Ultimo Aggiornamento:
28 ottobre 2020
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Ravelstein, Obama e il realismo liberale

Bernardo Settembrini * - 27.08.2016
Saul Bellow - Ravelstein

“Mandano un esercito formidabile e mostrano di saper fare una guerra moderna altamente tecnologica […] Ma poi lasciano il dittatore al suo posto e se ne vanno alla chetichella”. Vengono in mente queste parole del prof. Abe Ravelstein, protagonista dell’omonimo romanzo di Saul Bellow, alla lettura di alcuni passaggi del discorso sullo Stato dell’Unione del presidente Obama dello scorso gennaio. In particolare Obama ha affermato che gli USA non possono “ricostruire ogni Paese che cade in crisi”, osservando sconsolato che “anche senza ISIS e Al Qaida l’instabilità continuerà per decenni in molte parti del mondo”. Sul tema il presidente USA è poi tornato, nel mese di marzo, in un importante colloquio con la rivista “Atlantic” (tradotto in italiano lo scorso maggio da “Internazionale”).

La realtà è però più complessa di quanto la suggestione immediata  suggerisca. Come è noto, nel romanzo di Bellow, Ravelstein è l’alter ego di Allan Bloom, il filosofo allievo di Leo Strauss morto di AIDS nel 1992 e celebre per il saggio La chiusura della mente americana. Ravelstein compie l’affermazione dopo aver appreso la decisione di Bush Sr. di non marciare verso Bagdad una volta liberato il Kuwait nella prima guerra del Golfo del ’91. Fonte dell’informazione di Ravelstein è un suo ex-allievo divenuto consigliere del segretario alla Difesa, Philip Gorman, in cui molti hanno riconosciuto Paul Wolfowitz, che fu effettivamente allievo di Bloom e che, all’epoca della prima guerra del Golfo, lavorava per il Ministero della difesa. Come è noto, Wolfowitz fu poi vicesegretario alla Difesa nel primo mandato di Bush Jr e uno degli architetti della seconda guerra del Golfo del 2003. E qui sta l’elemento di complessità: in fondo l’accusa di Ravelstein (quella di non essere all’altezza del proprio ruolo) può essere rivolta anche a Wolfowitz e agli altri teorici neoconservatori USA degli inizi degli anni Duemila. Fu un tragico errore l’aver creduto di occupare l’Afghanistan e, poco dopo (lasciando da parte la questione, più complessa di quel che sembri, della legittimità di questo secondo intervento) l’Iraq, con un numero relativamente basso di truppe e con scarso impiego di risorse finanziarie, umane, politiche, laddove l’assunzione della responsabilità di ricostruire in quei territori un tessuto socio-politico decente avrebbe richiesto uno sforzo colossale. Se troppo non si fosse romanzato sull’influenza di Strauss, verrebbe voglia di pensare che gli strateghi della seconda guerra del Golfo siano ricorsi, straussianamente, alla “verità essoterica” di operazioni militari svolte con il minimo sforzo per non intaccare il benessere USA (alimentato da quei bassi tassi di interesse causa anche, però, della bolla scoppiata nel 2007) per nascondere la “verità esoterica” del pesante fardello della ricostruzione del Medio Oriente. È in reazione a ciò che Obama sembra aver rinunciato all’idea che le democrazie possano e debbano concorrere a cambiare in meglio il mondo.

Sono due errori speculari. Come evitarli entrambi? Suggerimenti saggi sono arrivati di recente da Pierre Hassner, importante allievo di Raymond Aron, che sembra indicare la via di un “realismo liberale” (si vedano in particolare, in italiano, una sua intervista dello scorso anno al mensile “Una Città” e, in francese, la recente raccolta di suoi scritti La Revanche des Passions). Purtroppo, di fronte alle crisi geopolitiche ed umanitarie, le nostre società non possiedono più la “passione” necessaria a sostenere, sul piano economico, civile, morale, prolungati interventi, politici e militari; occorre quindi individuare attori “presentabili” da sostenere in loco, con il supporto delle nostre forze aeree, di limitate forze speciali, dell’intelligence (come si sta cercando di fare, ma molto di più andrebbe fatto, con i curdi contro il Califfato). Ancora: è vero che la migliore garanzia di pace e stabilità  è rappresentata, nel lungo periodo, dalla diffusione di regimi democratici ma, nel tormentato quadro attuale, è forse piuttosto attraverso il perseguimento dell’antico obiettivo dell’equilibrio tra le potenze che si può sperare di far evolvere, in un contesto di stabilità internazionale, i regimi non democratici.

Si dirà: in fondo è quello che sta facendo Obama in Siria e in Iraq, per il primo aspetto (interventi militari “indiretti” e prudenti), e con l’accordo con l’Iran per il secondo (ricerca di un nuovo equilibrio regionale che possa favorire un’evoluzione positiva interna del regime iraniano). E’ vero, ma lo sta facendo da una posizione che appare debole, per le sue timidezze e incertezze e, al fondo, per aver esplicitamente dichiarato la sua sfiducia nell’efficienza del potere USA nelle relazioni internazionali (dichiarazione che, se fatta da un intellettuale, è senza dubbio un utile contributo alla discussione ma, se fatta dal presidente degli Stati Uniti è, appunto, un’improvvida ammissione di debolezza).

Hassner, in un suo intervento su Esprit di qualche anno fa, ci fornisce anche un terzo elemento: se, in un mondo sempre più multipolare, gli Stati devono perseguire in primo luogo la stabilità internazionale, spetta allora alle società civili delle democrazie farsi carico, con coraggio e determinazione, della protezione di dissidenti, esuli e rifugiati. Ma, e questo è un interrogativo che riguarda ciascuno di noi singolarmente, sapremo trovare la “passione” necessaria per questo?

 

                                                                                                              

 

 

* Bernardo Settembrini è uno studioso di storia contemporanea.