Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Stati Uniti – Iran: finalmente l'accordo

Massimiliano Trentin * - 16.07.2015
Accordo nucleare iraniano

Dopo una lunga maratona di negoziati, martedì 14 luglio 2015 la Repubblica islamica dell'Iran ha concluso un accordo con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania. In cambio di un regime di controlli stringenti, l'accordo prevede che l'Iran potrà continuare il suo programma di sviluppo dell'energia nucleare per scopi pacifici e vedere la fine dell'embargo economico e finanziario a cui il Paese è sottoposto da quasi dieci anni.

Nei fatti l'accordo perfeziona quanto già deciso dal punto di vista politico a Ginevra il 2 Aprile scorso, dopo ormai due anni di intensi negoziati. Questi mesi sono serviti a individuare i dettagli tecnici relativi al regime di ispezioni a cui il Paese medio orientale dovrà sottoporsi, così come al processo di revoca delle sanzioni internazionali che riporteranno l'Iran a pieno titolo nella comunità politica internazionale così come nei mercati economici globali. "Storico" è l'aggettivo che qualifica molti dei titoli e degli editoriali di giornali della regione: dal Teheran Times, ovviamente filo-iraniano, al filo-saudita Arab News, dunque decisamente più diffidente.

Come sottolineato dal Presidente USA Barack Obama al New York Times, l'accordo deve essere valutato oggi e nel futuro per quello che prevede: cioè, prevenire che l'Iran si doti dell'arma nucleare, mentre possa proseguire nel programma pacifico di sfruttamento dell'energia dell'atomo. Il raggiungimento della capacità di "soglia", ossia di trasformare l'uso da pacifico a militare è ormai insito in ogni programma nucleare, e sarebbe stato raggiunto comunque. Dunque, meglio essere sul posto per controllare ed avere garanzie solide, che non esserci e non avere alcun impegno in tal senso. E questo accordo offre buone garanzie di successo. L'accordo non prevede nessun "regime change", come invece i falchi repubblicani, israeliani o sauditi hanno sempre sperato, mentre al contrario è un passaggio importante per porre fine ad una anacronistica dottrina del "contenimento" in atto da ormai trent'anni. Non prevede neanche che USA e Iran diventino alleati strategici, come millantato dagli stessi critici: troppi sono ancora i fattori di divergenza. Tuttavia, la capacità di giungere ad un compromesso onorevole e sostenibile per entrambi costruisce un clima di fiducia reciproca che si spera possa essere messo in opera anche in altri dossier: ad iniziare dalla guerra in Siria, in Iraq e in Yemen. Su questo, la collaborazione fattiva della Russia di Putin è l'altro elemento di grande rilievo: Washington e Mosca hanno lavorato assieme, e con successo.

Il raggiungimento dell'accordo non era affatto scontato perché le forze che si oppongono sono molte e ben armate. Immediatamente la destra israeliana al potere a Tel Aviv ha condannato l'accordo, continuando a ripetere il mantra della "minaccia esistenziale" alla sopravvivenza dello Stato ebraico rappresentato dalla Repubblica islamica, peraltro l'unica potenza nucleare della regione, e per di più non dichiarata. Interessante come anche da alleati storici quali la Germania si siano subito levate critiche contro l'intransigenza di Netanyahu.

Sebbene con toni più cauti, l'Arabia Saudita segue Tel Aviv denunciando un accordo che, a loro avviso, legittimerebbe le mire espansionistiche di Teheran nella regione: supposte mire "imperiali" e "messianiche" a cui Ryad tenta realmente di opporsi in in Yemen o nella guerra civile in Siria. Tuttavia, i toni delle critiche sono più moderati rispetto ad Aprile perché in questi mesi Washington ha rassicurato la nuova classe dirigente saudita del suo appoggio strategico, anche in operazioni maldestre e inefficaci come in Yemen o più efficaci ma molto rischiose in quanto poco controllabili come in Siria.

Ancora, dal Golfo ad Israele fino allo sciagurato neoconservatore John  Bolton, si ventila il rischio di una corsa al nucleare nell'intera regione, ponendosi in netto contrasto con quanto auspicato dalla diplomazia egiziana, o votato in Parlamento dal Pakistan mesi addietro. Anche la destra repubblicana negli Stati Uniti non manca di opporsi all'accordo e minaccia di porvi il veto in sede di ratifica al Congresso e al Senato a Washington. L'afflato ideologico e belligerante della destra statunitense si coniuga con il desiderio di non permettere al Presidente Obama di concludere il suo secondo mandato con un successo politico e diplomatico di indubbia portata. Si spera possano prevalere coloro che non guardano al proprio giardino come rappresentativo dell'intero mondo.

Altri Paesi si esprimono in modo più sfumato, salutando un accordo che da un lato elimina l'ennesimo fattore di escalation militare in Medio Oriente, dall'altro apre nuove possibilità di entrare nel grande mercato iraniano. Troviamo qui Paesi come il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait o lo stesso Egitto e Turchia: sebbene si oppongano politicamente ed ideologicamente all'Iran, hanno ben compreso da tempo che non guadagnano granché da un'escalation della tensione militare e dalla tutela troppo stretta e spesso inefficace dell'Arabia Saudita.

Per altre ragioni, anche i Paesi europei salutano l'accordo perché sperano che questo porti ad una maggiore stabilità in Medio Oriente, ma soprattutto sono pronti da mesi, se non da anni, a rientrare nel mercato iraniano. Le aziende italiane, storicamente in prima linea, dovranno difendersi coi denti dalla concorrenza degli "amici" europei, statunitensi e dei vari BRICS. Finalmente anche la Francia si è risolta ad essere parte della soluzione e non del problema, come aveva fatto nei mesi precedenti arroccandosi su posizioni intransigenti sia per farsi portavoce dei propri clienti del Golfo sia per una storica ostilità nei confronti del regime islamista. La Russia di Vladimir Putin, alleata tanto "naturale" quanto diffidente dell'Iran, è parte rilevante dell'accordo perché desidera dimostrare il suo ruolo di "stabilizzazione" nei confronti dei Paesi della regione e soprattutto degli Stati Uniti e dell'Europa. Ha investito molto nell'accordo, però, anche per garantirsi una posizione di rilievo nella Repubblica islamica,  e quindi evitare che la ripresa dei contatti della Repubblica islamica con i Paesi occidentali, e soprattutto Stati Uniti, vada a detrimento delle buone relazioni politiche, militari ed economiche con Mosca.

Sono comunque gli Stati Uniti e l'Iran ad essere i grandi protagonisti dell'accordo. Il disgelo tra Washington e Teheran si basa su ragioni di opportunità strategica per entrambi i Paesi: se gli Usa desiderano veramente proseguire nel disimpegno militare diretto dalla regione, non possono continuare nella politica di contenimento di una potenza regionale quale l'Iran; se desiderano veramente contenere i movimenti jihadisti transnazionali non possono fare affidamento solo su Paesi arabi e sunniti, a causa dell'ambiguità delle monarchie del Golfo. L'Iran si ritiene spesso più grande e potente di quanto non sia in realtà, e le forze ideologiche e bellicose non mancano di certo nel regime islamista. Tuttavia, l'Iran rimane oggi l'unico Paese nella regione che combina una forte tradizione istituzionale, prima imperiale poi statuale, con una grande capacità di mobilitazione politica e sociale data dalla tradizione rivoluzionaria, tanto laica quanto islamista, e dalla ricchezza intellettuale della sua popolazione. In definitiva, i costi economici, politici e diplomatici del suo contenimento sono diventati troppo alti a fronte di un'apertura di credito da parte sia delle componenti più realiste della classe dirigente sia da parte della maggioranza della popolazione. Dal canto suo, il Paese soffre delle sanzioni economiche internazionali e dei prezzi del greggio tenuti troppo bassi dai rivali sauditi, mentre i dirigenti devono rispondere in qualche modo al desiderio di apertura di una popolazione tanto giovane quanto "connessa" al mondo esterno.

Come accade spesso, una volta finito il braccio di ferro al tavolo dei negoziati diplomatici, inizia ora quello all'interno dei rispettivi Paesi per la ratifica degli accordi. E un buon accordo solitamente è quello che permette ad entrambi i rivali di portare a casa gli elementi che ritengono "essenziali" per sostenerne la validità e la legittimità. Questo sembra essere il caso dell'accordo sul nucleare iraniano, come dichiarato dai Presidenti Barack Obama e Hassan Rouhani. La vicinanza temporale porta al triste confronto con la violenza e l'umiliazione, peraltro insostenibili, imposte alla Grecia dai "negoziatori" europei. Se prescindessimo dai diversi contesti, sembra quasi impossibile che in entrambi i tavoli sedessero esponenti degli stessi governi europei, in particolare di quell'uno più cinque. Due battaglie sono state vinte da coloro che sostengono la via del compromesso e del negoziato come soluzione alle contese politiche. Restano da vincere le battaglie "in casa" propria, per proseguire nella strada di una prassi internazionale in cui i conflitti politici non devono per forza tradursi in scontri armati.

 

 

 

 

* Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Bologna