Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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PD: troppo di lotta e poco di governo?

Paolo Pombeni - 12.07.2017
Gentiloni e Renzi

La leadership si nutre del teatrino mediatico, ma non è detto che sia la miglior cosa possibile. Renzi dovrebbe averlo capito dai tempi della campagna per il referendum costituzionale, ma sembra non sia così. Dopo un breve periodo di continenza, ecco il segretario del Pd tornato in campo con tutta l’aggressività di cui è capace per rilanciare l’immagine di un partito sempre più di lotta (elettorale) e sempre meno di governo. I maligni dicono che essere di governo oggi significherebbe rafforzare Gentiloni anche per il post elezioni e scommettono sull’ossessione di Renzi di tornare ad ogni costo a Palazzo Chigi. Se davvero fosse così significherebbe che non è un leader nel vero senso della parola: quelli sanno aspettare e costruire nell’attesa. C’è da sperare non sia così, perché di leader politici veri l’Italia ha gran bisogno.

Sia come sia, resta il fatto che Renzi aprendo un contenzioso con la UE ha messo in posizione difficile il governo che pure il suo partito supporta. I commentatori sottolineano che subito è stato corretto il tiro: il segretario del PD ha specificato che le sue proposte valgono per il prossimo governo pienamente legittimato dalle future elezioni; Padoan ha dato più o meno la stessa interpretazione all’intemerata renziana. Ma è davvero così? Se teniamo conto che le elezioni si faranno fra sette/otto mesi e non su tempi lunghi, che in parlamento c’è una situazione instabile nota a tutti, che l’opinione pubblica italiana è spaccata e frastornata dalla pessima gestione che gli stati della UE stanno facendo della questione migranti, c’è da dubitare che quanto detto possa essere declassato ad un contributo ad un dibattito da aprire in futuro.

Il rinnovato asse franco-tedesco punta ormai apertamente ad un rafforzamento della direzione comunitaria sull’economia: ormai le notizie sugli studi degli esperti al proposito sono arrivate sulla stampa, si sa che il prossimo bilaterale Merkel-Macron affronterà la questione sia pure da punti di vista diversi, perché i francesi vogliono sperimentazioni per l’espansione e i tedeschi non mollano sulla difesa della stabilità, cioè dello status quo. In questo clima quanto conviene al PD e al suo leader accodarsi alle polemiche anti-europee su cui i suoi avversari si sono già spinti molto avanti?

Dalle anticipazioni del prossimo libro di Renzi veniamo a sapere che si fa vanto di avere giocato duro in sede comunitaria e di essere diventato per questo temibile. Ma temibile a che titolo: perché capace di mettere davvero in crisi un sistema o perché facendo sempre le bizze costringeva a perdere tempo senza portare a risultati? La domanda non è banale, perché incrocia l’interpretazione delle ragioni per cui l’Italia ha avuto sul terreno economico alcuni trattamenti di riguardo dalle strutture comunitarie.

Se non ci fosse la questione dei migranti, si potrebbe anche accedere alla lettura che ne danno i renziani e, senza dargliene merito, i cosiddetti sovranisti: si è fatta la voce grossa e si è portato a casa il risultato. Ma come mai invece sui migranti, problema assai meno imputabile alle debolezze italiane che non la nostra situazione economica, si sono battuti i pugni sul tavolo e si sono ricevute in cambio le classiche torte in faccia?

Ci permettiamo di suggerire che la risposta potrebbe essere semplice. Sul versante economico è interesse dei grandi paesi che l’Italia non collassi, non solo perché c’è di mezzo l’euro, ma perché il nostro paese, sia come mercato che come sistema produttivo, è anche una parte non marginale del sistema europeo. Mandarla al semi fallimento sarebbe stato un danno per tutti. Coi migranti non è così (o almeno si crede non sia così) e dunque delle richieste italiane non si tiene conto, anche se sono state fatte colla necessaria determinazione.

Risulta difficile capire perché Renzi non si renda conto di questa realtà. La possibilità di tenuta del PD non è nello scavalcare in termini populistici la retorica dei concorrenti, ma nel mantenere l’immagine dell’unico partito che ha una cultura di governo e che ha, si spera, almeno un pezzo di classe dirigente in grado di governare il paese. Questo andrebbe a vantaggio di Gentiloni e della parte più attrezzata della sua squadra, che vengono dipinti, anche in maniera interessata, come l’alternativa ragionevole all’irruenza renziana?

Può darsi che l’attuale leadership del PD corra questo rischio, che comunque è molto minore rispetto a quello di finire travolto nella campagna elettorale dai suoi avversari. Difficilmente infatti li potrà contrastare se accede alle loro mitologie sovraniste (di destra o sinistra che siano) e se non scommette sulla presenza nel corpo elettorale di quel tanto di buon senso da capire che le sceneggiate da grande potenza non hanno mai portato fortuna al nostro paese.

Speriamo non faccia velo l’eterna illusione che le retoriche elettoralistiche sono parole al vento, perché poi una volta al potere si può opportunamente aggiustare tutto. Così non è quasi mai, e soprattutto non può esserlo in un contesto come il nostro in cui la speranza di avere un esito delle urne che disegni un quadro di stabilità è davvero ridotta al lumicino.