Ultimo Aggiornamento:
19 ottobre 2019
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Un governo senza meta

Paolo Pombeni - 30.01.2019
Al Sisi e Di Maio

Se volessimo giocare un po’ con le parole e le immagini, diremmo che l’attuale governo giallo-verde naviga senza avere a disposizione alcun porto sicuro di approdo. Visto quel che sta succedendo, l’immagine rischia di essere truce.

Imprigionati nelle loro strategie elettorali i due dioscuri, Salvini e Di Maio, sorvolano sui problemi profondi del paese e giocano soltanto a buttarla in caciara, si tratti di proclamare una immaginaria sacra difesa dei confini o di inneggiare al ritorno del welfare state grazie al reddito di cittadinanza. Naturalmente con un sistema mediatico che se li disputa, accanto all’ineffabile Di Battista, per i propri palcoscenici non c’è nemmeno da meravigliarsi troppo se lo spettacolo continua: si sa che la carne è debole.

Per chi volesse guardare le cose con un poco più di distacco la faccenda è ben più complicata. Innanzitutto la bocciatura da parte del Capo dello Stato del decreto semplificazioni è una figuraccia di non poco conto, soprattutto per un Presidente del Consiglio che è anche un professore di diritto, sia pure di diritto privato. Che l’abuso dei decreti legge come strumenti in cui infilarci di tutto e di più fosse oggetto di critiche pesanti lo sanno anche gli studenti dei corsi base di Diritto Pubblico. Che questa volta si fosse esagerato consentendo al parlamento, anche con opportune istigazioni governative, di infilare in quell’atto ogni genere di provvedimenti era del tutto evidente. Dunque non si può giustificare il fatto che il Presidente del Consiglio, proprio per il suo ruolo, non sia intervenuto a tempo debito. È una distrazione, chiamiamola così, che ne indebolisce assai un profilo che pure molti (incluso Mattarella) cercavano di risollevare.

Non ha certo giovato a recuperare la modestissima performance di Conte su alcune questioni di politica estera. Il suo intervento al forum internazionale di Davos è stato modesto ed a contrastare questa immagine non è certo bastato far circolare le immagini del caffè preso con la Merkel. Il fatto è che sino ad oggi non è riuscito a contenere le uscite sgangherate di pentastellati e leghisti sui nostri rapporti con la Francia. Sebbene sembra se ne siano accorti in pochi, il frutto è l’iniziativa con l’Egitto del presidente Macron che è lesto ad inserirsi in un mercato in cui l’Italia aveva notevoli interessi approfittando delle nostre difficoltà con Al Sisi per la vicenda Regeni (orribile, sia detto chiaro, ma ciò non toglie che di questa tensione i francesi approfittino cinicamente).

Poi è arrivato il pastrocchio delle prese di posizione sul Venezuela, dove per non entrare in contrasto con gli improvvisati esperti di relazione internazionali di M5S ci si è messi a sostenere la posizione pilatesca di chi si limita ad invitare le parti alla concordia nazionale: un invito velleitario, che per di più siamo gli unici a fare fra i grandi paesi europei nostri partner.

Insomma il governo non c’è, checché dicano i due azionisti che divergono su punti importanti, ma lo fanno mettendo subito le mani avanti per affermare che questo non significa che il governo andrà in crisi. La TAV è una delle partite più evidenti, che peraltro richiederà una decisione non rinviabile ancora a lungo, ma anche qui è piuttosto significativo che Cinque Stelle e Lega abbiano due studi divergenti sui costi e sull’impatto dell’opera.

Tuttavia, come è ovvio, la grana maggiore riguarda per l’ennesima volta la questione dei migranti e del permesso di sbarco ad un piccolo numero di persone imbarcate dalla nave di una ONG tedesca (nave che batte bandiera olandese). Qui la questione va oltre il dibattito sulla disumanità di certe prese di posizione e sulla retorica, assai urtante, con cui vengono sostenute.

Che la faccenda sia seria lo si capisce benissimo dall’isolamento in cui è lasciato il nostro paese. Se 47 persone non dovrebbero mettere in crisi l’Italia, altrettanto dovrebbe valere per gli altri stati della UE, e se non è così è perché, lo si ammetta o no, tutti ragionano come Salvini: se si cede una volta poi si apre un precedente che è pericoloso perché nessun paese ha una opinione pubblica favorevole all’accoglienza. Qualcuno dovrebbe però far capire a Salvini e compagnia che questa elementare verità viene oscurata dal loro comportamento inutilmente aggressivo che finisce con lo scaricare su di lui l’immagine dell’arcicattivo.

Certo questo sembra far guadagnare costantemente voti alla Lega, ma al prezzo di indebolire il governo nel suo complesso, perché una volta di più diventa chiaro che il Presidente del Consiglio e il ministro degli esteri non hanno peso politico, nonostante siano poi solo loro ad essere eventualmente in grado di aprire un vero tavolo di confronto con l’Europa.

Come abbiamo già avuto occasione di scrivere, il mondo non si ferma ad aspettare che i risultati delle urne europee del prossimo maggio stabilizzino eventualmente i rapporti di forza nel sistema politico italiano. Ammesso e non concesso che poi veramente questa stabilizzazione avvenga (in politica l’imprevisto è sempre dietro l’angolo), comunque da giugno l’attuale governo o quel che né sopravviverà dovrà fare i conti con i pasticci che è riuscito ad accumulare in questi ormai lunghi mesi di vita. Con lo spettro di una stagnazione economica, se non peggio di una ripresa della recessione economica che rischia nel frattempo, quella sì, di essersi stabilizzata, non ci sarà da stare allegri.