Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2020
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Se il M5s "decide di non decidere"

Luca Tentoni - 29.08.2020
Salvini e Meloni

Se guardassimo soltanto i dati delle ultime elezioni europee (2019), il verdetto delle regionali 2020 sarebbe tutto a favore del centrodestra, persino (di stretta misura) in Toscana. Come l'esperienza insegna, invece, non c'è nulla di più lontano del voto europeo di quello regionale e amministrativo: non c'è solo una differenza di prossimità fra l'elettore, l'eletto e l'istituzione, ma - come costante negli ultimi anni - c'è soprattutto un'altissima volatilità dei consensi. In più, la strutturale debolezza del M5s alle regionali (dove raccoglie fra il 40 e il 50% in percentuale rispetto al dato politico) rende la competizione di settembre molto diversa da quelle nazionali (politiche ed europee) che l'hanno preceduta. Ipotizzare che i Cinquestelle abbiano il 33,9% in Campania o il 26,3% in Puglia (europee 2019) è a dir poco temerario. Come avviene tradizionalmente, quei voti andranno in varie direzioni: una parte alla lista del Movimento, una verso l'astensione, una (con o senza l'utilizzo del voto disgiunto) ai candidati presidenti di giunta del centrosinistra e una - minuscola - verso la destra. Poiché in Puglia e nelle Marche (un pochino, forse, anche in Toscana: non si sa mai) lo spostamento di consensi pentastellati sui candidati del centrosinistra può permettere al Pd di confermare la guida delle regioni nelle quali governa, puntellando così anche Conte e la sua fragile maggioranza nazionale, un po' di realismo politico avrebbe dovuto suggerire al M5s di superare i particolarismi e i personalismi dei suoi parlamentari ed esponenti locali, allargando dalla Liguria ad altre due realtà il patto giallorosso. Non se ne è fatto nulla; anzi, per colmo d'ironia, Di Maio ha proposto un accordo per le amministrative del 2021 (quando, guarda caso, si dovranno rinnovare i consigli comunali di Roma e Torino, attualmente in mano al M5s, con la Raggi che - con un'eccessiva dose di ottimismo - si è già ricandidata al Campidoglio), perché "divisi si perde". Forse all'ex capo pentastellato non è chiaro che se il Pd subirà una pesante sconfitta alle regionali di settembre non si aprirà nessuna porta ai Cinquestelle per il 2021, e forse si andrà verso un nuovo governo nazionale nel quale il M5s avrà meno peso e meno ministri. L'azzardo pentastellato, però, sembra calcolato (bene o male, si vedrà): l'obiettivo è quello di recuperare consenso restando all'opposizione “dura e pura” nelle regioni, visto che a Roma l'unico partito che governa ininterrottamente da due anni è proprio quello di Di Maio e Crimi. Non volendo "portare acqua" ai candidati del Pd e non accettando un'intesa che in ambito locale sarebbe indice di subordinazione, dati i rapporti di forza elettorali delle amministrative (dove forse il M5s supererà il 10% in pochi casi), si vuole evitare una rivolta nel partito e nei gruppi parlamentari che potrebbe preludere ad una scissione e, nel contempo, si riafferma l'ambiguità di considerare la coalizione giallorosa per il governo nazionale alla stregua di quella gialloverde (occasionale e non strutturale). Ecco perché parlare di "nuova Unione", con i pentastellati al posto di Rifondazione e Italia dei valori è del tutto fuori luogo: con quelle forze politiche il Pd poteva - sia pure faticosamente - trovare intese e dialogare, mentre il M5s oggi non è più il blocco compatto del 2013, guidato senza contestazioni e senza correnti da Grillo, ma un arcipelago di gruppi e singoli uniti da pochissime cose (prima fra tutte, la volontà di evitare le elezioni anticipate e di arrivare sani e salvi alla fine della legislatura, per evitare un voto che oggi spazzerebbe via la gran parte dei gruppi parlamentari pentastellati). Tutti sanno che elezioni in primavera porterebbero l'ultradestra di Salvini e Meloni a Palazzo Chigi, quindi l'alleanza necessitata fra Pd e M5s dovrà trovare qualche forma per proseguire o vivacchiare (magari allargandosi verso Forza Italia, cosa non facile). Però, siccome "divisi si perde", è difficile credere che lo sconquasso che un 2-4 alle regionali provocherebbe nel Pd possa essere superato soltanto in nome della necessità di non andare a nuove elezioni o che l'emergenza per il Covid 19 possa giustificare la tenuta di posizioni indifendibili (sulle mancate alleanze in Puglia e Marche, ma anche sul Mes) pur di vedere fino a che punto anche i Democratici sono disposti a cedere per evitare il voto. Perciò, la scommessa del M5s sembra quella di stressare il rapporto col Pd fino a rendere il partito di Zingaretti prigioniero di una situazione da sopportare con responsabilità e acquiescenza, fra mille rinvii (indispensabili per salvare il posto di Conte) e manifestazioni di inconcludenza. La mancanza di alternativa (dato che l'ultradestra al potere, non al governo, non è un'alternativa) genera mostri. Di sicuro, questa situazione è vista dal Quirinale con profonda preoccupazione.