Ultimo Aggiornamento:
03 dicembre 2022
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Un perverso gioco del cerino

Paolo Pombeni - 18.05.2022
Cerino

Le forze politiche sembrano per lo più impegnate in un perverso gioco del cerino: se lo passano rapidamente di mano in mano nella speranza che a scottarsi, magari seriamente, sia il vicino. In questo caso dietro la metafora del cerino sta la permanenza del governo Draghi, che a parole nessuno, Meloni a parte (ma anche lei più per dire che per fare), intende far cadere, mentre molti lavorano a minarne la tenuta.

Poi sarà magari vero che per ora si accontentano di azzopparlo, perché nessuno vorrebbe veramente correre subito alle urne coi tempi che corrono, ma è piuttosto difficile immaginare che si possa andare avanti in queste condizioni senza che prima o poi scatti il corto circuito. Draghi comincia ad essere messo sotto accusa da una parte di commentatori che lo vedono troppo disponibile a retrocedere sulle riforme (e non parliamo dei non pochi membri dei gruppi dirigenti che non lo amano per via di passati diverbi o anche un po’ per l’invidia di non essere al suo posto). Non parliamo di Salvini e Conte che non perdono occasione per proporre alternative alle politiche del governo e per reclamare come loro grandi vittorie qualsiasi modesto aggiustamento delle riforme in itinere.

Alcuni si chiedono come il premier possa sopportare tutto questo. La spiegazione è probabilmente duplice. Innanzitutto Draghi è un uomo navigato nelle istituzioni e sa bene che chi sta lì dentro non può illudersi di avere a che fare solo con spiriti eletti. È un mondo ricco di meschinità, di calcoli di cortissimo respiro, che in genere si ritorcono prima o poi contro chi li fa, e dunque si possono valutare quei comportamenti come prezzo inevitabile che l’uomo di governo è costretto a pagare se vuole raggiungere i suoi obiettivi. Vi è però un secondo elemento che, riteniamo, costringe il premier ad un eccesso di sopportazione: nella contingenza in cui siamo coinvolti il paese non riuscirebbe ad uscire indenne da una crisi politica che per prima cosa lo bloccherebbe in un momento di passaggio nonché di tensioni internazionali e che poi lo lascerebbe alle prese con le incognite sui modi di uscire da un’impasse poco gestibile.

Un limitato, ma non inesistente gruppo di uomini politici ha ancora il senso di quelle che una volta si sarebbero chiamate le responsabilità di fronte alla storia: fra questi ci sono innanzitutto Mattarella e Draghi che hanno piena consapevolezza del tornante storico di fronte al quale ci troviamo.

Basterà però di fronte a tutto questo appellarsi al vecchio motto del “non ti curar di lor ma guarda e passa”? Iniziamo ad avere qualche dubbio in proposito. Gli attacchi alle politiche riformatrici esistono, velati o espliciti che siano. Non andrebbe sottovalutata la decisone del sindacato dei magistrati di scioperare contro una riforma certamente poco giacobina come quella presentata (e negoziata anche con loro) dal ministro Cartabia. Basta prendere sul serio alcuni degli slogan dei promotori dello sciopero, che, va detto chiaramente, non rappresentano affatto tutta la loro categoria, per capire la capziosità dell’impresa. Dicono che la riforma non migliora le cose, che la normativa sul CSM non depotenzia il potere delle correnti (di cui loro fanno poi parte …). Ma se è così che senso ha fare le barricate contro norme inefficienti? Forse che loro in questi anni si sono battuti per qualcosa di meglio?

Il problema è che siamo di fronte all’avanguardia delle resistenze corporative che vengono da una categoria che ha il permesso e l’intangibilità per comportarsi così. Pensate a cosa sta avvenendo dietro le quinte per tutte quelle corporazioni che devono agire con maggiori cautele, ma che stanno fiutando che c’è abbondanza di offerte di padrinaggio da parte di forze politiche in cerca disperata di voti. Chi sta lavorando a monitorare come si sta gestendo la partita del PNRR riporta di un discreto caos a fronte del corto circuito di competenze fra ministeri, grandi agenzie (tipo Cassa Depositi e Prestiti), comuni, nonché regioni messe un bel po’ ai margini. Tutti a invocare competenze che si faticano a trovare nelle quantità richieste, mentre si fa presente che non è con un massiccio reclutamento di “novizi” che nel giro di qualche mese tapperai quei buchi di competenze complesse (tecniche, amministrative, giuridiche, manageriali, roba che chi le ha è già ben collocato nel mercato del lavoro).

Naturalmente c’è chi con un onesto cinismo fa notare che ben difficilmente i partiti vorranno far saltare questo governo per intestarsi loro la stesura di una legge di bilancio inevitabilmente complicata e che non porterà molti voti. Meglio continuare col gioco del cerino: ciascuno chiede interventi impossibili giusto per poi dire al proprio elettorato che se non si sono avuti è colpa degli avversari. Poi la sintesi la si farà fare a Draghi e ai suoi tecnici e si farà quadrare il cerchio delle colpe.

Potrebbe forse (molto forse) funzionare se non fossimo un paese assai indebitato che non può perdere di credibilità verso i suoi creditori, che non sono dei sempliciotti che non leggono le analisi, non hanno chi li informa di quanto sta accadendo, e via dicendo. Poiché non è così è concreto il rischio che si continui nell’andamento non proprio felice dello spread in questi ultimi mesi. E allora a vari politici non basterà girare per i talk show e dare interviste a raffica per reggere l’urto degli eventi che si preparano.