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28 ottobre 2020
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Una fase difficile

Paolo Pombeni - 21.09.2016
Bratislava Summit 2016

Il governo Renzi sta attraversando un periodo difficile. Con il clima generale è un bel problema, perché troppi puntano a farlo saltare, sebbene nessuno abbia chiaro in testa cosa fare dopo. La pericolosità della situazione sta proprio qui.

Il tema del referendum rimane caldo, anche se non si può dire che appassioni larghe fasce di opinione pubblica. I sostenitori delle due tesi si confrontano, ma la frammentazioni delle ragioni che supportano il sì come di quelle che supportano il no non contribuiscono a far maturare le opinioni. Dall’una e dall’altra parte si oscilla fra slogan populistici (bisogna tagliare le poltrone; la dittatura antidemocratica è alle porte) e ragionamenti complicati sul contenuto delle norme (il nuovo senato è o meno un autentico organo di rappresentazione dei territori?). Difficile in questo clima capire veramente cosa succederà nelle urne.

Ovviamente ciò incrementa il nervosismo tanto della maggioranza quanto delle opposizioni. L’andamento dell’economia che non è positivo non consente al governo di sfruttare l’argomento lanciato con troppo ottimismo della luce che si iniziava a vedere in fondo al tunnel, mentre sul versante opposto fornisce un’ottima occasione alle opposizioni per denunciare il fallimento di Renzi e dei suoi ministri. Il tutto sullo sfondo di una sessione di bilancio che inizierà fra poco e in cui si dovrà presentare una legge finanziaria che si intuisce si sta facendo molta fatica a scrivere.

Tutto il lobbismo è già al lavoro per evitare che la normativa colpisca le rispettive rendite o non lo faccia più di tanto. A questo si aggiungono le pressioni della finanza locale già stressata dai tagli degli anni precedenti e in difficoltà ormai a gestire la miriade di fronti su cui sono impegnate regioni e comuni. Già di suo la approvazione della legge di bilancio assomiglia sempre ad una casba parlamentare, ma quest’anno si teme che la faccenda raggiunga aspetti parossistici.

Di fronte a questo quadro Renzi sta perdendo anche la carta del riconquistato peso internazionale, carta che sembrava disponibile sino a qualche tempo fa. Perché la situazione è mutata? Non certo perché il coinvolgimento del nostro premier nel vertice europeo fosse puramente di facciata. Nelle attuali difficoltà dell’Europa sia la Germania che la Francia avevano ed avrebbero ancora tutto l’interesse ad acquisire il rafforzamento di immagine che viene dalla presenza della terza gamba che sta all’origine dell’Europa (che nella mitologia, ma non solo, nasce dall’iniziativa di Schuman, Adenauer e De Gasperi). Il fatto è che la Germania non è in grado di “venire incontro” ai bisogni dell’Italia, e Hollande è un leader troppo azzoppato per fare più che la “spalla” della signora Merkel.

Vediamo la situazione in dettaglio. Renzi ha bisogno di due cose: soprattutto un intervento sulla questione migranti, e in seconda battuta un atteggiamento morbido nella gestione dei vincoli di bilancio. Sono due fronti su cui una leader a sua volta indebolita come la Merkel non riesce a dare alcun contributo. Per lei aprire sul fronte della ridistribuzione delle quote di migrazione significa portare ossigeno alla causa dei populisti della AfD che già stanno crescendo a dismisura nelle varie occasioni elettorali. Inoltre impegnare fondi come giustamente vorrebbe l’Italia per favorire di fatto il ritorno o la permanenza dei migranti in Africa significa rompere con il fronte dei paesi dell’Est che sono un tradizionale spazio di attenzione della politica di Berlino. Quanto a venire a considerazioni meno ottusamente ortodosse sul fronte dei bilanci pubblici vuol dire entrare in rotta di collisione con le sue istituzioni finanziarie e con quelle dei paesi del Nord Europa che vedono notoriamente i “mediterranei” come spensierate cicale che vogliono campare su quanto hanno messo da parte le coscienziose formichine nordiche.

Con difficili tornate elettorali alle porte la signora Merkel non ha grandi spazi di manovra e Hollande, malmesso com’è in patria, non può bruciare la rendita di posizione di presentarsi come il partner che codirige la UE. Il fatto è che anche Renzi ha le sue prove elettorali da affrontare e l’emergenza migranti è ormai per lui un capitolo esplosivo. Ventimiglia, Milano, Como trasmettono immagini di quel che è la “frontiera” italiana, mentre sulle nostre coste del Sud si riversano giornalmente nuovi e imponenti sbarchi. La gestione di questa situazione genera non solo insicurezza nella pubblica opinione, ma anche scandali per la organizzazione spesso disinvolta (a dir poco) nella gestione di questa massa di persone.

La difficile situazione economica in cui la ripresa è quasi impercettibile richiederebbe in più al governo di poter intervenire con investimenti e provvedimenti tampone. Tutte cose che gli ortodossi di Bruxelles e Berlino vedono come fumo negli occhi, facendosi forti del pregiudizio, purtroppo non infondato, che poi gli italiano non sono in grado di sfruttare bene e onestamente gli spazi di manovra che, al di là delle regole, possono venir loro concessi.

In queste condizioni Renzi non può affrontare una prova ambigua come il referendum senza puntare ad un consolidamento della sua immagine di leader. Farlo in contrapposizione alle leadership europee è senz’altro rischioso, ma con una opposizione irresponsabile che punta solo allo sfascio non è che abbia al momento alternative.