Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Sulla questione delle statue e della necessità dell’ingiustizia

Lucrezia Ranieri * - 20.06.2020
Statua di Edward Colston

“Il pensiero che vuol essere sempre giusto si paralizza.

Il pensiero progredisce quando cammina tra ingiustizie simmetriche,

come tra due file di impiccati.”

N. G. Dàvila, Escolios a un texto implìcito I

 

Che persone più o meno legittimamente arrabbiate possano prendersela, durante una dimostrazione o una rivolta, con un simbolo ad esse ostile, scegliendo di imbrattarlo, sradicarlo o distruggerlo non è un vero problema; o meglio, si tratta di un gesto che, considerato lecito o meno, è quello che è: un’azione dimostrativa, una manifestazione di liberatoria rivalsa contro la quale ci si potrà pure indignare, purché consapevoli di quanto ciò possa apparire vano.

Assume invece tratti sinceramente inquietanti il tentativo agito a mente fredda di elevare a sistema un atto dalla natura essenzialmente identitaria, e dunque di supporre una sorta di riproducibilità ideologica di qualcosa che ha senso ed è sostenibile soltanto se preso nella sua individualità, nella specificità della circostanza, nella dialettica esclusiva tra il soggetto e l'oggetto coinvolto; considerare cioè come perfettamente equivalente divellere la statua di Edward Colston durante un riot a Bristol nel quadro di una più generale rivendicazione antirazzista con il chiedere su facebook la rimozione della statua di Montanelli o quella istituzionalmente sanzionata di tutte le statue di personaggi le cui biografie siano macchiate da colpe di varia natura fino, più in generale, ad appiattire storie e personalità lontanissime fra loro attraverso la lente di un unico criterio validante, non è più la denuncia di un’ingiustizia subita o la giustissima espressione di un conflitto, ma diventa piuttosto espressione dell'aspirazione ad eliminare qualsiasi conflitto - aspirazione che risulterebbe forse allettante se non contenesse in sé un principio intrinsecamente liberticida, quando non omicida.

Per carità, si può legittimamente pensare che le statue commemorative in quanto tali siano più che altro uno spreco di materia prima e che perpetuino di fatto narrazioni parziali, per certuni menzogne - "The Lie", come scriveva Brodsky in una sua celebre poesia, come è appunto quella di considerarle oggetti neutri. Quello che a chi scrive sembra meno legittimo è pensare che da tali narrazioni parziali il mondo debba essere uniformemente depurato in nome di una percezione del giusto e del vero che non sia soltanto universalmente conforme, ma anche scevra di qualunque contraddizione e ambivalenza. Ci si dimentica, mi pare, di sottolineare quanto la narrazione negativa attorno ad un simbolo sia essa stessa una narrazione parziale la cui legittimità dipenderà in ultima analisi dall'esito del conflitto nato attorno al simbolo stesso e dalla successiva rinegoziazione o restaurazione di senso che ne scaturirà. Per questo il gesto iconoclasta ha senso se valutato nei confini del conflitto specifico che lo riguarda, ma un po' meno se inteso aprioristicamente come un mezzo per "fare i conti con la storia", come si è letto da più parti, che è invero una faccenda assai più complicata e che certo non può esaurirsi in una guerra di rappresentazioni dalla sottostante logica epurativa.

E' veramente curioso come da qualche tempo, da ben prima e oltre questa questione delle statue, sia una generazione da sempre immersa nella realtà post-moderna a dipingere un nuovo panorama etico-politico dai tratti manichei e moralistici - o forse ne è una molto naturale conseguenza. Ma se è certamente nobile agire per il bene, qualora ci si riesca effettivamente a liberare dai naturali dubbi su cosa costituisca in fondo la natura del "bene", non è altrettanto nobile risultare incapaci di accettare l'esistenza di tutto ciò che da questa idea del bene si discosti: è ancora meno nobile quando chi si pone in tale posizione censoria si professa al tempo stesso sinceramente democratico, compiutamente multiculturalista, innegabilmente pluralista. Tutto ciò non è infatti minimamente compatibile con l'indisposizione a concepire l'idea che l'attribuzione di valore possa seguire - tra individui, gruppi di individui, culture - presupposti, percorsi ed obiettivi differenti, fino a costituire gerarchie a volte sì sovrapponibili, ma a volte anche totalmente difformi.

I confini di quanto tale difformità possa essere, all'interno di una società, tollerabilmente estesa, sono ovviamente il frutto di una negoziazione più o meno perpetua dove i simboli - statue o altro che siano - non sono in fondo che il segnaposto identitario dei soggetti partecipanti a questa negoziazione, rappresentandone in certi casi anche un traballante compromesso. Tuttavia pluralisti e democratici, almeno, dovrebbero impegnarsi affinché questi confini rimangano il più estesi possibile, assai più estesi anche di ciò che ritengano rientrare nel "giusto" e nel "vero", accettando che un certo grado di ingiustizia, un certo grado di incoerenza, finanche un certo grado di violenza - se non ineliminabili - siano in fondo il frutto di una sospensione di giudizio che, ridimensionando l'infallibilità delle nostre valutazioni sul mondo, non solo permette a tutto ciò che è altro rispetto al punto di vista dominante di esistere, ma anche al pensiero stesso di evolvere.

 

 

 

 

* Dottoranda in storia contemporanea all’Università degli studi della Tuscia