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21 novembre 2020
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Una donna al Quirinale

Donatella Campus * - 27.01.2015
Pirotti, Finocchiaro e Bonino

Mai come in occasione di questa elezione presidenziale l’ipotesi che venga eletta una donna al Quirinale è al centro di una pubblica discussione nel circuito politico -mediatico. Segno questo che, effettivamente, dopo lunghi decenni in cui la classe politica italiana non ha mai davvero affrontato il problema dell’esigua rappresentanza femminile in politica, oggi è in atto un cambiamento rispetto al modo di percepire il ruolo delle donne. Una tendenza che ha già prodotto risultati evidenti. In primo luogo, le ultime elezioni hanno visto aumentare notevolmente il numero di donne in Parlamento. In secondo luogo, la presenza femminile negli esecutivi risulta assai più rilevante che in passato. Già a partire dal governo Monti tre donne sono state poste in ministeri chiave, rompendo quella che, escluse pochissime eccezioni, era la prassi consolidata di confinare la componente femminile in ministeri  cosiddetti “da donne”, ovvero quelli che hanno a che fare con la cura, come istruzione, sanità, ambiente e pari opportunità. In seguito, entrambi i governi Letta e Renzi hanno proseguito nel potenziamento della presenza femminile sia dal punto di vista numerico sia dal punto di vista dell’attribuzione di ministeri di primaria importanza. Il clima d’opinione sembra, quindi, essere diventato più favorevole all’impegno politico delle donne nonché a una loro ascesa alle più altre cariche.

Quando si tratta di posizioni di vertice, come è la Presidenza della Repubblica, vale ovviamente il principio che si deve selezionare il candidato con il profilo più appropriato al ruolo, uomo o donna che sia. Quel che, però, deve anche avvenire in una democrazia matura è che nella rosa dei papabili rientrino candidati di entrambi i sessi e che essi siano tutti percepiti come avere concrete possibilità di successo. Per questo, anche se questa volta una donna non dovesse essere eletta, costituirebbe comunque un passo in avanti il fatto che nomi di donne ricevano un’adeguata considerazione. Certamente, se poi si dovesse davvero eleggere una donna, questo sarebbe un evento di grande importanza in quanto la neoeletta Presidentessa della Repubblica diventerebbe immediatamente un modello di ruolo per il solo fatto di essere la prima a infrangere questo “soffitto di cristallo”. Poiché ricerche internazionali ci dicono che, tra le cause della sotto-rappresentazione delle donne in politica, vi è anche una minore propensione delle giovani donne rispetto ai loro coetanei uomini a dedicarsi alla carriera politica, si ritiene che esempi di donne che hanno avuto successo possano diventare fonte di ispirazione per le generazioni più giovani. In Italia, da questo punto di vista, vi è sempre stata una scarsità di modelli di ruolo, cioè di figure femminili associate al potere ed entrate nell’immaginario collettivo. Ecco perché una donna che arrivasse ad assumere la più alta carica dello Stato, con tutta la visibilità e la notorietà che da ciò consegue, potrebbe davvero agire come un importante motore di cambiamento.

Al tempo stesso, però, non si deve neppure caricare l’eventuale elezione di una donna al Quirinale di aspettative eccessive. Infatti, il Presidente della Repubblica non è eletto attraverso un voto popolare mentre l’esperienza insegna che è soprattutto durante le campagne elettorali che le donne vengono fatte oggetto di discriminazioni, in quanto una competizione aperta e dura implica attacchi personali che talvolta sconfinano nel sessismo e uno scrutinio mediatico spesso influenzato da stereotipi di genere. Insomma, i percorsi che portano le donne alle posizioni di vertice non sono tutti uguali e quello elettorale è indubbiamente il vero banco di prova per verificare se un paese si è lasciato alle spalle i pregiudizi ed è davvero pronto ad affidare la leadership a una donna. Tanto per fare un esempio illuminante, nel 2008 Hillary Clinton incontrò molti ostacoli di questa natura sulla strada verso la presidenza e fu sconfitta alle primarie, nonostante che negli Stati Uniti diverse donne, quali le due segretarie di Stato Madeleine Albright e Condoleezza Rice, avessero già rivestito ruoli di grande potere e influenza. Anche in Italia, potremmo, pertanto, affermare di avere raggiunto una situazione di pari opportunità quando una donna leader di un partito o di una coalizione vincerà le elezioni e diventerà primo ministro. Nel frattempo, però, eleggere un Presidente della Repubblica donna sarebbe un evento storico e contribuirebbe certamente a far sì che i segnali positivi del recente passato non rimangano successi estemporanei, ma si consolidino e preparino il terreno per successivi passi in avanti.

 

 

 

 

* Professore Associato di Scienza Politica, Università di Bologna.