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Non serve giocare coi numeri

Paolo Pombeni - 19.04.2016
Referendum trivelle

La tentazione di giocare coi numeri dopo qualsiasi partita elettorale è un impulso irrefrenabile per i politici. Ci sono quelli che lo fanno con stile e quelli che non ne sono proprio capaci, ma è poco significativo. Ragionare su quel che è successo serve di più e noi proviamo a farlo.

Il referendum sulle trivelle (manteniamo questa definizione equivoca) è stato un mezzo flop da due punti di vista. Il primo è quello dei promotori più seri, cioè coloro che realmente pensavano, giusto o sbagliato che fosse, di essere di fronte ad una scelta realmente ambientalista. Il secondo è quello dei politici/politicanti che hanno pensato di sfruttare il populismo ambientalista per dare una spallata a Renzi. Il problema è che è impossibile separare le due componenti fra coloro che hanno votato sì al quesito referendario. Entrambi gli schieramenti cercano di accreditarsi la totalità del voto espresso che non è quantitativamente poco, perché sfiora un terzo dell’elettorato. Ciò è facilitato dal fatto che nei vertici stessi dei promotori del referendum le due componenti si mischiano ed è difficile dire quale sia quella strumentale.

Ciò pone però un problema serio all’ambientalismo italiano: se vuole fare passi avanti e conquistare una forte presa sul paese deve uscire dai recinti degli estremismi radicaloidi e soprattutto deve scindersi dai politicanti che vogliono cavalcare queste sensibilità solo per i loro fini. Vale naturalmente anche per il governo, che non può lasciare una maturazione in senso ambientalista nelle mani dei demagoghi. Renzi ha provato a fare delle aperture nel suo commento agli siti referendari, ma il contesto era troppo segnato dalla polemica del momento e dunque dovrà, se vuole, tornarci sopra con più incisività.

La seconda questione riguarda però la capacità di mobilitazione degli elettori. L’aver puntato sul meccanismo sicuro dell’astensionismo non ci dice quanto Renzi e il suo PD siano capaci di portare gente alle urne su quesiti difficili. Questo è un problema non piccolo per il referendum confermativo delle riforme costituzionali ad ottobre: lì non c’è il quorum e dunque per vincere il premier deve portare gente ai seggi e deve farlo su un quesito che certo non è in sé stesso dei più semplici da far capire.

Si può comprendere che gli sconfitti di oggi siano ringalluzziti da questa riflessione, ma bisognerà vedere cosa accade nei prossimi mesi. La tentazione che sembra dominare in ambienti PD di cavarsela drammatizzando il futuro referendum come un sondaggio pro o contro il governo presenta dei rischi. Ovviamente si potrebbe pensare che in tempi difficili come questi spaventi non poco l’ipotesi di buttar giù un governo per precipitare il paese nel caos di equilibri che non si trovano e di battaglie virulente a fronte di nuove elezioni da giocarsi nel quadro parzialmente vecchio della nostra politica (non dimentichiamoci che se la riforma venisse bocciata si dovrebbe fare una legge elettorale per il senato da rinnovare e solo questo è roba da far rizzare i capelli in testa). Siccome però le scelte elettorali raramente sono fatte con ragionamenti accurati aspettarsi una larga maggioranza consapevole di questo rischio non sappiamo quanto sia fondato.

Il direttore Mentana può irritarsi perché Renzi se la prende coi talk show invece di ringraziarli perché fanno informazione, ma, sia detto senza alcun astio, quelle trasmissioni sono interessate più che ad informare a far spettacolo con scontri tra personaggi che la sparano grossa, per cui la ricerca dell’equilibrio fra rappresentanti delle tesi (estreme) opposte semplicemente aggiunge confusione, perché più che elementi per capire si diffondono mitologie di opposto segno.

Dunque il vero problema che si apre con l’indubbio successo per la politica del premier che è stato raggiunto con il risultato del 17 aprile è come trasformare l’armata degli astenuti almeno parzialmente in una compagine di sostenitori. Certamente la pretesa dei perdenti di avere a disposizione 15 milioni di votanti che ad ottobre li seguiranno contro Renzi è piuttosto infondata: non ci sono elementi per pensare che tutti coloro che hanno votato sì l’abbiano fatto per odio al premier. A Renzi, volendo, non mancherebbero elementi per recuperare almeno una buona parte di quegli elettori, così come non è detto che chi “si scalda” per una questione ambientale (o presunta tale) sia poi automaticamente disposto a farlo per mantenere il senato elettivo e paritario.

In mezzo per di più ci sono mesi in cui la storia, per usare una parola grossa, non starà ferma: non c’è solo il passaggio delle amministrative (per cui fra il resto non c’è solo da vedere chi vincerà, ma se i vincitori di giugno non deluderanno i loro votanti da lì ad ottobre …), ci sono l’evoluzione della questione migranti, le contorsioni europee (a cominciare dalla Brexit), l’andamento dell’economia, gli sviluppi di varie questioni scandalistiche che possono riservare sorprese in più di una direzione.

Dunque più che perdere tempo a giocare con l’interpretazione dei numeri, converrebbe che la politica cominciasse a ragionare di come gestire in modo maturo una opinione pubblica che è in larga parte stufa di demagogie. Renzi aveva buone ragioni per denunciarlo domenica sera, ma, come gli è stato suggerito da Stefano Folli su “Repubblica”, deve stare attento a non cadere anche lui nelle spire di quel vizietto.