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Trappole parlamentari

Paolo Pombeni - 24.04.2014
il Parlamento italiano

La vicenda del cosiddetto Jobs Act è rivelatrice di una politica nonostante tutto ancora lontana dall’aver trovato una qualche stabilizzazione. Il panorama degli errori e delle leggerezze commesse su questo delicatissimo terreno è quasi sconfortante, soprattutto se si pensa che si sta cercando di aiutare in qualche modo una disoccupazione ormai alla cifra record del 13% (e quella giovanile è messa molto peggio).

Che occorra far presto lo capisce chiunque abbia un minimo di buon senso: il limite di sopportazione della gente è ormai stato raggiunto e non essendo possibile offrire soluzioni immediate, bisogna soprattutto dare il messaggio che non si sta perdendo tempo per avviare qualche rimedio. Ebbene cosa succede invece? Troppi sembrano fare di tutto per anteporre le proprie ragioni di parte agli interessi generali.

Certo il governo è in questo come in altri casi troppo disinvolto nel non tenere conto di una serie di condizionamenti e nel preparare piani in cui la cura dei dettagli non è delle migliori. Però il parlamento si rivela non come il luogo in cui la discussione possa migliorare le leggi, ma piuttosto come il campo di battaglia in cui le varie fazioni puntano a guadagnare qualche posizione di potere in più mettendo in mostra i rispettivi muscoli.

La prova più desolante l’ha data la cosiddetta sinistra del PD (cosiddetta, perché non si capisce perché possa essere considerato una cosa di sinistra impedire un po’ di ripresa economica favorendo un incremento dell’occupazione alle condizioni imposte da una situazione di crisi economica ancora aperta). I cambiamenti che la commissione lavoro della Camera ha apportato alla proposta del ministro Poletti hanno solo il sapore del vecchio ideologismo preconcetto: poter avere 5 anziché 8 rinnovi dei contratti a termini in un arco che resta fissato a 36 mesi, imporre uno show di proposte formative per assumere apprendisti (tutti sanno benissimo come aggirarle), mettere un tetto del 20% di assunzioni degli apprendisti per prenderne altri limitandolo peraltro alle imprese con più di 30 dipendenti, non è che modifichi gran che. E’ una bandierina identitaria messa lì per mandare a Renzi il messaggio che “noi contiamo e ti devi arrendere a questo fatto”.

Naturalmente il dover riproporre il solito escamotage del ricorso al voto di fiducia non risolve nulla. Già sappiamo che al Senato quelli che vogliono indebolire il premier in carica torneranno all’attacco per seminare un altro po’ di zizzania. A che scopo? Se non è quello dello sfascio, vorremmo che qualcuno ci spiegasse quale può essere.

Il gioco, se di gioco si può parlare, è questo. Un gruppo di “elefanti” del PD (usiamo il termine con cui nel PS francese si indicavano i vecchi gruppi dirigenti)  vuole ridimensionare Renzi e soprattutto si illude che così facendo si guadagnerà una base elettorale in quel che rimane delle vecchie truppe cammellate del PCI e della CGIL (con qualche sortita anche negli altri sindacati e in qualche frangia della vecchia sinistra cattolica). Il costo di questa operazione è duplice: da un lato mette in crisi il clima favorevole al nuovo segretario del partito (lo stesso Cuperlo ne ha sottolineato l’esistenza) mettendo a rischio il suo risultato elettorale nelle scadenze ormai alle porte (non solo le europee, ma anche il turno di amministrative non meno importante); dall’altro mette in difficoltà la gamba di centro-destra della coalizione a tutto vantaggio di Berlusconi, e anche questa non è che sia una strategia lungimirante.

Peraltro la stessa componente non PD del governo è specularmente tentata di sfruttare la situazione per guadagnarsi spazi, ingigantendo la lotta in corso nel partito di maggioranza. Per questo non solo NCD, ma anche SC e i popolari fanno il viso dell’arme minacciando di riaprire i giochi al Senato. Anche qui il calcolo sembra essere quello di ridimensionare comunque la leadership renziana, sfruttando i suoi nemici interni al partito nella convinzione che se il premier non viene ridimensionato adesso nell’eventuale futuro schema elettorale pesantemente maggioritario per loro non ci sarà più un ruolo di qualche spessore.

Si capisce che questa componente debba fare i conti con l’incalzare che subisce sulla sua destra da Berlusconi e dai suoi pasdaran, ma se per reagire a queste pressioni fa saltare il banco, non potrà fare molto di più che accodarsi alla rinascita eventuale di Forza Italia, ammesso che il disgusto popolare per questi giochi d’azzardo al tavolo politico non travolga tutti.

Insomma il momento è delicatissimo, oltre tutto perché praticamente su ogni questione si giocheranno per così dire replay di questa partita. Potremmo fare questo discorso sulle proposte di riforma del Senato, ma ci sarà tempo per tornare sul tema nei prossimi numeri. Per intanto contempliamo, abbastanza desolati, questo avvitarsi su sé stessa della nostra classe politica, divisa in parte cospicua e in tutti i partiti fra “elefanti” e “dilettanti allo sbaraglio”.