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24 luglio 2021
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Ultimo atto del semestre italiano sottotono, ma con finale a sorpresa

Gabriele D'Ottavio - 20.01.2015
Riunione al Parlamento di Strasburgo

Gli attacchi terroristici di Parigi e le dimissioni di Napolitano hanno oscurato molte notizie che in circostanze diverse avrebbero probabilmente ricevuto maggiore attenzione dai media italiani. La chiusura del semestre europeo di presidenza italiana è una di queste. A onor del vero, l’ultima giornata del semestre italiano non ha offerto uno spettacolo particolarmente gratificante, a cominciare dall’immagine dell’aula semivuota del Parlamento di Strasburgo in cui Matteo Renzi ha tenuto il suo discorso, per finire con lo «scambio di cortesie» tra il Presidente del Consiglio e il leader della Lega Nord. Approfittando del palcoscenico europeo, l’europarlamentare Matteo Salvini ha duramente attaccato l’operato del governo Renzi, beccandosi per tutta risposta dell’ignorante e del populista.

Chi ha buona memoria ricorderà che anche l’inaugurazione del semestre italiano era stata contrassegnata da un acceso scontro dialettico. Sei mesi fa a criticare il Presidente del Consiglio italiano era stato il neoeletto capogruppo del Ppe, il tedesco Manfred Weber, il quale aveva contestato la richiesta italiana di una maggiore flessibilità nell’applicazione del Patto di stabilità, esprimendo inoltre forti dubbi sulla credibilità progettuale e attuativa del governo italiano rispetto alle tante riforme che erano state annunciate da Renzi. Il Presidente del Consiglio aveva replicato piccato che l’Italia non prendeva lezioni da nessuno, rinfacciando alla Germania il fatto di aver in passato chiesto e ottenuto la sospensione della procedura d’infrazione per deficit eccessivo.

Anche quella polemica italo-tedesca aveva offerto alcuni spunti per una riflessione critica sull’atteggiamento del governo italiano in Europa, soprattutto a fronte del rischio di veicolare l’idea pericolosa che il confronto tra il rigore e la flessibilità fosse una sorta di gioco a somma zero, dove alla fine ci sarebbero stati un vincitore (e in genere vince il più forte) e un vinto (sorte che normalmente tocca al più debole). Tuttavia, dal punto di vista di Matteo Renzi il duello messo in scena con Manfred Weber probabilmente a qualcosa era servito. Era servito ad esaltare il dinamismo e la determinazione del giovane Presidente del Consiglio italiano e soprattutto a corroborare la sua aspirazione, dopo l’esito del voto europeo, ad assumere la guida dei paesi desiderosi di rivedere le politiche europee di austerità.

Il battibecco tutto italiano andato in scena martedì scorso, invece, non solo ha contribuito a gettare un’inquietante ombra sul persistente provincialismo di taluni politici italiani e sulla loro incapacità di fare sistema quando si muovono sulla scena internazionale, ma ci sembra che abbia danneggiato anche la comunicazione del Presidente del Consiglio. Al netto di alcune scelte retoriche discutibili, quello pronunciato a Strasburgo da Matteo Renzi è stato un discorso politico dignitoso, in cui non sono mancati alcuni passaggi di apprezzabile onestà intellettuale. Per la prima volta Renzi ha ammesso che tra il dire e il fare, soprattutto in Europa, c’è di mezzo il mare e che i risultati ottenuti – dalla tutela del made in Italy alle politiche per la crescita – sono stati ben al di sotto delle aspettative. Significativi e non banali sono stati inoltre i molti passaggi europeisti: l’esortazione a far crescere l’embrione di europeizzazione che è stata segnata dall’elezione di un presidente della Commissione indicato dal voto europeo; la manifestazione di amicizia e solidarietà alla Francia di fronte agli attacchi terroristici; l’invito a riscoprire l’identità politica e valoriale dell’Unione europea e, infine, il tributo al pensiero e all’operato europeisti del Presidente della Repubblica dimissionario, Giorgio Napolitano. Dal punto di vista mediatico, tutti questi aspetti sono però passati in secondo piano rispetto alle sguaiate polemiche italo-centriche. Spesso accusato dai suoi detrattori di essere un abile mistificatore della realtà privo di contenuti, questa volta Renzi sembrerebbe aver fallito proprio nell’ambito in cui i meriti che gli vengono riconosciuti sono incontestabili: nella comunicazione.

L’errore tattico appare ancor più sorprendente se si tiene conto della comunicazione adottata dalla Commissione europea nella stessa giornata conclusiva del semestre italiano. Da quanto si capisce, l’Italia non solo non esce sconfitta dal confronto rigore/flessibilità, ma ottiene un risultato che solo sei mesi fa appariva impensabile. La Commissione Juncker apre infatti significativi margini di manovra, che in linea di principio dovrebbero consentire un approccio meno rigido e burocratico nell’applicazione delle regole contabili per i bilanci degli Stati membri. In concreto, in caso di necessità l’Italia potrebbe, sia pur condizionatamente, spendere un pochino di più e/o allungare i tempi per rispettare i vincoli europei. Un’altra buona notizia, come ha spiegato Gianpaolo Rossini su queste pagine sabato scorso, è arrivata dalla recente decisione della Svizzera di abbandonare il cambio fisso con l’euro. Notizie forse ancora migliori potrebbero arrivare nei prossimi giorni dall’eventuale decisione della BCE di varare il «quantitative easing», una politica monetaria non convenzionale finalizzata a rilanciare l’economia attraverso l’iniezione sul mercato di una grande massa di liquidità a basso costo.

Il semestre di presidenza italiana si chiude dunque con un «ultimo atto» per alcuni aspetti sottotono, ma anche con delle novità importanti, di cui solo alcune possono essere ascritte ai meriti del governo italiano. L’Italia ha però il diritto e il dovere di valorizzarle tutte. È un finale a sorpresa, ma forse è il segnale che qualcosa potrebbe davvero cambiare.