Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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Una “riforma costituzionale” in salsa cinque stelle

Maurizio Griffo * - 02.09.2020
Taglio parlamentari

Il prossimo 20 e 21 settembre saremo chiamati alle urne per votare una legge di modifica costituzionale che prevede una riduzione del numero dei parlamentari. Una riduzione operata in modo simmetrico e proporzionale. La camera dei deputati, infatti, dovrà avere 400 componenti e non 630 e il Senato 200 invece di 315.

Il tema della riduzione dei parlamentari non è nuovo, ma ha accompagnato la discussione sulle modifiche costituzionali che, purtroppo infruttuosamente, si svolge da alcuni decenni in Italia. Senza pretendere a una ricostruzione complessiva, basterà fare alcuni esempi significativi. La commissione bicamerale Bozzi, che ha lavorato tra il 1983 ed il 1985, aveva proposto una riduzione dei parlamentari (sia pure senza specificare il numero), ma tale diminuzione era parte di un più ampio ventaglio di proposte. In particolare si suggeriva una rimodulazione del meccanismo della fiducia e una differenziazione dei compiti delle due camere, con il superamento del bicameralismo simmetrico.

Saltando parecchi passaggi intermedi, successive commissioni bicamerali, progetti di riforma approvati e non ratificati, passiamo a quanto è accaduto in epoche molto più recenti. Nel dicembre 2016, gli elettori italiani sono stati chiamati a pronunciarsi su di una legge di modifica costituzionale, approvata dalle camere, che prevedeva una riduzione del numero dei parlamentari. Una riduzione che interessava solo il Senato, che sarebbe passato da 315 a 100 componenti. Tuttavia, anche in questo caso la riduzione dei parlamentari non era fine a se stessa, ma era parte di un progetto più organico di riforma; e anche in questo caso la riduzione del numero dei parlamentari era il necessario sottoprodotto della rimozione di una anomalia che costituisce un poco invidiabile primato italiano, il bicameralismo simmetrico o paritario; cioè il fatto che le due camere abbiano le stesse competenze legislative, e di indirizzo politico (votano entrambe la fiducia al governo).

In questo caso, invece, ci troviamo di fronte a una modifica puntuale che senza modificare le competenze delle due camere si limita a quello che è stato definito icasticamente un taglio lineare dei componenti del parlamento. Perciò, contrariamente a quello che ritengono alcuni osservatori ottimisti e ben intenzionati, la riduzione dei parlamentari oggetto del referendum non è un primo, per quanto piccolo, passo nella direzione giusta, ma è una misura fine a se stessa. Certo, a voler essere generosi in fatto di passi avanti,  si potrebbe dire che, stando agli accordi con cui l’anno scorso si è dato vita all’attuale governo, il taglio dei parlamentari doveva essere accompagnato dalla approvazione di una nuova legge elettorale. Tuttavia una legge elettorale, per quanto importante è una legge ordinaria che non richiede un iter speciale, quindi sotto il profilo delle modifiche costituzionali il taglio resta una misura autoconclusa e non prodromica a ulteriori modifiche. Peraltro anche questa nuova legge elettorale è ancora di la da venire.

Da questa breve analisi risulta che la diminuzione dei parlamentari non è l’inizio di un processo riformatore, volto a migliorare la qualità della rappresentanza o a far funzionare meglio il parlamento, ma risponde alle finalità perseguite dalla forza politica che è l’alfiere di questa misura, il Movimento cinque stelle: colpire la casta dei politici di professione, una casta di parassiti e di profittatori che occorre penalizzare. In sostanza, la ratioche ha mosso questo intervento sembra ipotizzare come suoi possibili ulteriori sviluppi solo ulteriori tagli lineari della vituperata casta. Così, di taglio in taglio, si potrà arrivare felicemente alla meta finale enunciata da sempre dai padri fondatori del Movimento: la totale scomparsa del parlamento. A prendere le decisioni politiche basterà allora la piattaforma Rousseau o, magari, il consiglio di amministrazione della Casaleggio e associati.

 
 
 
 
* Insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli