Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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Parigi val bene una riflessione su noi stessi

Tiziano Bonazzi * - 13.01.2015
Je suis Charlie

Impressionante la manifestazione di Parigi. Esaltante il milione e più di "Je suis Charlie"; ma quale insegnamento trarne? Penso nessuno ritenga che quell'unità indichi una generale unità di intenti. A me pare sia una comune rivendicazione della libertà di scontrarsi su una miriade di questioni politiche, etiche, culturali. Il che va bene. James Madison, uno dei grandissimi della Rivoluzione americana, scrisse che se si spegne lo scontro fra fazioni diverse si spegne la libertà, che la libertà vive nel dissenso non nel consenso. Ottimo, è uno dei principi base dell'illuminismo. La libertà umana è scontro. La libertà non è un assoluto con un significato univoco, non scende dall'iperuranio, è storia e neppure storia progressiva, in cammino verso più alti destini. E' mutamento, un susseguirsi di contesti che variano per una ridda di miliardi di variabili e lì, nel mutare dei contesti, si colloca una minima variabile, ciascuno di noi, la nostra volontà di smuovere qualcosa.

         Da qualche generazione la civiltà a cui apparteniamo - e che non è una, ma un ammasso di storie confliggenti - ha trovato nel termine libertà il suo luogo di confronto, la sua utopia e per le tante varianti di questa utopia ha versato sangue e sangue e sangue. Nel 1989, credette di aver vinto, di essere giunta alla fine della storia come scrisse improvvidamente Francis Fukuyama. Quell'affermazione era in realtà l'ultima e più presuntuosa espressione dell'egemonia bianca che gli europei esausti avevano ceduto agli Stati Uniti affinché fossero loro a portarla avanti, ad assimilare il mondo a "noi" con strumenti più raffinati del colonialismo. Non ce l'ho con la storia europea e con la civiltà europea, le abbraccio con passione; ma ne vedo lo smisurato orgoglio, il credere di essere autosufficienti, l'aver assorbito molto dall'esterno senza misurarsi con esso. La cosa ha funzionato finché i bianchi sono stati conquistatori ed egemoni; ma oggi non funziona più. Gli Stati Uniti sono riusciti a creare un capitalismo globale; ma neppure loro hanno assimilato le culture non occidentali, anzi, hanno dato loro gli strumenti tecnici ed economici per rafforzarsi, farsi valere e giocare in proprio le loro contraddizioni e le loro ambizioni, per espandersi o scoppiare. E siamo a oggi.

         Certo che oggi c'è odio e c'è volontà di guerra contro un generico Occidente da parte di correnti islamiche furenti di purezza che si sentono in possesso non solo della vera religione, ma della retta via per realizzarla e che in buona coscienza sono pronte a uccidere e al martirio. Conosciamo bene dalla nostra stessa storia la potenza spesso perversa della fede, il suo assolutismo, il suo orizzonte che ponendosi al di là della storia vuol piegare la storia a sé. Il suo spirito missionario che più spesso che no non accetta di fermarsi e si trasforma in conquista. Adesso dobbiamo confrontarci con un'identica dinamica che la storia ci fa piombare in casa. Inutile scandalizzarci, dovremmo scandalizzarci di noi stessi, inutile parlare di barbarie, quando di quella barbarie siamo impastati e tanti la vorrebbero resuscitare se ne avessero la forza.

         Che fare? Nei momenti di crisi la frase del vecchio Lenin torna sempre utile. Ecco, capire che l'Europa è solo una provincia del mondo, che le civiltà si stanno intrecciando e mescolando, che non godiamo più di alcuna supremazia. Ammettere che valori e identità sono parole stupide se non le consideriamo storiche, mutevoli, aperte, se non le relativizziamo nel confronto con se stesse e con gli altri. Relativizzare non è una parolaccia, è solo identificarci come esseri che vivono nel tempo. E' ammettere che la storia ci travolge se erigiamo barriere contro di essa e che l' "invasione islamica" è la conseguenza inevitabile di un mondo che si va ristrutturando. Sembrerà stupido, ma se vogliamo godere di cellulari e cure per il cancro, di vini sempre migliori e di uguaglianza fra i sessi - se vogliamo continuare a vivere di democrazia! - dobbiamo parlare alla pari con gli "invasori". Non sono l'assimilazione e l'omogeneizzazione ad aiutarci. Capiamo, piuttosto, che gli "altri" possono sentirsi superiori a noi, in possesso di verità migliori delle nostre, disperati per la fame e pronti a pulire i nostri pavimenti, ma con spirito fiero e pieno della nostra stessa superbia o delle nostre stesse ragioni. Siamo assieme e siamo pari. Cominciamo da qui. Da qui, su questo terreno saremo legittimati a combattere e a punire quanti vogliono portare non le moschee, non il cibo halal, non le donne che si velano (brutto argomento, vero?), ma il terrorismo e l'assassinio in nome della purezza. E' la purezza della fede il vero nemico. Lo è stata per noi quando credevamo di essere noi soltanto a esistere, ora lo è nel confronto alla pari con gli altri. Quello di cui dobbiamo discutere con gli immigrati a livello culturale è che la fede ha una componente storica. Lo possiamo fare perché gli "altri" non sono una falange, sono esseri umani vigili e diversi fra loro come noi. Sarà lunga, sarà dura; ma non siamo in uno "scontro di civiltà", siamo nella storia.

 

 

 

 

* Professore emerito di Storia americana all’Università di Bologna