Ultimo Aggiornamento:
12 giugno 2021
Iscriviti al nostro Feed RSS

Un enigma a Cinque Stelle

Paolo Pombeni - 11.05.2021
Candidati SIndaci Roma

La conclusione della abbastanza lunga vicenda della candidatura del centrosinistra a sindaco di Roma lascia a terra tante buone intenzioni (si fa per dire) trascinate nel prosieguo della alleanza giallorossa. Solo inquadrandola in questo contesto si capisce perché la telenovela attorno al Campidoglio sia qualcosa che va ben oltre i fallimenti di altre sfortunate esperienze che hanno connotato le alleanze elettorali fra PD e M5S, tipo quelle per le regionali in Umbria e in Liguria.

Innanzitutto a Roma i Cinque Stelle partivano dalla fuga in avanti della loro sindaca Virginia Raggi che di suo e senza consultare nessuno ad agosto si era candidata per tentare la sua riconferma. Sorvoliamo sul fatto che già così facendo violava il sacro principio dei due mandati senza che ci fosse una particolare attenzione a questo fatto. Ben più rilevante una carriera da sindaco non proprio esaltante: molteplici cambi di assessori, storie non proprio bellissime che la sfioravano, municipalizzate in dissesto, una città con problemi di nettezza urbana e di manutenzione stradale su cui fiorivano leggende. Insomma non esattamente quel che si definisce un leader amato e venerato.

Queste riserve non venivano solo dalle opposizioni in Comune (fra cui si colloca anche il PD), ma da una specie di opinione generale che coinvolgeva, sia pure senza troppa pubblicità, vari ambienti dei Cinque Stelle. Tutto avrebbe dovuto essere sistemato dal fatto che i pentastellati stavano al governo con Giuseppe Conte, che loro riconoscevano come punto di riferimento, ma che tale veniva proclamato anche dall’allora segretario del PD Nicola Zingaretti. L’intesa sembrava così solida che nel momento della crisi del governo Conte 2 il PD si era sostanzialmente lanciato nell’impresa, titanica, di cercare il salvataggio a tutti i costi di quel premier e del governo coi Cinque Stelle. Qualcuno pensiamo ricorderà che il PD giunse al punto di “prestare” una sua deputata perché un abborracciato gruppo di “responsabili” potesse raggiungere il numero previsto per essere riconosciuto come gruppo parlamentare e dare così la maggioranza ad un Conte 3.

Sappiamo come è andata a finire quell’operazione, ma ciò non ha fatto venire meno l’altissimo concetto che al Nazareno avevano dell’ormai ex premier, che nel frattempo era stato designato dall’Elevato Grillo a capo politico di un costituendo rinnovato M5S. L’orizzonte politico avrebbe dovuto vedere un consolidamento dell’alleanza giallorossa, cosa confermata anche dal nuovo segretario del PD Enrico Letta, il quale contava che Conte, con cui aveva scambi apparentemente proficui, sistemasse la partita delle amministrative d’autunno, sicuramente trovando una soluzione per Roma, ma poi anche per le altre città simbolo.

Sulla Capitale la questione era particolarmente ben impostata. 1) Il candidato a cui si pensava era l’ex segretario Nicola Zingaretti che i pronostici davano per vincitore sicuro, dunque un’ottima carta per la coalizione. 2) In cambio del via libera a quella candidatura il PD era disposto a fare molto spazio ai Cinque Stelle al vertice della regione Lazio, forse addirittura a cedere loro quella presidenza: un bocconcino niente male. 3) Sistemando bene la partita delle amministrative d’autunno c’erano buone possibilità che M5S potesse giocare un ruolo chiave nell’elezione del successore di Mattarella e magari garantirsi un poco anche rispetto all’eventualità di conseguenti elezioni anticipate nella primavera del 2022. Di tutto questo si riteneva che Giuseppe Conte fosse ben consapevole.

Poiché tutto è andato a carte quarantotto ci si chiede come mai. Anche qui andiamo per punti. 1) I Cinque Stelle sono più che mai in confusione, sentono l’aria infida del prossimo anno e per questo si arroccano non osando aprire una lotta fra le molte fazioni che ormai li compongono. La Raggi l’ha capito e si è messa a fare il fiammifero acceso che saltella fra i vari bidoni di benzina. Risultato: tutti i cacicchi pentastellati, quelli governisti e quelli protestatari, si compattano in sua difesa.

2) Conte come leader politico non ha appeal e men che meno carisma. Non è in grado di imporsi sulle sue truppe riottose (ma l’avevamo già visto quando era a Palazzo Chigi) e dunque si adegua all’esistente, nonostante questo lo ponga in gravi difficoltà riguardo al suo futuro. Se, come è probabile, l’operazione Raggi si concluderà con un flop, è arduo che sia ancora spendibile per qualche ruolo di peso.

3) L’attuale gruppo dirigente del PD si troverà in grandi difficoltà. Anche lasciando perdere le trovate fantasiose di Bettini, che son buone per alimentare un po’ di gossip politico sui media, Letta e il suo gruppo non si troveranno a proprio agio comunque vada. Nell’improbabile caso che la Raggi uscisse vincente dalla competizione delle urne, i Cinque Stelle avrebbero in mano la carta per ricattare pesantemente il PD che per forza di cose li avrà contrastati in campagna elettorale. E figurarsi se non lo faranno. Nel caso più probabile che la Raggi esca scornata, avranno in ogni modo a che fare col risentimento grillino. Se comunque vincesse il loro candidato, Gualtieri, (non semplice: c’è di mezzo Calenda e al secondo turno non è garantito un sostegno pentastellato) avrebbero egualmente a che fare con gli strascichi di una campagna elettorale molto aspra. Non parliamone se anche il PD perdesse, perché alla fine vince il centrodestra, o perché al ballottaggio arriva Calenda e il PD si trova costretto a sostenerlo. Sono scenari da incubo che ci porterebbero ad una gestione in totale confusione del delicato passaggio della successione a Mattarella.

Aggiungiamoci che comunque anche il risultato di Roma si iscriverà in uno scenario nazionale dove l’andamento dei Cinque Stelle nelle varie sedi, in quelle simboliche, ma anche in quelle meno sotto i riflettori, è destinato ad aprire comunque molte questioni. Il fatto che non ci si pensi continuando a presentare M5S a guida (?) Conte come uno dei pilastri che sorreggono il nostro ponte verso il futuro lo troviamo molto preoccupante.