Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Si prepara la battaglia d’autunno?

Paolo Pombeni - 01.09.2018
Ponte Morandi

Poche volte agosto è stato politicamente bollente come quest’anno. Di solito era il momento per buttare lì vaghe provocazioni, per saggiare reazioni a future proposte e roba simile. Questa volta, complice anche il caso, si è trattato invece di un passo ulteriore nella strategia che intende seguire la nuova maggioranza, quella che continua a volersi connotare come “del cambiamento”.

Che ci fosse un po’ di movimento sul fronte dell’immigrazione c’era da aspettarselo, perché la stagione estiva ha condizioni metereologiche favorevoli ad affrontare le traversate. In realtà il movimento è stato notevolmente più contenuto che in passato, ma il ministro dell’interno Salvini non ha perso l’occasione per drammatizzare tutto. Siccome è un politico abile sa che l’occasione è propizia per due banali ragioni. La prima è che effettivamente la UE, o meglio i governi che la compongono, è incapace di trovare soluzioni diverse dal lasciare l’Italia a spicciarsela da sola. La gente queste cose le vede ed è fin troppo facile ribattere all’altezzoso Macron distributore di patenti di demagogia che lui non è da meno, visto che si guarda bene dal cambiare politica quanto a respingimenti alle sue frontiere. La seconda, tipica, è che diventa facile presentare gli attacchi che si ricevono come prove che si sta facendo sul serio per cui i nemici cercano di eliminarti.

Non era invece prevedibile la tragedia del crollo del viadotto Morandi che ha consentito al governo di mostrarsi, a parole, ma anche con qualche fatto (le amministrazioni di centrodestra di Genova e della Liguria stanno dando prova di efficienza), difensori della sfera pubblica contro un capitalismo vorace e senza cuore. Questa vicenda ha giovato soprattutto ai Cinque Stelle, che hanno potuto scaldare la loro base con un po’ di anticapitalismo vecchia maniera, aiutati, va detto, dai padroni delle autostrade che, pur carichi di facili guadagni, non sono stati capaci di assumersi le responsabilità dovute.

La polemica sulle nazionalizzazioni di servizi da sottrarre alle concessioni è servita a Di Maio per distogliere lo sguardo dalla sua incapacità di gestire la delicata vicenda dell’Ilva, dove, per fare il primo della classe senza essersi preparato a dovere, sta mettendo seriamente a rischio il futuro di 14mila persone (più l’indotto).

Il risultato di questo mese infuocato è, a voler essere generosi, piuttosto modesto. Le intemerate antiUE di Salvini e compagnia stanno avendo l’unico risultato di isolarci in Europa senza che si abbia in mano alcuna arma per un contrattacco (le minacce di non pagare le quote o di bloccare il bilancio pluriennali della UE sono chiacchiere al vento). Le tirate dei Cinque Stelle sulle nazionalizzazioni e la pessima gestione dell’affare Ilva stanno solo creando allarme fra gli investitori stranieri, che cominciano a ritirarsi dai nostri mercati (già 70 miliardi in titoli di stato disinvestiti e lo spread che si alza su livelli preoccupanti).

Il tutto mentre ci si deve apprestare a varare alla ripresa il documento finanziario di bilancio. Qui i nuovi governanti non possono rinunciare ad inserire le loro bandierine elettorali: nuovo sistema pensionistico anti Fornero, reddito di cittadinanza, flat tax, taglio alle pensioni più alte e altra roba del genere. Le risorse per coprire queste avventure non ci sono, ma ecco che si è già trovata la via d’uscita (verbale): si andrà in deficit a dispetto delle norme europee e siccome questo non sarà alla fine possibile, semplicemente perché tutti sanno che a penalizzarci non sarebbe la UE ma i mercati interni e internazionali, si dirà che il governo era pronto a fare il suo dovere ma quei brutti e cattivi di Bruxelles ci hanno bloccati.

La strategia che persegue il duo Salvini-Di Maio è abbastanza chiara: spaccare il paese fra chi sta con coloro che si oppongono alla resa ai tempi grami, e chi invece è disposto ad adattarsi alla infelice situazione presente. Questa è ovviamente la loro narrazione, non la realtà, anche se la corta visione delle opposizioni, specie di quelle di sinistra, ha fatto di tutto per consolidarla. Infatti, e i nuovi politici non mancano di farlo rimarcare, i precedenti governi hanno ecceduto nella retorica del “i tempi sono difficili, c’è poco da fare, dobbiamo trovare il modo di adattarci”. E’ un ritornello che, con varie tonalità, è stato ripetuto da Monti a Gentiloni: aveva le sue ragioni, ma non andava detto in qual modo, soprattutto senza trasmettere il messaggio che l’adattamento era in vista della salvaguardia di un equilibrio sociale (anche qui: non a chiacchiere, che lo si è fatto, ma con una seria revisione di un certo modo di fare politica).

Mentre la strategia del governo giallo-verde conclude poco sul piano della realtà, rimane forte nel dominare una pubblica opinione che in gran parte vuole fermamente credere che cambiare le prospettive future sia non solo possibile, ma anche facile. Le opposizioni continuano a credere che tanto basterà smascherarne con pazienza le debolezze e poi si ritornerà al buon tempo andato, ma è una illusione frutto di cecità e di ignoranza della storia: quando comincia a prevalere l’idea che solo un “ribaltone” può salvarci da un futuro che temiamo, indietro non si torna mai.