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Renzi 2, la vendetta?

Paolo Pombeni - 21.07.2015
Alfredo D'Attorre

Perdonateci il titolo pop, ma la battuta circola e in effetti esprime una certa sorpresa per l’accelerazione che Renzi ha impresso ad una fase politica che rischiava di eroderne la leadership. Difficile negare che l’intervento all’assemblea nazionale del suo partito abbia un forte valore simbolico: significa che il segretario vuole riprendere in mano quello che è il suo punto debole e verificare se “la ditta” ha davvero la forza se non per disarcionarlo, per scavargli giorno dopo giorno la terra sotto i piedi.

La strategia che Renzi ha messo in campo è di quelle da sfida finale. Innanzitutto ha lanciato un programma che arriva fino al 2018, fine naturale della legislatura. Siccome è basato su proposte precise e non su generici impegni, chi lo farà saltare prima si assumerà la responsabilità di impedire che le riforme annunciate vadano in porto.

La forza di questo progetto è nell’estrema concretezza delle proposte: non solo alcune riforme (qualcuna tipo quella sulle unioni civili giusto per schermarsi a sinistra), ma tre passaggi assai impegnativi e precisi: prima abolizione dell’IMU sulla prima casa; poi riforma di IRES e IRAP (un’apertura alle imprese); infine la revisione degli scaglioni dell’IRPEF. E’ una sfida molto chiara non solo ai suoi avversari interni, ma anche alle opposizioni: vuole accreditare il PD sotto la sua guida come il partito che farà le riforme che nessuno è riuscito a fare.

Le reazioni sono state molto interessanti, perché hanno mostrato quanto Renzi abbia colpito nel segno (ovviamente dal suo punto di vista). Le opposizioni “di sinistra” interne ed esterne sono rimaste a rilanciare slogan senza senso. Lamentarsi che non abbia parlato di lotta all’evasione fiscale suona patetico. Sono anni che ne parlano tutti e non concludono nulla, semplicemente perché lì non c’è niente da annunciare, ma semmai c’è da operare per costringere un sistema renitente ad adeguarsi alle norme. Per quello non c’è bisogno di fare piani, perché da un lato le autorità devono agire e se vogliono possono farlo, dall’altro bisogna che cresca la coscienza civile e questo difficilmente si realizzerà con gli anatemi dai palchi della politica.

Peggio ancora reazioni come quelle della Camusso che rilancia la solita storia di riforme che non favoriscono i lavoratori: se avesse in mente come è attualmente la distribuzione della proprietà della casa di abitazione capirebbe che spara una cartuccia a salve. Non parliamo di quelli tipo Gotor e D’Attorre che addirittura accusano il loro segretario di fare promesse a vuoto e insostenibili: un modo davvero curioso di militare per il successo del proprio partito.

Spiazzate sono risultate anche le opposizioni “di destra” che sanno benissimo come il proprio elettorato sia sensibile all’argomento “tasse” che esse hanno agitato in continuazione senza riuscire a combinare molto. Non possono certo dire che sono riforme “impossibili” altrimenti dovrebbero confessare di non poterle fare neppure loro. Possono, e lo fanno, sostenere che si parla a vuoto e che non se ne farà nulla: argomento rischioso, perché se invece Renzi avrà successo si saranno scritte in anticipo il necrologio.

Gli unici ad essere impermeabili a questo tipo di sfida sono quelli del M5S. Essendo costantemente il loro mantra quello del “ci vorrebbe ben altro” e del “bisogna fare ancora di più”, non hanno problemi con un elettorato che non guarda al possibile, ma sogna costantemente la palingenesi contro tutto e tutti.

L’incognita è quanto sia vasta questa platea e quanto possa ulteriormente espandersi in caso di ballottaggio col sistema elettorale appena approvato. Il vero rischio della strategia renziana sta infatti in questo passaggio.

Scegliendo di proporsi come il realizzatore di una serie di riforme precise e circoscritte, e dunque, su sua stessa affermazione, studiate e possibili, si è in teoria tagliati i ponti alle spalle. Chiama infatti l’elettorato a giudicare il progresso, assai verificabile, dei suoi impegni. Certo contro futuri intoppi nel programma potrebbe sempre esserci la scappatoia di invocare impreviste e formidabili circostanze avverse verificatesi nel frattempo, ma è una scappatoia difficile da sostenere se non ci saranno davvero eventi nuovi sconvolgenti (ed è meglio per tutti che non ci siano). Dunque se Renzi non riuscirà a realizzare quanto si è impegnato a fare la sua carriera politica sarà, almeno per un certo periodo, finita.

Se invece riuscirà nel suo programma, non solo egli diventerà la figura chiave per una fase abbastanza lunga della politica italiana, ma potrà rimodulare il suo partito attorno a questa nuova prospettiva. Gli spazi per il dissenso interno, privo fra il resto ormai di figure capaci di un minimo di carisma, diverranno sempre più ridotti. Quanto all’opposizione esterna dei vari Civati, Fassina e via elencando, essa verrà sempre più spinta a giocare la partita del catastrofismo e della lotta “antagonista”: vie che la sinistra storica ha più volte già battuto con esiti assai poco brillanti, quando non catastrofici.