Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Una frenata retorica

Paolo Pombeni - 05.09.2018
Tria e Salvini

Non vorremmo essere troppo precipitosi, ma forse si assiste ad una frenata del profluvio di intemerate da comizio elettorale. Matteo Salvini ha detto di volersi muovere rispettando nella sostanza gli impegni internazionali dell’Italia, ma soprattutto ha aggiunto che l’ambizioso programma di (costose) riforme va inteso come un programma di legislatura, non come una strategia del tutto e subito. La borsa ha immediatamente risposto positivamente e lo spread è un poco sceso.

D’accordo, non c’è da prestare troppa attenzione alle oscillazioni della borsa che, almeno quando si tratta come in questo caso di movimenti contenuti, sono tranquillamente manipolabili: bisognerà vedere quanto e come dura nelle prossime settimane.  Però qualcosa potrebbe voler dire il nuovo realismo sfoderato da Salvini, per quanto con una rappresentazione beffarda e di sufficienza tanto per non contraddire il suo personaggio.

Le interpretazioni possibili sono più d’una, sebbene si debba andare per intuizioni. Soprattutto la svolta è arrivata ancora una volta in solitaria dal “Capitano”, perché giusto il giorno prima il pasdaran leghista Borghi aveva ripetuto il solito ritornello del “chi se ne frega dell’Europa” in risposta al monito alla cautela del ministro Tria, che continuava a voler rassicurare mercati, investitori internazionali e cancellerie della tenuta del sistema-Italia. È dunque ipotizzabile che l’unica vera mente politica del governo giallo-verde abbia capito che la corda era stata tirata al punto di rischiare di spezzarsi: Tria è un ministro serio e competente e si può immaginare che non possa reggere a lungo coprendo una corsa allo sfascio. Ma se Tria dovesse dimettersi, probabilmente si tirerebbe dietro il ministro degli esteri Moavero Milanesi (entrambi sono di fatto ministri di garanzia supportati dal Quirinale) e questo comporterebbe una crisi di governo di non facile soluzione.

E’ anche possibile che ci sia un’altra spiegazione: l’insoddisfazione di quote influenti dell’elettorato leghista al Nord che non desiderano vedere le loro economie andare alla malora. I governatori leghisti di Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia probabilmente hanno fatto presente al loro leader che, come diceva l’avvocato Agnelli, i voti non solo si contano, ma si pesano. Dunque bene la crescita di consensi che secondo i sondaggi arriva dalla politica muscolare sull’immigrazione, tollerabile qualche sacro furore su roba come la riforma della legittima difesa, ma perdere un rapporto forte con gli industriali e i ceti produttivi settentrionali sarebbe alla lunga rischioso.

La terza spiegazione possibile è che Salvini abbia fatto un pensiero serio alle prossime elezioni regionali (e più avanti ci sarà una nuova tornata di amministrative). In quei contesti non può vincere facendo asse coi Cinque Stelle, perché quell’alleanza toglierebbe voti ad entrambi, ma deve puntare sul tradizionale centrodestra. E qui il peso delle forze economiche che non guardano con favore alle politiche economiche arrischiate è notevole. Un insuccesso alle prossime regionali d’autunno non darebbe un buon viatico alla Lega per le successive elezioni europee.

Certo questa nuova politica del leader leghista, momentanea o di più lungo periodo che sia, non può piacere ai penta stellati. Si dice che Di Maio abbia ottimi rapporti personali con Salvini, ma ciò confermerebbe solo che il capo politico del M5S non ha uno sguardo lungo e si accontenta dello spazio propagandistico che il suo dirimpettaio gli lascia, convinto che questo sia sufficiente a garantirgli una posizione dominante. Quel che sembra di capire è che la compagine governativa dei Cinque Stelle lo segue compatta perché si è troppo affezionata alle poltrone nonostante fatichi ad occuparle facendo azione di governo piuttosto che propaganda. Anche in questi casi ovviamente si è notato che qualche retromarcia la si è dovuta fare: Toninelli sputa fuoco e fiamme sulla questione del viadotto Morandi, ma ultimamente ha dovuto dire che si sta valutando, si sta pensando, ecc. e ecc., perché si è accorto che non c’è possibilità di andare avanti a colpi d’accetta. Ha buttato lì di essere stato oggetto di oscure pressioni, ma, siccome non ha saputo dire da parte di chi, la faccenda dà la netta impressione di essere il solito artificio retorico. Così Bonafede ha mostrato qualche cautela in più sui temi della giustizia. Poi naturalmente rimangono quelli che devono fare spettacolo, come il sottosegretario Fioramonti che recluta l’ex Iena televisiva Giarrusso per fare inchieste sui concorsi universitari manipolati: anche questo un argomento dejà vu che si sa già non risolverà nulla.

Insomma da più di un verso potrebbe darsi si assisterà ad un passaggio delicato: se Salvini riesce a tenere insieme il governo su una linea accettabile in campo economico e riesce a smorzare il confronto antieuropeo, riciclandolo ad uno scontro contro Macron e gli avversari del sovranismo, si è assicurato un giro di boa della massima importanza. Deve manipolare i Cinque Stelle rendendoli contenti di un po’ di lenticchie governative e concedendogli solo una intemerata solo parolaia: ma non sembra un’impresa difficile.