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15 giugno 2019
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Renzi e il rischio Europa

Paolo Pombeni - 21.01.2016
Margaret Thatcher

Davvero l’Italia rischia di ritrovarsi come nel 2011 con un governo, allora Berlusconi, oggi Renzi, che i partner europei hanno interesse a far saltare perché giudicato inaffidabile? Non mancano nelle analisi che circolano sui media inclinazioni a prendere per buono questo scenario. Il presidente del consiglio non è fatto per attrarre le simpatie dei circuiti della “critica politica”: troppo sicuro di sé, troppo poco incline ad elargire apprezzamenti a questi ambienti, troppo guascone nel condurre la polemica politica. Non sono certo virtù e forse qualche esame di coscienza Renzi dovrebbe imparare a farselo, ma non è neppure vero che per queste motivazioni si debba dar ragione agli attuali avversari dell’Italia.

Il nostro presidente del consiglio non sbaglia del tutto quando afferma che dà fastidio un’Italia che pretende di contare. In tutti i circuiti politici i ruoli tradizionali tendono ad essere più o meno fissi: alla Gran Bretagna si permettono atteggiamenti critici ben più pesanti di quelli italiani, ma viene accreditata a priori di essere più legittimata a farlo perché ha un sistema stimato a priori come serio e affidabile. Noi no. Inutile girarci intorno: per anni il nostro paese è stato valutato come qualcosa di poco serio, privo di una burocrazia veramente all’altezza, con una classe dirigente poco colta e scarsamente competente. Era riconosciuto che esistessero delle eccezioni, ma appunto di eccezioni che confermavano la regola si trattava. Lo sa chiunque abbia frequentato ambienti inter-nazionali in un qualsiasi campo: non solo politico, ma sociale, accademico, economico.

Tuttavia quello esposto è un dato di fatto del quale un politico accorto deve tenere conto sapendo che superare un pregiudizio richiede tempo e lavoro. Questo è il punto difficile per un contesto come quello attuale in cui Renzi dovendo combattere all’interno una battaglia esasperata contro tutti non può contare su quel bene importante che è “la solidarietà nazionale”. Non arriviamo a proporre la mitica citazione inglese del “right or wrong, my country”, ma lo sport nazionale dell’autodenigrazione è una costante nel nostro costume. Come si può pretendere che ci prendano in considerazione fuori se è sufficiente mettere insieme un florilegio dei nostri giornali (e non parliamo dei talk show) per avere un panorama di critiche distruttive? Basterà ricordare banalmente che per una riforma costituzionale, senz’altro criticabile, ma certo orientata a modelli che esistono altrove senza problemi, ci si è sprecati a parlare di colpo di stato e di morte della democrazia. Oppure che nel momento in cui ci si deve dare una normativa sulle unioni fra persone dello stesso sesso il dibattito ha subito assunto toni apocalittici con perdita della ragione fra i favorevoli come fra i contrari.

In un contesto europeo che è sempre più spaventato da una crisi che sostanzialmente non si riesce a debellare, che si misura col fenomeno inedito di migrazioni di massa di popolazioni, che fronteggia una “sponda sud” stravolta da guerre e terrorismo, diventa fortissima la tentazione alla chiusura a riccio per mettersi nelle mani di chi “sa fare bene la politica” (magari semplicemente perché questa è la “maschera” che gli è stata assegnata per decenni).

Il problema vero con cui bisogna fare i conti è che l’Unione Europea è in questo momento priva di una dinamica creativa verso la gestione delle emergenze derivanti da una grande transizione storica. Il fenomeno è già stato visto più volte nella storia: quando si è in queste condizioni, si preferisce affidarsi ai guardiani dei vecchi saperi piuttosto che correre il rischio di cercare sperimentalmente nuove vie d’uscita. Non lo ha forse già fatto l’Europa nella crisi economica fra le due guerre mondiali? Allora perché un Keynes o gli strateghi del “new deal” americano l’avessero vinta ci vollero anni di durissime polemiche.

Naturalmente la storia non si può ripetere a comando e nessuno può incoronarsi da solo come il nuovo Keynes o il nuovo Roosvelt, sia pure facendo le debite proporzioni. Però è altrettanto vero che nessuno può auto-stabilire che ha il potere di distribuire a priori le patenti di credibilità e decidere di conseguenza che chi non si muove come vorrebbe lui è da mettere fuori dalla comunità.

Non sappiamo se davvero in Europa ci sia qualcuno che pensa sia una grande idea azzoppare Renzi o addirittura eliminarlo dalla scena. Se ci fosse questo qualcuno gli andrebbe chiesto come pensa che si possa poi riempire quel vuoto: con Salvini? con il M5S? con la sinistra postcomunista? col ritorno (improbabile) di Berlusconi?

Ci paiono domande lecite, come è lecito continuare chiedendo cosa succederebbe alla UE alle prese con una tempesta di instabilità in Italia. Anche qui gioverebbe ricordare che sino ad oggi dove si sono create instabilità gravi non si è poi risolto nulla, anzi tutti hanno pagato dei prezzi (anche pesanti).

Ovviamente Renzi deve rispondere a questa sfida senza cullarsi nell’illusione che possa fare qualsiasi cosa perché “non c’è alternativa”. Quella è stata a lungo la giustificazione della signora Thatcher che era bollata con l’acronimo “Tina” proprio per l’uso spasmodico della frase “There Is No Alternative”. Ci permettiamo di dire che, al netto di tutte le rivalutazioni postume, non è che allora sia poi andata così bene.