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Una strana estate

Paolo Pombeni - 14.08.2014
Beppe Grillo e Matteo Renzi

Non è un’estate strana solo dal punto di vista meteorologico: lo è anche dal punto di vista politico. Renzi ha vinto il round al Senato sulla riforma costituzionale, ma deve prepararsi ad una battaglia d’autunno che si preannuncia molto difficile. Certo vi giunge ancora col favore popolare e senza un vero sfidante alternativo (almeno stando ai sondaggi), ma sono in molti a scommettere sulla possibilità di coglierlo in fallo ed a prepararsi a trarne profitto.

Le strategie per ottenere questo risultato sono più d’una, ma tutte ruotano attorno ad perno: mandare in crisi la situazione interna del PD. Da un certo punto di vista verrebbe da commentare: niente di nuovo sotto il sole, visto che per i quarant’anni della centralità DC è stata la caratteristica stabile della vera opposizione ad essa. Essendo la DC un partito composito, la destra esterna cercava di aizzare quella interna cattolica a rompere con quelli che allora si chiamavano più o meno i “comunistelli di sacrestia”, e la sinistra esterna faceva appello alla sinistra cattolica perché rompesse l’alleanza con capitalisti e conservatori.

Oggi però a quelle distinzioni ideologiche, per quanto strumentali, è difficile appigliarsi, ma c’è in sostituzione la ancor presente questione dell’antiberlusconismo. Di qui l’attacco a Renzi perché se la intende col “diavolo” (“pregiudicato” e quant’altro) e le litanie poco credibili sul fatto che questo prova che si sta “tradendo la costituzione”. Non si pensi però che ciò riguardi solo la strategia della “sinistra” esterna (e ci si passi l’uso improprio del termine, visto che in questa congerie di oppositori di tradizionale seria ideologia di sinistra ce n’è ben poca), perché la destra se ne è immediatamente impossessata.

Cosa sta infatti facendo in questo momento Berlusconi, magari sull’onda dell’illusione di una sua resurrezione politica di cui per la verità al momento non si vedono sintomi significativi? Offre tutte le sponde che può alla sinistra per certificare che effettivamente è in atto una sua intesa ampia e generale con Renzi. Non solo ne parla e ne fa parlare bene, ma mette la sordina ai suoi vecchi pasdaran e fa trapelare senza fatica che sì, insomma, se poi ci sarà bisogno di una mano per sostenere le giuste politiche del governo insidiate dalla sinistra lui e i suoi sono pronti ad arrivare in soccorso.

Siccome in autunno verranno al pettine molti nodi, la situazione di Renzi e del suo governo non si preannuncia facile. Sulla legge elettorale ci saranno difficoltà a prescindere dall’asse con Berlusconi, perché il PD manca di compattezza e la sua maggioranza non è disponibile a quell’ottica di scelta per un sistema che disincentiva la frammentazione sotto cui soccomberebbe. Del resto con i grillini arroccati su scelte nichiliste il premier non dispone di alternative parlamentari credibili. Inoltre deve varare la legge di stabilità, cioè fare scelte economiche complesse e in un momento poco favorevole. Aggiungiamoci che si deve portare a compimento la legislazione sul lavoro, terreno minato per gli autentici “riflessi di Pavlov” che suscita in vari settori a sinistra come a destra.

Tutto questo delinea quello che si può definire come un panorama assai poco favorevole ad una autentica politica riformatrice. Certo Renzi potrebbe forzare la mano con la minaccia di un ricorso anticipato alle urne, se non fosse che questa mossa presenta rischi gravissimi. Non per un esito poco favorevole all’attuale leader del PD (anzi, con tutta probabilità il contrario), ma perché il prezzo sarebbe un cumulo di macerie. Infatti con una fine anticipata della legislatura si interromperebbe per almeno sei mesi il percorso delle riforme e poi, per molte, bisognerebbe ricominciare più o meno tutto da capo. L’economia si troverebbe ad essere senza governo e quindi il rischio di un commissariamento di fatto da parte dell’Unione Europea sarebbe molto concreto, per non parlare del colpo alla possibilità di ripresa che ne conseguirebbe. Infine la resistenza selvaggia che moltissime corporazioni e centri privilegiati stanno esercitando dietro le quinte contro ogni ipotesi di riforma riuscirebbe non solo rafforzata, ma avrebbe il tempo per mettere in atto delle ulteriori strategie di svuotamento di quanto si va programmando.

Sono tutte dinamiche non nuove nella tormentata vicenda del riformismo italiano, ma proprio per questo si dovrebbe tenerne maggior conto. Soprattutto ciò che stupisce è come non vi sia nel mondo intellettuale consapevolezza di questi rischi e disponibilità a lavorare a sostegno di questa fase. E’ comprensibile che giochino ancora due atteggiamenti ben noti: il primo è la snobberia di chi lamenta che i panni della “rivoluzione” sono stati rubati da parvenu non degni di vestirli (possiamo chiamarlo l’eterno ritorno dell’ “azionismo”?); il secondo è il disappunto di coloro che per anni hanno fatto la battaglia per le riforme e che adesso vedono cogliere i frutti di esse senza esserne riconosciuti padri e soprattutto le vedono realizzarsi non nei termini e modi che essi avevano pronosticato.

E’ invece incomprensibile perché accanto ad un certo ringiovanimento della classe politica non si affacci un ringiovanimento degli “opinion maker”, un moto di adesione e sostegno intellettuale alla fase di svolta di cui il paese non solo ha bisogno (su questo c’è un consenso fin eccessivo), ma di cui si può cominciare a beneficiare, sia pure nei termini “spuri” e compromessi in cui queste svolte si verificano nella concretezza storica.