Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Una costituzione anti-schiavista (1865)

Arnaldo Testi * - 14.02.2015
Costituzione americana

La costituzione degli Stati Uniti è, da un secolo e mezzo, una costituzione anti-schiavista. Lo è perché prima era una costituzione schiavista. Sarà pure, come qualcuno sostiene, un modello di carta liberale tutta procedurale, breve e non ideologica, la più vecchia del mondo fra quelle vive. E tuttavia come molte carte costituzionali (per esempio la nostra, anti-fascista) porta evidenti nel corpo i segni della sua storia, delle tragedie e dei riscatti che l’hanno plasmata. Ed è, nel suo funzionamento attuale, tutt’altro che vecchia e breve. È certamente lo scarno testo del 1787. Ma è anche i ventisette emendamenti formali successivi; e, forse soprattutto, i molti volumi di lavoro di interpretazione e adattamento scritti dalla Corte suprema – nel corso di oltre due secoli.

Nella costituzione americana la parola “schiavitù” compare solo nel Tredicesimo emendamento, approvato dal Congresso esattamente centocinquanta anni fa, il 31 gennaio del 1865, ed entrato in vigore alla fine di quell’anno. Vi compare per dichiararla abolita, per dire che non esisterà più, dopo il bagno di sangue della Guerra civile. (È l’evento celebrato da Spielberg nel film Lincoln) Prima di allora la parola maledetta non vi era mai nominata. I Padri fondatori non se l’erano sentita, per pudore, per vergogna, per non macchiare di infamia il sacro testo. Ma la cosa reale, tramite perifrasi chiarissime agli occhi di chiunque, c’era eccome. Con un peso fondante, strutturale, costituente.

La costituzione del 1787 dice che chiunque “soggetto a servizio o lavoro” in uno degli stati fugga in un altro stato, sarà riconsegnato “alla parte cui detta prestazione è dovuta” (cioè, gli schiavi fuggiaschi saranno restituiti ai proprietari). Dice che “l’importazione di persone” (cioè la tratta degli schiavi) non potrà essere vietata per almeno vent’anni. Dice soprattutto che il numero dei deputati di ciascuno stato nella Camera dei rappresentanti sarà proporzionale alla sua popolazione, calcolata aggiungendo al numero delle “persone libere” i tre quinti di “tutte le altre persone” (cioè gli schiavi). In un gioco perverso, gli schiavi aumentavano la rappresentanza in Congresso, e quindi 
il potere, dei loro padroni.

È questo il grande compromesso da cui nacquero gli Stati Uniti. Gli stati schiavisti del Sud non avrebbero mai sottoscritto il patto di federazione se la schiavitù non vi fosse stata protetta. Alla fine della Guerra civile il patto fu rifondato, e queste parti della costituzione furono abrogate o modificate. E tuttavia non sono state davvero espunte dal testo. Continuano a comparire in corsivo nelle edizioni ufficiali (per esempio nel sito del Senato), chiunque può leggerle, accompagnate dalle opportune spiegazioni e dagli emendamenti che, appunto, le emendano. La storia, la storia tremenda della servitù a vita ed ereditaria a base razziale, non è cancellata. È piuttosto raccontata in pubblico e messa in prospettiva.

In effetti, alcuni aspetti cruciali di questa storia sono ancora con noi. La distribuzione territoriale del lavoro servile ha condizionato il disegno complessivo della costituzione, in particolare la sua organizzazione federale, l’attribuzione agli stati di ampi poteri (qualcuno disse di parziale sovranità), la loro rappresentanza paritaria in Senato, il loro ruolo nella elezione indiretta, per stati appunto, del presidente: erano, anche queste, garanzie pretese dagli stati schiavisti per difendere la loro “istituzione peculiare”. Il federalismo americano, compreso il farraginoso sistema elettorale presidenziale, è anche il prodotto e il retaggio della presenza storica della schiavitù.

Ma c’è di più. Il federalismo americano come lo conosciamo oggi è un prodotto e un retaggio della abolizione della schiavitù. Il Quattordicesimo emendamento del 1868, per garantire meglio i diritti di cittadinanza agli ex-schiavi liberati, dice che gli americani sono in primo luogo cittadini degli Stati Uniti e solo in secondo luogo cittadini dei rispettivi stati – proprio il contrario di quanto era avvenuto fino ad allora. Stabilisce dunque una nuova gerarchia di autorità, riconosce al governo federale un inedito primato sui governi statali, fonda un sistema federale più nazionale e centralizzato. La costituzione americana antischiavista è quindi cosa nuova, nella forma e nella sostanza. Segna una rottura drammatica con il passato. Di questa rottura porta evidenti nel corpo i segni, le ferite.

 

 

 

 

* Arnaldo Testi insegna storia degli Stati Uniti all’Università di Pisa. Questo articolo è comparso sul suo blog, Short Cuts America (https://shortcutsamerica.wordpress.com)