Ultimo Aggiornamento:
19 giugno 2024
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Problemi veri, soluzioni approssimative

Paolo Pombeni - 19.06.2014
Stefania Giannini

C’è un pericolo che sovrasta la fase politica attuale: risposte abborracciate a problemi seri. Non è la solita critica, trita e ritrita, alla moda dei cronoprogrammi e alla “velocità” scelta da Renzi come emblema del suo modo di governare. Si tratta al contrario di misurarsi con un vezzo nazionale, quello di pretendere di risolvere problemi reali e complessi con soluzioni che sono slogan buoni per la propaganda. E questo riguarda tutti, governo e opposizione, parti sociali e tecnici od intellettuali più o meno prestati alla politica.

Lasciateci fare due esempi. Il primo, che non riguarda il governo, è la questione della responsabilità civile dei magistrati, che si sta tentando di introdurre con qualche colpo di mano.

Il problema a cui dovrebbe rispondere è serio, perché si tratta di mettere un freno a comportamenti di alcuni magistrati che, vuoi per desiderio di palcoscenico, vuoi per inclinazione al giacobinismo, si buttano in imprese inquisitorie che al dunque si rivelano inconsistenti. Che il tema esista non lo diciamo noi, ma lo ha più volte richiamato nei suoi discorsi alla magistratura e alle alte cariche dello stato il presidente Napolitano.

Pensare però di risolverlo dando a chi è stato danneggiato ingiustamente da questi comportamenti il potere di aprire un contenzioso diretto con il magistrato responsabile per avere da lui un giusto risarcimento è una soluzione sbagliata, perché lede non le prerogative della magistratura, ma la sua posizione nel sistema costituzionale. Il magistrato infatti è una articolazione dello stato, sia pure dotata di una sua sfera di indipendenza tutelata a difesa della delicatezza del suo compito. Proprio questa delicatezza presuppone però che egli sia responsabile dei suoi atti: non direttamente davanti a chi persegue, quasi che il contenzioso fosse una contesa fra lui e l’imputato, ma davanti al potere che lo ha investito di quel compito delicatissimo, cioè lo Stato.

Oggi in teoria questa responsabilità del magistrato di fronte allo stato esiste ed ogni volta che egli sbaglia gliene può essere chiesto conto. Si lamenta che in realtà ciò avvenga in casi rari, ma allora il tema non è cambiare la natura delle forme di controllo della sua responsabilità, bensì fare in modo che, pur con tutte le cautele del caso, il “sistema costituzionale” sia messo in grado di governare e circoscrivere sanzionandoli i comportamenti con cui viene danneggiato non solo il singolo che ne è vittima, ma la stessa credibilità e legittimazione della funzione giudiziaria.

Sembra un discorso astratto e circoscritto ad un ambito molto particolare? Niente affatto e lo dimostra un caso molto meno eclatante e apparentemente secondario.

Il sistema universitario italiano ha introdotto di recente la “abilitazione scientifica nazionale” per valutare l’idoneità a ricoprire posizioni di insegnamento e di ricerca nei nostri Atenei. Lo si è fatto per contenere non pochi arbitri e pasticci che si facevano nel sistema di reclutamento, ma la prima prova del nuovo meccanismo ha mostrato criticità e falle. Era difficile immaginare che questo non avvenisse dovendo far cambiare mentalità ad un mondo ingessato e abituato ad altri metodi di selezione. Non ci voleva molto a supporre che, cedendo a varie pressioni corporative e non, si sarebbero messi in moto meccanismi che si prestavano a distorsioni (estrazione a sorte dei giudici, accorpamenti a volte discutibili di aree disciplinari, ecc.). Soprattutto si poteva sapere che nella prima tornata ci sarebbe stato un affollamento abnorme di candidati dopo anni di assenza di possibilità di presentarsi a meccanismi di validazione sufficientemente aperti.

Ebbene anche in questo caso nella prima attuazione del nuovo sistema è scattata l’italica sindrome di fronte al puntuale verificarsi di problemi: siccome ci sono state disfunzioni varie, cosa facciamo? Cambiamo subito sistema. Questo è quanto l’ineffabile ministro Giannini, davvero non esattamente un faro di capacità, si è affrettata a dichiarare (anche se poi non si sa mai se queste dichiarazioni avranno un qualche seguito).

In un paese dotato di minima razionalità si sarebbe semplicemente ragionato su come imparare dagli errori. Per esempio selezionare meglio le commissioni giudicatrici, istruire i commissari sulle regole che si devono seguire per evitare le trappole dei ricorsi, punire, sì punire quei commissari che avendo scambiato la loro nomina per quella a membri del giudizio universale si sono permessi giudizi e comportamenti inaccettabili. Chiudere semplicemente l’esperimento vuol solo dire creare uno scompenso e doversi buttare in un esperimento ulteriore per vedere come risolvere il problema del filtro d’ingresso alle carriere accademiche.

I due esempi che abbiamo portato, nella loro radicale diversità, hanno solo lo scopo di attirare l’attenzione sulla necessità di ripristinare una seria cultura della gestione delle criticità: gli interventi devono servire a risolvere dei problemi, senza che la soluzione crei disastrosi disequilibri nel sistema, perché questi poi si pagano amaramente senza che peraltro le improvvisate soluzioni draconiane portino davvero qualche risultato apprezzabile.