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19 giugno 2024
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Una Via della Seta islamista? La Cina, gli uiguri e lo Stato Islamico

Aurelio Insisa * - 07.03.2015
Cartina dello Xinjiang

Una nuova, inquietante “via della seta” è andata emergendo negli ultimi mesi, collegando idealmente l’Asia Orientale al Medio Oriente. Su questo percorso, uomini e idee viaggiano da Raqqa, la città siriana diventata la “capitale” dello Stato Islamico, per arrivare fino a Pechino, sostando inevitabilmente a Urumqi, la capitale della regione cinese dello Xinjiang.

Lo Xinjiang, “la nuova frontiera” in mandarino, è la patria degli uiguri, un gruppo etnico turcofono di circa 10 milioni di persone di religione musulmana che costituisce la quarta minoranza etnica in Cina. Rientrata all'interno dell’orbita politica di Pechino nel 1949, la regione, come nel caso del Tibet, ha subito negli ultimi decenni un complesso processo di integrazione coatta con il resto della Cina. Lo sviluppo economico, impetuoso negli  anni più recenti, è infatti andato di pari passo con la repressione dell’identità nazionale del popolo uiguro e con un contestato programma di “sommersione etnica” tramite l’immigrazione di cinesi di etnia Han.

Le tensioni etniche e politiche della regione sono esplose definitivamente soltanto nella seconda metà dello scorso decennio, culminando nei disordini avvenuti tra il marzo 2008 ed il luglio 2009. La dura repressione condotta dall'imponente apparato di sicurezza cinese ha impedito il ripetersi di rivolte di quella portata negli ultimi anni, ma senza alcun reale sbocco nella vita politica del paese, il dissenso uiguro si è sempre più incanalato in sparuti quanto letali atti di terrorismo, generalmente imputati ai separatisti del Movimento Islamico del Turkestan Orientale, gruppo designato come organizzazione terroristica sia in Cina che negli Stati Uniti.

 

Il nuovo ventre molle della Cina?

 

Pechino non può rinunciare allo Xinjiang. La regione non è soltanto la sede di importanti giacimenti di combustibili fossili, ma costituisce anche una formidabile via d’accesso allo spazio post-sovietico dell’Asia Centrale, un’area in cui in un futuro prossimo arriverà la resa dei conti con il frenemy russo per l’egemonia regionale. Ma da testa di ponte verso Occidente, lo Xinjiang rischia di trasformarsi nel ventre molle della Cina. Certo non si tratta di uno stato fallito come la Libia post-Gheddafi, nel quale lo Stato Islamico rischia di infiltrarsi come un virus all'interno di un corpo dalle difese immunitarie indebolite. Tuttavia in una fase in cui lo Stato Islamico comincia a trasformarsi nel nuovo brand dell’ideologia estremista islamica, il rischio della paventata saldatura tra separatismo uiguro e fondamentalismo islamico trans-nazionale non è mai stato così alto.  

D'altronde le motivazioni del dissenso uiguro rimangono di carattere strutturale, e una soluzione che vada al di là della sua semplice repressione, prendendo atto delle richieste uigure, rimane inconcepibile nell'attuale assetto politico cinese. Le restrizioni imposte alla comunità locale per il Ramadan dello scorso anno, durante il quale impiegati pubblici e studenti hanno visto negato il diritto al digiuno, mostrano la fermezza – al limite del’ottusità – con la quale autorità cinesi intendono continuare a gestire la questione uigura.

Lo Stato Islamico tuttavia non è un pericolo da affrontare in un non-precisato futuro prossimo, ma una sfida alla quale l'intelligence e i servizi di sicurezza cinesi devono far fronte già adesso. Diversi foreign fighters di nazionalità cinese, uiguri e non – secondo fonti Reuters circa 300 – sono stati avvistati a combattere tra le fila dello Stato Islamico tra la Siria e l’Iraq. Il rischio di un ritorno di combattenti radicalizzati è quindi già una realtà per la Cina, così come lo è per i paesi dell’Unione Europea. La sfida posta dall'organizzazione di Al-Baghdadi tuttavia è lungi dall'essere di natura esclusivamente domestica, ma ha implicazioni anche per il futuro della politica estera di Pechino.

 

“Da un grande potere derivano ...”

 

Sin da prima dell’ascesa al potere di Xi Jinping nel novembre 2012, è emerso un ampio consenso tra gli specialisti che si occupano di Cina di un sostanziale mutamento in atto nella politica estera del paese. Pechino ha progressivamente abbandonato la linea guida del “basso profilo” internazionale che ne ha caratterizzato la politica internazionale fin dall'inizio della stagione delle riforme nel 1979, in favore di un nuovo profilo volitivo e pro-attivo. Questo nuovo indirizzo si è però manifestato negli ultimi due anni quasi esclusivamente nella sua forme più tossiche. Pechino ha infiammato la retorica anti-giapponese nella disputa sulle isole Senkaku, non esitando a provocazioni di carattere militare, e simili misure di carattere massimalista sono state prese nelle dispute territoriali con il Vietnam e le Filippine.

Si può dire quindi che il concetto cinese di security rimanga tutt'ora ancorato ad un ristretto orizzonte “regionale”, che non si confà al crescente potere economico e politico del paese. La Cina in realtà è inevitabilmente chiamata nei prossimi anni ad assumere un ruolo di primo piano non soltanto nell'economia mondiale ma anche nella risoluzione di crisi globali, siano esse l’ebola o il terrorismo islamista, abbandonando la passività ed il tatticismo che l’hanno sempre contraddistinta, soprattutto in sede ONU. In un precedente numero di Mente Politica, Giovanni Bernardini notò come l’accordo sino-americano sulle emissioni carbonifere dello scorso novembre costituisse un’incoraggiante precedente per la futura collaborazione tra le due superpotenze, ed un primo passo per la “responsabilizzazione” di Pechino come potenza internazionale.

Similmente, la possibile infiltrazione dello Stato Islamico in Cina via lo Xinjiang, a causa di combattenti cinesi di ritorno dall'inferno siriano o tramite una vera e propria insurrezione uigura “sponsorizzata” dagli islamisti, potrebbe finalmente spingere Pechino a mettere in discussione la sua storica avversione alle coalizioni internazionali contro il terrorismo e ad assumersi pienamente le responsabilità che derivano dal suo effettivo peso politico ed economico nel mondo.

 

 

 

 

* Dottorando presso il Dipartimento di Storia della University of Hong Kong