Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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Un test per tutti: la bomba nordcoreana, la fine della deterrenza e la mancata leadership statunitense.

Dario Fazzi * - 09.01.2016
Bomba nordcoreana

Il recente annuncio secondo il quale la Corea del Nord avrebbe sperimentato con successo armi termonucleari, le cosiddette bombe all’idrogeno o bombe-H, ha scosso l’opinione pubblica mondiale, confermando, almeno in parte, la stratificazione e il consolidamento di una coscienza assolutamente contraria alla proliferazione degli ordigni atomici. Nonostante i proclami, però, la detonazione avvenuta nelle prossimità della capitale nordcoreana parrebbe non esser stata provocata da una bomba-H “pura”, basata cioè su una reazione di fusione nucleare in grado di rilasciare una quantità di energia nell’ordine dei megatoni (milioni di tonnellate di tritolo).

 

Più verosimilmente si tratterebbe di una più tradizionale arma atomica il cui rilascio di energia avviene per fissione nucleare e la cui portata distruttiva si situerebbe nell’ordine di qualche decina di chilotoni (migliaia di tonnellate di tritolo), non di molto superiore cioè alle armi utilizzate dagli statunitensi a Hiroshima e Nagasaki. Nel caso nordcoreano, si tratterebbe, se le analisi degli esperti dovessero confermarlo, di un’arma atomica arricchita all’idrogeno, dove questo elemento chimico svolgerebbe un ruolo di moltiplicatore di energia e, assieme, una funzione molto più fisica che chimica, cionondimeno molto importante. L’idrogeno, infatti, renderebbe la testata molto più leggera e simili ordigni ibridi sarebbero installabili molto più facilmente sui missili di medio e lungo raggio che il regime nordcoreano ha già più volte testato negli ultimi anni. Con questo test, dunque, la Corea del Nord non violerebbe soltanto tutta una serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma verrebbe a costituire una preoccupante minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali.

 

A ragione, dunque, i principali osservatori si sono interrogati sul reale scopo di una simile irritante e preoccupante provocazione. E il disaccordo, in tal senso, è emerso in merito agli ipotetici destinatari finali di tale messaggio. Per alcuni, la Corea del Nord avrebbe voluto alzare la posta in gioco – e garantirsi in tal modo una migliore posizione negoziale – nei confronti degli Stati Uniti. Il regime di Pyongyang è quello più sanzionato al mondo e, in un momento molto particolare durante il quale la leadership statunitense appare logora e ingolfata tanto su questioni interne quanto su scenari mediorientali di non facile soluzione, un rilancio del genere potrebbe essere usato come chiavistello per sbloccare delle discussioni arenatesi da diversi mesi e ottenere delle aperture – sulla falsa riga di quanto avvenuto con l’Iran – inimmaginabili in precedenza.

 

Secondo altri, la minaccia rappresentata dal test nucleare avrebbe avuto come diretto destinatario il tradizionale alleato e protettore nordcoreano, quella Cina che naviga, da un punto di vista principalmente economico e finanziario, in acque tutt’altro che tranquille. L’oggetto di preoccupazione della leadership nordcoreana non sarebbe stato soltanto il timido riavvicinamento tra la Cina e la Corea del Sud, ma il timore che l’attuale crisi economica di Pechino possa provocare nel medio periodo un disengagement sostanziale da parte cinese nella difesa dell’integrità territoriale e della sicurezza nazionale di Pyongyang. Da qualche mese, infatti, la Cina è costretta a inondare di liquidità i principali mercati finanziari di riferimento, nel tentativo di arginare le speculazioni degli investitori internazionali. Si tratta di uno scenario che gli analisti prevedono perdurare almeno per tutto l’anno e che potrebbe avere delle ripercussioni profonde nei flussi degli investimenti cinesi diretti all’estero – principale forma di approvvigionamento finanziario per Pyongyang.

 

Altri ancora, infine, prediligono concentrarsi sulla pista interna, leggendo tra le righe dell’annuncio null’altro che l’ennesimo tentativo da parte di Kim di consolidare la propria leadership sia militare che politica, in vista di un importante congresso del partito comunista nordcoreano previsto nel 2016 per la prima volta dopo ben trentasei anni.

 

Pur verosimili e in tutto compatibili tra loro, queste analisi tendono tuttavia a distogliere l’attenzione dalla reale portata innovativa del segnale inviato dalla Corea del Nord, a prescindere da quale possa essere il destinatario prescelto. Il test nucleare, infatti, da un lato parrebbe aver messo in seria difficoltà la tenuta di un concetto che sembrava ormai consolidatosi nelle relazioni internazionali, quello della deterrenza nucleare, e dall’altro rappresenterebbe l’epitomo del fallito tentativo statunitense di debellare la proliferazione nucleare su scala internazionale.

 

Per quanto riguarda la deterrenza nucleare, va detto che secondo questo principio le armi atomiche rappresenterebbero uno strumento che, pur privo di sostanziale utilità da un punto di vista strategico e militare, garantirebbe in realtà, da un punto di vista simbolico, lo status di grande potenza e, da un punto di vista più strettamente politico, un’adeguata difesa alla sicurezza nazionale. Negli ultimi decenni, tale assioma ha mantenuto la propria validità in contesti sia globali che regionali; India e Pakistan si sono ad esempio reciprocamente vincolati a un equilibrio delicatissimo fondato sulle regole classiche della deterrenza. Israele ha fatto della deterrenza nucleare l’ultimo bastione della propria stessa esistenza, mentre Gran Bretagna, Francia e Cina hanno continuato a preservare i propri arsenali atomici precisamente per una questione di prestigio internazionale.

 

Eppure, l’assioma della deterrenza si basa su un assunto preciso, che è quello della piena razionalità degli attori in causa. Del resto, la teoria della deterrenza non ha mai contemplato fino in fondo la possibilità di un errore, sia esso di valutazione, umano, artificiale o accidentale. La perdurante impenetrabilità dei decision makers nordcoreani unita al protagonismo e alle idiosincrasie personali di Kim rimescola dunque le carte in gioco e sfuma i contorni di una razionalità data invece troppo spesso per scontata. In tal senso, risulta difficile intuire fino a che punto le testate di Pyongyang possano essere considerate dei veri deterrenti, delle chips negoziali o degli strumenti atti ad aggredire.

 

Dall’atro lato, poi, il test nordcoreano mette in luce tutti quei limiti e quelle contraddizioni che hanno caratterizzato le scelte (non) compiute dagli Stati Uniti in materia di disarmo nucleare. In primis, la mancata ratifica da parte del Senato del Comprehensive Test Ban Treaty (il trattato per la messa al bando definitiva dei test nucleari firmato nel 1996), rende la posizione statunitense moralmente e politicamente più debole nei confronti dell’interlocutore asiatico. Nonostante nel 2009,  all’alba della sua lunga presidenza, Obama avesse dichiarato che avrebbe impegnato la propria amministrazione nella ricerca della ratifica del CTBT da parte del Senato in maniera “immediata e risoluta,” quest’atto formale è ancora di là dal venire. Nel 2014, lo stesso Segretario di Stato Kerry, pur definendo i passi compiuti nella creazione di un sistema di monitoraggio della radioattività su scala globale come uno “dei principali successi del mondo contemporaneo”, ha dovuto ammettere che per quanto robusto l’intero schema di prevenzione globale della proliferazione nucleare è ancora incompleto e fragile. Senza una presa di decisione chiara, netta e formale da parte degli Stati Uniti su questo punto, fenomeni come la minaccia nordcoreana saranno destinati a ripetersi.

 

Assieme alla mancata chiusura della base di Guantanamo, alla recrudescenza delle tensioni razziali all’interno del paese e all’incapacità di attuare uno stringente controllo sul possesso delle armi, la mancata ratifica del CTBT rischia dunque di costituire uno dei più eclatanti fallimenti del presidente – e del Congresso – statunitense. 

 

 

 

 

* Dario Fazzi, ricercatore di storia degli Stati Uniti presso il Roosevelt Study Center di Middelburg, Olanda. Si occupa di politica e società statunitensi e in particolare di guerra fredda e relazioni transatlantiche.