Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Referendum costituzionale, la partita è aperta

Luca Tentoni - 30.04.2016
Euromedia Research 19 aprile 2016

Ogni sondaggio relativo al referendum costituzionale di ottobre è attualmente poco più d'un embrionale tentativo di "saggiare il terreno". Abbiamo ancora quasi sei mesi di campagna elettorale (compresa quella per le comunali, che si concluderà col voto del 5 e 19 giugno) quindi non stupisce che - su cento intervistati da Euromedia Research per “Ballarò” del 19 aprile scorso - ben 46 (il 45,9%, per l'esattezza) non sappiano se andranno a votare o, per ora, non siano intenzionati a farlo. Lo stesso risultato del sondaggio, relativamente alla preferenza di chi invece andrebbe ai seggi, è poco significativo: il 26% degli interpellati approverebbe la riforma, mentre il 28,1% la respingerebbe. Non è solo un dato rientrante nel margine d'errore statistico, ma è anche suscettibile di variazione nel corso dei mesi. Detto questo, però, il sondaggio della Ghisleri non è affatto inutile, perchè delinea alcune tendenze già molto chiare. Secondo la rilevazione, la consultazione sulla riforma costituzionale sembra già una sorta di referendum pro o contro Renzi: voterebbe “sì” il 69% degli elettori centristi di governo (Ncd-Udc) e il 65,2% di quelli del Pd (il “no” si fermerebbe rispettivamente al 6 e al 5%, con un tasso di indecisi o non votanti fra il 25 e il 30%). Solo gli elettori di Sel avrebbero una marginale propensione al "sì" maggiore rispetto a quella di altri partiti d'opposizione: 26,6% contro l'11% di FI e Lega, il 7% di FdI e l'8,5% del M5S. Tuttavia, anche in Sel il “no” arriverebbe oltre il 40% (42,2%) in linea col 42,9% di FI, il 46% della Lega, il 46,5% di FdI e il 51,4% del M5S. Tutto scontato, dunque? Alcuni indicatori ci dicono che non è così. Certo, l'elettorato di centristi, Pd e Sel sembra già schierato (solo il 25-31% è indeciso o non voterebbe: una quota fisiologica). Oscilla fra il 40 e il 46,5%, invece, il tasso di indecisione nell'opposizione di centrodestra e nel M5S. Quel 28,1% di "no" alla revisione costituzionale, inoltre, somiglia molto al 27,4% (sul totale degli aventi diritto al voto nel territorio nazionale) dei “sì” al referendum sulla trivellazione in mare. In altre parole, non è difficile credere che le posizioni degli elettori sul “sì” al referendum del 17 aprile e sul “no” a quello del prossimo ottobre siano in gran parte sovrapponibili. Anche aggiungendo a questi dati quelli di un sondaggio Ixè per “Agorà” del 22 aprile, secondo i quali  i “sì” prevarrebbero con circa il 53% dei voti contro il 47% dei “no”, le cose non cambierebbero molto (pur se Ixè prevede un’affluenza referendaria del 69% che ad oggi sembra spropositata e che in parte contrasta col 60% di votanti alle politiche stimato dallo stesso istituto). In termini di rapporto fra espressioni di voto nel sondaggio Euromedia la differenza (che abbiamo ricavato noi) fra “sì” (48,1%) e “no” (51,9%) rientrerebbe ugualmente nel margine d’errore statistico intorno al valore del 50%. Avremmo – comparando “Euromedia” e “Ixè” - una “forchetta” del 48-53% per il “sì” e del 47-52% per il “no”, dunque un esito del tutto incerto. Se queste sono le posizioni di partenza, con un 28% già mobilitato per il “no” e un 26% mobilitabile per il “sì”, o viceversa (ci permettiamo di prendere come punto di partenza l’affluenza del 54% prevista da Euromedia anziché il meno probabile 69% di Ixè) si possono già trarre alcune conclusioni. La prima è che per vincere la consultazione di ottobre Renzi avrà bisogno di disporre di tutte le forze del suo partito e degli alleati centristi, se gli italiani al voto saranno 26-27 milioni. La seconda è che buona parte della competizione si gioca sul grosso di quegli elettori che oggi – se si votasse per le politiche - non sceglierebbero alcun partito e che non sanno se e come si esprimerebbero in occasione della consultazione di ottobre. Fra costoro, solo 15,5 su cento direbbero “sì” alla riforma, contro il 12,1% che voterebbe “no”. La mobilitazione dei due fronti potrebbe verosimilmente portare l’affluenza sopra il 50% degli aventi diritto, nonostante il fatto che per il referendum costituzionale non ci sia bisogno di un quorum minimo di validità. Questo sondaggio, dunque, non ci permette di prevedere un vincitore, ma ci indica tre possibili direttrici della campagna elettorale referendaria autunnale. La prima, interna alla maggioranza di governo, sarà la massima mobilitazione possibile dei votanti di Pd e centristi (ampiamente minoritari rispetto al complesso del sostegno che i sondaggi accordano ai partiti di opposizione). Quel 30% circa di simpatizzanti del partito di Renzi che non sa se e come votare è probabilmente composto da elettori che non condividono appieno la posizione del premier e che forse si ritrovano di più in quella della minoranza del Pd. Si tratta di una massa di voti che potrebbe – se spinta verso il sì o il no - spostare l'ago della bilancia in maniera sensibile. In altre parole, Renzi non solo deve portare alle urne il grosso del suo partito che è già favorevole alla riforma, ma deve conquistare almeno la "non belligeranza" dei suoi oppositori interni (anche per questo sta cercando di "arruolarne" alcuni nei comitati per il “sì”). La seconda direttrice lungo la quale si snoderà la campagna elettorale riguarderà invece i partiti di opposizione. Quel 27-28% di elettorato che si è già manifestato (con i “sì” anti-trivellazione) al referendum di aprile sembra intenzionato a tornare alle urne, anche perchè l'appuntamento di ottobre è molto più importante. Ma c'è quel 45,7% di elettorato indeciso di Forza Italia che potrebbe andare ovunque, anche verso il fronte del sì. La (per ora improbabile) ricomposizione del centrodestra può influenzare l'esito del referendum costituzionale, accelerando processi di riaggregazione o di dispersione dell'elettorato "moderato". L'area a destra del Ncd, infatti, rappresenta pur sempre, in tutti i sondaggi, poco meno di un terzo dei potenziali votanti. Quindi, le dinamiche di leadership, programmi, posizionamenti di questa area molto eterogenea sono suscettibili di produrre effetti molto marcati non solo sull'esito della consultazione ma anche sulla futura struttura del (per ora scontato) ballottaggio (con l'Italicum) per la conquista del premio di maggioranza alla Camera dei deputati nel 2017 o 2018. Infine, la terza direttrice riguarda il "voto di chi non vota". La prova generale per comprendere se la quota elevata di elettori che oggi non andrebbe alle urne per il referendum costituzionale è un blocco granitico o se può invece essere scalfito da "stimoli politici" è costituita dalle prossime elezioni amministrative. Se l'affluenza resterà al massimo sul 55-60%, probabilmente il "partito astensionista" non si “scongelerà” neppure per il referendum. Un conto infatti è scegliere da chi far governare la propria città (un tema molto concreto e percepito come vicino dai cittadini), un altro conto è esprimersi su una vasta e complessa modifica della Costituzione (per di più, in pieno autunno). Mobilitare i propri elettori, sperare nelle incertezze nel fronte avverso, cercare di catturare un po' di "astensionisti cronici": questo è il filo conduttore di una battaglia appena iniziata e il cui esito è completamente imprevedibile e aperto.