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19 settembre 2020
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Sahara occidentale: un instabile equilibrio

Giovanni Parigi * - 14.09.2016
Sahara occidentale

Il Marocco era dal 1957 che vantava pretese sul Sahara Occidentale e nel ’75, per forzare la mano agli spagnoli che lo occupavano da fine ‘800, aveva organizzato la Marcia Verde; si trattò del pacifico ingresso di 350.000 marocchini in quello che chiamava “Sahara marocchino”. Il medesimo anno, adempiendo ad una richiesta dell’ONU, la Spagna si ritirò dal Sahara Occidentale cedendone il controllo a Marocco e Mauritania. Senonchè, immediatamente, scoppiò un conflitto con il fronte di liberazione nazionale Sahrawi, il Polisario. La Mauritania si ritirò dopo pochi anni, mentre il Polisario proclamò la nascita della Repubblica Araba Democratica  Sahrawi (SADR); però, il Marocco si impossessò manu militari di gran parte del territorio conteso, e buona parte della popolazione Sahrawi si spostò nei campi profughi in Algeria, concentrandosi a Tindouf, dove si insediò il governo in esilio. Garantitesi il controllo di tutte le grandi città e della costa, le forze armate marocchine progressivamente eressero una barriera di sabbia di quasi 2.700 kilometri, isolando le aree sotto controllo Sahrawi e limitandone le incursioni.

Gli scontri, fomentati anche dalle rivalità tra Marocco e Algeria -che appoggiava il Polisario-, si protrassero sino al 1991, quando l’ONU riuscì a imporre un piano di pace e a insediare la United Nations Mission for the Referendum in Western Sahara (MINURSO). Il piano prevedeva un periodo di transizione, propedeutico ad un referendum con cui le popolazioni del Sahara Occidentale avrebbero scelto tra l’indipendenza e l’integrazione col Marocco.

Gli scontri cessarono, ma non si riuscì a organizzare il referendum. Infatti, Marocco e Polisario non si trovarono d’accordo su chi avesse diritto di voto; da un lato, i Sahrawi chiesero di far riferimento al censimento spagnolo del ’74, mentre dall’altro il Marocco arrivò a chiedere l’inclusione di quelle tribù che avevano abbandonato la regione il secolo prima, durante l’invasione spagnola. L’ONU fece diversi altri tentativi con gli accordi di Huston nel ’97 e il piano Baker nel 2000, ma ad oggi la soluzione è ancora bloccata e non appare essere in atto alcuna effettiva iniziativa. Tanto più che il Marocco ha da tempo dichiarato che, ormai, non è più disponibile al referendum né a concedere l’indipendenza.

Del resto, Rabat ha ormai l’interesse a mantenere lo status quo e sta cercando di normalizzare la situazione. In particolare, il governo marocchino sta cercando di cooptare esponenti del Polisario e notabili sahrawi, nominandoli governatori o includendoli nelle amministrazioni locali e nei ministeri. Inoltre è stato redatto un piano economico per le cosiddette “Province Meridionali”, con cospicui investimenti nel settore estrattivo, agricolo e pesca, oltre alla costruzione di strade e altre infrastrutture civili. L’idea di fondo è dunque quella di migliorare le condizioni di vita nella regione, concedendo inoltre una crescente autonomia, ma sempre sotto la piena sovranità marocchina. In altri termini, concedendo autonomia, il governo di Rabat cerca sedare le cause che hanno spinto alla lotta del Polisario per l’autodeterminazione. In realtà, la popolazione sahrawi sembra accogliere tiepidamente le mosse marocchine; infatti, da un lato continua l’insediamento nella regione di persone provenienti dal Marocco, dall’altro il processo di decentralizzazione in corso accentua la dipendenza dei politici locali da Rabat, mentre anche la diffusa corruzione spinge alla diffidenza.

Non stupisce, dunque, che il governo della SADR abbia rifiutato il progetto di autonomia offerto dal Marocco. Peraltro, sebbene sul piano negoziale ci sia un impasse e sul terreno il Marocco controlli saldamente tre quarti del territorio, la questione del Sahara Occidentale rimane un rilevante problema sul piano delle relazioni diplomatiche; Ad esempio, il Marocco boicotta l’Unione Africana poiché nel 1982 la SADR vi è stata ammessa a pieno titolo. Lo scorso anno, poi, le relazioni diplomatiche tra Unione Europea e Marocco sono andate in crisi dopo che la corte di Giustizia dell’UE ha sospeso un accordo commerciale agricolo tra Bruxelles e Rabat, poiché questa aveva incluso anche il Sahara Occidentale tra i territori di applicazione dell’accordo. Per inciso, la decisione della Corte è stata appellata dal Consiglio Europeo e recentemente la Commissione Europea, nel chiaro tentativo di preservare i rapporti con un partner fondamentale come il Marocco, ha dichiarato che il Sahara Occidentale è: “un territorio non auto-governato, ‘de facto’ amministrato dal Regno del Marocco”.

In realtà la EU vuole passare patata bollente all’ONU che però si trova in crescente difficoltà: lo scorso marzo, il Marocco ha espulso tutto il personale civile di MINURSO, in ritorsione al fatto che il Segretario generale dell’ONU in un discorso ha usato il termine “occupazione” riferendosi alla presenza di Rabat nel Sahara Occidentale; il tutto, mentre le parti si accusano reciprocamente di violazioni della tregua e i negoziati, di fatto, sono al palo da più di un decennio.

Infine, a complicare la situazione, lo scorso luglio, è intervenuta anche la scomparsa dell’anziano e carismatico Mohamed Abd al Aziz, uno dei fondatori del fronte Polisario. In definitiva, una soluzione alla questione del Sahara Occidentale rimane ancora molto lontana.

 

 

 

 

* Giovanni Parigi insegna Cultura Araba presso il corso di laurea di Mediazione Linguistica e Culturale dell’Università Statale di Milano. Ha lavorato e studiato in Medio Oriente e scrive per Limes, ISPI, Fondazione OASIS e Qui Finanza.