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20 aprile 2024
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Una politica in panne

Paolo Pombeni - 06.07.2016
Renzi e la minoranza dem

Renzi fa Renzi e l’opposizione dem fa l’opposizione dem. Risultato: una stucchevole commedia dell’arte. Questo è stata la direzione PD, rinviata di una settimana per via della Brexit, ma che ha dimostrato che il tempo non sempre porta consiglio.

L’impressione è che ormai le direzioni dei partiti, obbedendo alla regola fintamente democratica di doversi svolgere in pubblico (via streaming), siano appunto delle rappresentazioni in cui ogni personaggio recita sé stesso a pro della sua audience. Veri discorsi politici, analisi degne di questo nome non se ne sentono, tanto che ormai tutti parlano apertamente di “narrazioni” come se ogni cosa dovesse ridursi a come raccontarla, anziché ragionare su come cambiarla.

In teoria si doveva discutere sul come e sul perché il PD ha perso alcune città importanti. Curioso che nessuno, se non ci siamo distratti, si sia soffermato a ragionare su come se ne è conservata una, certo non secondaria, come Milano.

La narrazione, perché qui il vocabolo è appropriato, che si è perso perché ci si è disinteressati delle “periferie” non è affatto convincente. Infatti gli avversari del PD hanno vinto soprattutto perché su di loro si sono concentrati voti provenienti dalla destra dello schieramento politico, destra che non ci risulta essere stata particolarmente interessata a risolvere quel problema. Si è bellamente glissato su analisi approfondite delle diversità dei due casi in questione, cioè Roma e Torino. Per la verità qualche analogia a guardare bene ci sarebbe. Nel primo caso il PD ha perso per una gestione casareccia e plebea dell’occupazione del potere: prima una inefficace opposizione alla giunta Alemanno, poi un altrettanto inefficace sostegno alla giunta del “marziano” Marino, sempre nell’ottica di salvare una rete di controllo di risorse pubbliche. Nel secondo caso il PD ha perso per il distacco non verso il sindaco Fassino, ma verso l’immobilismo di una nomenclatura nei gangli decisionali della città, con un partito complice e incapace di includere e di rinnovarsi.

Siccome questo male è quello neppur tanto “oscuro” che affligge tutto il PD in quanto erede della fusione di un modo di fare politica proprio dell’ultima fase dei partiti “storici” discuterne non interessa a nessuno, né ai renziani né ai loro avversari, perché tutti hanno alla fine i loro scheletri negli armadi.

In realtà quello che spiega il successo dei Cinque Stelle, mentre il centro destra implode né più né meno come il PD, è proprio questo problema di mancata circolazione delle elite. Ci sono casi in cui questo è più evidente come a Torino, casi in cui tutto è più ingarbugliato come a Roma, ma siamo sempre lì e c’è solo da chiedersi quando il M5S riuscirà a rendere generale il modello Torino.

Anziché chiedersi se sia bene mantenere in una persona il doppio ruolo segretario-premier e se debba essere un congresso o un colpo di mano a decidere sulla questione, i membri della direzione PD farebbero meglio a interrogarsi su come fare a rompere il cerchio del professionismo politico, su come presentarsi al paese come una forza interessata a fare sintesi con i gruppi dirigenti della società, su quali strategie proporre per aggregare il consenso di chi non è disposto ad arrendersi al declino che ci incombe addosso.

E’ piuttosto curioso vedere che secondo la minoranza la questione di fondo sarebbe legittimare chi nel partito vuole respingere una riforma che il partito ha sostenuto e votato. Altrettanto lo è pensare che Renzi creda di ricompattare la sua maggioranza avvertendo che chi è sceso dal carro del vincitore poi non ci risalirà perché qualcun altro avrà già occupato quei posti. E che dire della diatriba se sia meglio dare il premio di maggioranza ad una lista o ad una “coalizione”, quando tutti vedono che quello è un nome gentile per salvare le posizioni di un po’ di colleghi politici che militano nei vari cespuglietti del parlamento?

Se ci pensassero un attimo, capirebbero che sono tutte cosette che interessano la classe politica e di cui la gente si disinteressa alla grande.

Le questioni che pesano sulla testa dell’Italia sono altre. Cominciamo dal tema del sistema bancario a cui bisognerà pur mettere mano. Anche quello è un meraviglioso esempio di dove ci ha portato la mancanza di circolazione delle elite, di accettazione di una spartizione del campo fra lobby di varia natura, in buona parte affiliate un po’ a tutti i partiti solo per motivi di interesse. Proseguiamo sul tema del nostro peso nella UE, che non è cosa da sceneggiate ai tavoli ripresi dalle TV, ma problema di accreditamento per merito nei circuiti internazionali che contano. Sicuri che anche lì non ci sia da fare un po’ di rottamazione? E ancora: che ne è degli investimenti in istruzione e ricerca, campi dove si formano quelle elite che finiranno “arrabbiate” per mancanza di prospettive e che alimenteranno le scelte per quelli che sbrigativamente riduciamo a “populismi”?

Naturalmente è comprensibile che Renzi sia molto preoccupato per il referendum di ottobre e tenda a sottovalutare gli altri aspetti, ma forse potrebbe pensare che proprio iniziare almeno ad affrontarli gli farebbe guadagnare quei consensi alla riforma costituzionale che gli sono indispensabili per vincere una battaglia che, se tutto si svolge nel quadro di una certa disillusione per le capacità della politica, è probabile venga vinta da quelli che preferiscono difendere l’immobilismo (intanto: e poi si vedrà).