Ultimo Aggiornamento:
18 maggio 2024
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Quello che della scuola va scomparendo

Francesco Provinciali * - 15.04.2023
Cellulare in classe

Nessun contesto meglio della scuola riesce a coagulare i processi di sedimentazione della cultura.

Nel senso che – per definizione - trasmette quella del passato, riflette quella del presente ed è laboratorio formativo di quella del futuro.

Ognuno di questi tre compiti deve essere compresente agli altri altrimenti la scuola stessa finisce per essere rispettivamente mero luogo di travaso di nozioni, specchio acritico dei tempi o fucina di una progettualità senza radici.

Nei percorsi istituzionalizzati di educazione e formazione si leggono le ragioni della continuità e dell’innovazione che spiegano il ruolo del sistema formativo nella società della democrazia e della partecipazione.

L’identità della scuola si manifesta in una continua oscillazione tra ratio e traditio, tra stabilità e mutamenti, tra conservazione e cambiamento, nella ricerca di punti di equilibrio su principi, valori, regole, ideali.

Nel suo accreditamento sociale questa istituzione è a un tempo custode delle tradizioni ricevute e agenzia della loro rielaborazione critica.

Ora io credo che da qualche anno a questa parte (potrei dire da qualche decennio) si sia esponenzialmente accentuata una deriva fortemente orientata a far prevalere le ragioni della discontinuità e del cambiamento fine a sé stesso.

Come acutamente ebbe a scrivere Ernesto Galli della Loggia, una volta nelle nostre aule risuonavano alti i nomi di Dante, Galilei, di Leopardi e Manzoni.

Oggi molta parte dell’impegno pedagogico è prevalentemente profuso ad insegnare ai ragazzi a non usare i cellulari in aula, a non mangiare le merendine e a non mettersi le dita nel naso (e quel che è peggio è che ciò in larga parte corrisponde ad aspettative di tipo sociale). Per non parlare dei casi in cui è necessario fermare il bullismo dilagante, verso i compagni e gli stessi insegnanti: non più bravate ma veri e propri atti di teppismo.

Una rincorsa senza speranza se si pensa di non perdere l’aggancio con il concreto, il quotidiano e di guidare i processi di mutamento sociale mettendo al bando lo studio e la valorizzazione delle nostre migliori tradizioni culturali.

Perché i nostri figli sanno usare il PC, accedono ad internet e a loro modo comunicano con il mondo ma non sono più capaci di usare un vocabolario, non sanno scrivere, non sanno parlare senza affondare negli intercalari di dubbio buon gusto e di pessima educazione.

C’era una volta una scuola dove si andava volentieri, che meritava la fiducia delle famiglie e la considerazione sociale.

Una scuola dove gli insegnanti stavano in cattedra e gli alunni nei banchi.

Poi è arrivato il vento del cambiamento e questa scuola è lentamente scomparsa, sostituita da un’altra scuola – a volte migliore a volte peggiore – ma fondamentalmente senza volto e senza identità.

Un posto di passaggio (una delle tante “agenzie formative”, come l’abbiamo voluta rinominare) dove non si sosta più volentieri, per assaporare il gusto ineguagliabile della cultura lentamente trasmessa e lentamente assimilata.

Una scuola che ha perso per strada molte parole che non si usano più: rispetto, tradizione, valori, merito.

Una scuola fast-food, ma questa è una storia di cui riparleremo un’altra volta.