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18 luglio 2026
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Regionali: nessun esperimento

Paolo Pombeni - 15.10.2025
Slogan Adenauer

Ad una tornata elettorale a fine anni Cinquanta del secolo scorso la CDU di Adenauer si presentò con lo slogan: “Nessun esperimento!”. Potrebbe essere l’epitaffio che spiega l’andamento delle tre elezioni regionali appena concluse e che probabilmente verrà confermato per l’intero ciclo che si concluderà a fine novembre (la sola possibile incognita è la Campania, ma è difficile che inverta il trend).

Cosa è infatti accaduto? Semplicemente che sono usciti perdenti tutti i tentativi di cambiare la situazione dei governi in carica contrapponendo ad essi progetti fantasiosi che rincorrevano tendenze di moda nel teatrino della politica. I tre governatori confermati, ciascuno con buon, talora ottimo margine, cioè Acquaroli, Occhiuto, Giani, non sono personaggi da talk show, non hanno fatto campagne sfavillanti a suon di trovate per finire in prima pagina. Non sono certo omogenei come collocazione nelle rispettive coalizioni: Acquaroli è un meloniano storico, Occhiuto un uomo di FI che viene da un lontano passato DC, Giani un socialista niente affatto omogeneo al cerchio magico della Schlein (che infatti non lo voleva candidato, anche se adesso cerca di intestarsi la vittoria). Hanno però in comune una presenza costante nella gestione dell’amministrazione regionale: più o meno brillante a seconda dei casi, ma comunque costante. I loro competitori, soprattutto due, Ricci e Tridico, erano personaggi da trovate, ma gli è andata male.

In questi casi si dice che la gente ha scelto l’usato sicuro, ma è anche riduttivo. Diciamo piuttosto che il fascino del rovesciare il tavolo per cambiare radicalmente verso alle politiche in corso non convince, per la semplice ragione che viene considerato impossibile. Per questo, come è nella normalità delle esperienze politiche, chi gestisce il potere si radica e non viene scalzato a meno di esaurimento delle sue capacità distributive.

La realtà che sembra ormai inscalfibile del livello di astensionismo che coinvolge metà degli elettori (in Toscana si è recato alle urne il 47,7% degli aventi diritto) riflette questa sfiducia nella possibilità di avere una politica che ribalti gli andamenti correnti, per cui chi si astiene alla fine pensa che questo o quello per me pari sono.

I partiti fingono di stracciarsi le vesti per la diserzione di massa delle urne, ma in definitiva ci fanno conto: così la partita si gioca all’interno dei “campi” consolidati, in un bipolarismo generale che resiste e dove ciascuno continuerà a governare il suo piccolo, medio o grande feudo. L’interrogativo oggi è se questa regola varrà anche per le elezioni nazionali, che non sono dietro l’angolo, ma neppure tanto lontane (si prevede il voto più o meno a giugno 2027), salvo sempre eventi inattesi. Nel governo del paese il destra-centro si è insediato da una legislatura e, per quanto come tutti i predecessori abbia cercato di distribuire il più spoglie possibili (ma più che altro ai suoi fidi), non si può ancora dire radicato in maniera solidissima. Significa che è sfidabile con prospettive di successo? Dipende.

La lezione che tutti i partiti dovrebbero trarre dall’andamento delle regionali è che premia più un esercizio tranquillo del potere che la vendita di sogni su un cambiamento radicale che non risulta credibile. Ma si tratta di una lezione che i partiti non vogliono imparare, perché domina ancora la teoria del cosiddetto “partito pigliatutto” (Catch all party) spostata adesso sulla coalizione: bisogna tenere insieme sia i barricadieri che i moderati, sia i riformisti che i massimalisti, perché alla fine tutto è affidato alla aritmetica elettorale che premia la somma dei voti.

Ciò che si tende a sottovalutare è che il modello funziona a patto che ci sia una regia forte e non contendibile che mette al centro una gestione equilibrata delle risorse disponibili per chi governa e lascia ai margini, relegandole a “propaganda”, le intemerate demagogico-populiste. Questo accade parzialmente nel destra-centro dove la leadership di Giorgia Meloni si fonda sul suo ruolo di premier (nel senso pieno del termine in questo momento) che unisce un attivismo nella politica internazionale ad una gestione prudente del comparto economico finanziario. Poi non riesce a scordarsi il suo passato di agitatrice e si lascia andare a discorsi che stridono con il suo ruolo da premier (non dovrebbe farsi condizionare dal fatto che altri, a cominciare da Trump, amino il doppio registro: ci creda, non porta bene). Tuttavia può contare sulla sponda moderata di FI e sul fatto che il momento di Salvini sta tramontando, come mostrano i flop nelle regionali (e in Veneto vincerà un altro tipo di Lega…).

Nell’ex centro sinistra, che adesso non è neppure più in grado di rivendicare quello storico nome ed è costretto ad una definizione-marmellata come è “campo largo”, manca una leadership che dia identità ad un progetto di governo. Elly Schlein non ha quello che Berlusconi aveva definito “il quid” per compattare le forze attorno ad un progetto, che fra il resto non ha il coraggio di lasciar elaborare perché implicherebbe fare scelte il che significa dividersi. Conte è davvero un visconte dimezzato, per usare una battuta, che a sua volta non ha da offrire nulla se non la sua personale ambizione e un piccolo nucleo di personaggi in cui mancano quelli di sicuro spessore. Né l’estrema sinistra di AVS, né il centro, ora ribattezzato “casa dei riformisti”, sembrano mettere in campo più di qualche più o meno efficace mattatore da talk show (il massimo è Renzi, superbo nella parte, ma che non riesce ad uscire dallo schermo TV che diventa la sua prigione).

In questo quadro quel che succederà alle elezioni nazionali è un’incognita e di quelle grosse. Non solo perché con la situazione internazionale che c’è e con le guerre commerciali in corso si potranno avere ricadute sui nostri equilibri sociali, ma anche perché prima di quelle urne dovrebbe esserci il referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia. Una terribile sirena per tutte le pulsioni barricadiere, a destra, a sinistra e nelle varie corporazioni presenti nel nostro sistema, col rischio di portare il Paese ad una guerriglia civile a bassa intensità, cioè proprio a quello che può sconvolgere la nostra situazione complessiva.