolo), è un partito-movimento che invoca misure economiche radicali e una rigenerazione democratica che ripulisca le istituzioni dai corrotti. Potrebbe Podemos, fautore di un messaggio demagogico e populista, rappresentare una sostanziale via venezuelana per la Spagna democratica? La risposta è almeno in parte sì.

Negli ultimi anni la politica spagnola è stata scossa da due spinte destabilizzanti. Da un lato gli indignados, che hanno prima criticato Zapatero e il sistema rappresentativo, per poi proporre di «assaltare» il Parlamento. Dall’altro i regionalismi, e in particolare quello catalano, che, dentro e fuori la Spagna, hanno cercato di gettare una cattiva immagine sul paese iberico per legittimare i loro progetti indipendentisti.

Tanto per gli uni come per gli altri la vittoria del Partito popolare di Mariano Rajoy nel 2011 rappresentò una fonte di frustruazione. La protesta degli indignados dalle piazze si spostò alla rete e, di lí, alla televisióne. Questa massa critica, trasversale per età e classe sociale, trovò più tardi in un gruppo di giovani politologi ed esperti di comunicazione la sua «élite mediatica e più concretamente televisiva» di riferimento, per dirla con i sociologi Luis García Tojar e Antón R. Castromil. Pablo Iglesias Turrión, il leader di Podemos, conosciuto per i suoi attacchi ai politici nei talk-show televisivi, mise letteralmente la faccia sul simbolo della lista di questo partito-movimiento alle elezioni europee dell’anno scorso, quando quest’ultimo divenne la rivelazione della política spagnola.

Con più di un milione di voti e con un numero di simpatizzanti crescente, il successo di Podemos è il risultato dell’abilità del gruppo dei suoi dirigenti di combinare tre fattori tra loro intrecciati. In primo luogo seppe attrarre gli elettori delusi dal PSOE dopo la caduta di Zapatero. Poi riuscì a conquistare gli astensionisti cronici, quella massa di antipolitici che si sarebbero fatti sedurre da un discorso qualunquista molto simile a quello usato da Beppe Grillo in Italia (per esempio nelle accuse alla «casta»). Infine poté proporsi come vendicatore della ferite della storia recente spagnola, e particolarmente della guerra civile. Lo scredito della democracia del 1978 divenne, così, nel programa di Podemos proposta per un’alba nuova: una rigenerazione insieme istituzionale ed economica della Spagna contemporanea.

È la retorica del risentimento che fa intravedere una correlazione del discorso di Pablo Iglesias con quello di Chávez durante la cosiddetta rivoluzione bolivariana. Chávez aveva promesso agli sconfitti della storia venezuelana - da Bolívar ad oggi - una rivalsa. Lo stesso propone Podemos a chi si è impoverito durante la crisi. I contatti con il chavismo, del resto, sono noti: negli ultimi anni il CEPS (Centro de Estudios Políticos y Sociales), la fondazione vicina a Podemos, ha ricevuto 3,7 milioni di euro da Chávez, affinché fungesse da strumento di politica estera del chavismo e diffondesse una buona immagine della rivoluzione bolivariana.

La retorica qualunquista di Podemos ha trovato, poi, nei talk-show televisivi un luogo prediletto per la diffusione del suo messaggio. La riduzione del conflitto politico allo scontro tra buoni e cattivi inebetisce l’elettorato; e pure rispetto all’euro e all’Europa la posizione di Podemos è andata mutando come fosse su una montagna russa. Il 5 ottobre del 2013 Pablo Iglesias disse che sarebbe stato opportuno «lasciare l’eurozona e riprendere il controllo della politica monetaria»; nel maggio del 2014, la proposta divenne «democratizzare l’economia» con una nuova moneta europea; lunedi scorso, 12 gennaio 2015, Iglesias ha ammesso, invece, che «l’euro è inevitabile».

La crisi economica e l’alta disoccupazione sono il motore del consenso di Podemos.  Negli ultimi sondaggi il partito-movimento di Pablo Iglesias viene indicato come la prima forza nelle stime di voto. Il Partito socialista spagnolo, invece, ha perso quasi dieci punti percentuali nel giro di sei mesi. Ciò che più colpisce della attuale situazione politica spagnola è la sua instabilità, con una forza politica nuova che rappresenta un’incognita tra Tsipras e Chávez, e che gioca sempre in contropiede rispetto agli altri principali partiti.

Fare politica in queste condizioni diventa arduo per ogni politico responsabile. Sono però i socialisti a venir danneggiati maggiormente dalla demagogia di Podemos. In attesa delle primarie d’autunno, l’ipotesi che in Spagna possa vincere un partito-movimento d’ispirazione venezuelana non è eccessivamente remota. Da qui alle elezioni di novembre la strada è comunque ancora lunga, ma va ammesso che era probabilmente dal 1982, quando Felipe González portò i socialisti al governo dopo una guerra civile e quarant’anni di dittatura franchista, che in Spagna non si viveva un clima politico tanto acceso.

 

 

 

 

* Dottore di ricerca presso l'Università di Bologna. Stagista presso "El Pais" di Madrid