Ultimo Aggiornamento:
14 settembre 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Tanto rumore, non proprio per nulla

Paolo Pombeni - 27.03.2019
Accordo con la Cina

Il presidente cinese ha lasciato l’Italia e l’attenzione dei media è ora assorbita dai risultati delle elezioni regionali in Basilicata. Da un certo punto di vista non c’è connessione fra i due eventi, da un altro la si può trovare e neppure troppo forzatamente.

Si è discusso se non si sia fatto molto rumore per nulla sulla firma del memorandum quadro di intesa fra Cina ed Italia. Non si trattava in fondo della ricerca di un reciproco vantaggio commerciale, visto che sfondamenti in direzione di materie sensibili (a partire dalla rete 5G) sono stati opportunamente evitati grazie anche al Quirinale? Come si poteva condannare una politica di scambi economici che non venivano affatto disprezzati tanto dai partner europei quanto dall’alleato americano che in quel campo si sono spinti ben più avanti di noi?

Sono osservazioni di buon senso che confermerebbero la tesi del molto rumore per nulla. In realtà esse sorvolano su un aspetto che invece è ben presente ai nostri censori stranieri: l’accordo è siglato tra una grande potenza in decisa espansione, con una solidità di strutturazione del potere, ed un paese che al più può essere considerato di media grandezza, ma che è in crisi profonda sia sul piano economico che su quello degli equilibri di potere interni. Detto brutalmente: ciò che temono i nostri partner è che l’accordo dell’ex Celeste Impero (ora Impero Rosso) con l’Italia possa diventare, sfruttando la debolezza del nostro attuale sistema politico, il cavallo di Troia che farà entrare le forze di Pechino nella cittadella europea.

Difficile negare che questi timori abbiano un fondamento. La nostra politica estera è ondivaga, non è saldamente nelle mani di un solo attore e risente in maniera determinante della competizione fra la Lega e i Cinque Stelle per accreditarsi sia presso le classi dirigenti interne sia a livello internazionale. Già vicende come quella relativa alla posizione da prendere sulla crisi del Venezuela o quella sul contratto per la fornitura degli F 35 (per tacere della sempiterna questione della TAV) avevano allertato sulla scarsa competenza dei pentastellati quanto a questioni di politica internazionale e altrettanto sulla prontezza di Salvini a fiutare l’esistenza di pertugi in cui inserirsi per accrescere le proprie chance di essere accreditato come l’anima competente e razionale del governo giallo-verde.

L’accordo commerciale con la Cina, per di più sottoscritto con il contorno solenne di una visita di stato di grande impatto, era considerato da Di Maio come una occasione preziosa per accreditarsi come un “ministro del fare”, sperando di mettere in ombra l’immagine di M5S come il partito del no a prescindere quando si affrontano progetti di sviluppo economico. Il capo del Movimento non è attrezzato per cogliere tutte le finezze del gioco politico e dunque non si rende conto di quanto delicata sia la contingenza in cui opera. Comprensibile che non veda la debolezza dell’attuale congiuntura politica italiana, visto che ne è parte, meno che non comprenda come la prospettiva di una fase della UE con grossi problemi di equilibrio al suo interno renda nervosi i partner europei (e lo stesso alleato americano) e attenti i cinesi a sfruttare le opportunità di questo momento (del resto se non fossero capaci di fare così non sarebbero una grande potenza).

Salvini, non si sa se per sue capacità di intuizione o per expertise che gli sono arrivate da ambienti qualificati, ha capito cosa c’era in gioco e si è smarcato. Nella sua prospettiva di avere un ruolo importante nell’Europa che si delineerà dopo il voto di maggio e di conquistare in futuro una piena centralità di governo era importante mostrare tanto ai partner europei più significativi quanto al presidente americano la sua differente qualità come politico di professione.

Quel che forse varrebbe la pena di sottolineare è che l’Europa ha una grande coda di paglia nel rampognare il comportamento dell’Italia con la Cina. Non tanto perché il suo “motore” (ovvero Francia, Germania e soci) hanno fatto e fanno allegramente affari con Pechino, ma perché hanno in più occasioni lasciata l’Italia sola coi suoi problemi: lo hanno fatto macroscopicamente sulla questione del governo dell’immigrazione, lo hanno fatto sulla questione delle banche, tanto per citare due casi eclatanti. Se il nostro sistema politico è terremotato lo dobbiamo anche a queste miopi politiche dei nostri partner europei.

Ora il tema è che le inquietudini italiane non sono certo destinate a risolversi a breve. Come dimostra l’ultimo caso delle elezioni regionali in Basilicata, la situazione rimane complicata. La competizione fra Lega e M5S non sembra destinata a cessare, perché entrambi sono legati a doppio filo alle loro posizioni di governo, in base alle quali la Lega avanza conquistandosi anche il Sud, ma i Cinque Stelle resistono nonostante una clamorosa contrazione del loro consenso, mantenendosi su percentuali di tutto rispetto. Ora a nessuno dei due conviene sciogliere il sodalizio, proprio perché grazie a questo gli uni avanzano e gli altri mantengono una posizione di rilievo, ma al tempo stesso entrambi devono farsi la guerra, perché c’è in gioco chi sarà il dominus e chi il vassallo nella futura coalizione di governo.

E questo complicherà sempre più i problemi del nostro paese.