Ultimo Aggiornamento:
30 maggio 2020
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Morire di fame ai tempi del coronavirus: rapporto globale 2020 sulle crisi alimentari

Lucia Conti * - 16.05.2020
Fame Covid

La peste, giunta dall’Oriente…viaggiava senza fretta, al suono delle campane, come un’imperatrice… infondeva un elemento di insolente eguaglianza nell’esistenza di tutti”.

Così Zenone, l’alchimista-medico dell’Opera al Nero di Marguerite Yourcenar, imbattendosi nella peste in Germania, curando poveri e potenti le attribuisce il potere di azzerare le diseguaglianze, spargendo morte senza distinzione alcuna. Oggi, ai tempi del coronavirus, è frequente fare un parallelo fra le pandemie epocali, ma è proprio vero che azzerino ogni differenza? Siamo tutti sulla stessa barca o le pandemie si sommano a fragilità pregresse dovute ad altre cause? In una pandemia è il confinamento la misura globalmente adeguata di contenimento?

Nelle ultime settimane un altro quesito è balzato all’occhio del lettore attento da articoli di varie testate, dal New York Times al The Economist a BBC News: “Morire di fame o di coronavirus?”. Un servizio del 27 marzo su BBC News riportava la decisione di Messico e Nicaragua di non adottare misure di confinamento, mentre altri paesi latinoamericani annunciavano la chiusura delle frontiere ed il coprifuoco. I presidenti Obrador e Ortega, la cui decisione ha suscitato un coro di critiche, nell'esporre le loro strategie di prevenzione adducono un’identica motivazione: il confinamento avrebbe un grave impatto su più di metà della popolazione che vive in condizioni di povertà e lavora nel settore informale in cui la mobilità è imprescindibile.

Il 4° rapportosulle crisi alimentari fornisce una base per dipanare questo dilemma. Il rapporto, lanciato il 21 aprile dalla rete globale contro le crisi alimentari, una piattaforma di organizzazioni internazionali contro la fame e la malnutrizione, si basa su dati precedenti il diffondersi del

covid-19 e ne riconosce il probabile impatto sulla sicurezza alimentare. Invita quindi a intensificare gli sforzi per combattere fame e carestie, per poter raggiungere l’Obiettivo 2 dello Sviluppo Sostenibile di azzerare la fame entro il 2030. Premesso che gli ultimi tre rapporti registrano un incremento di fame e malnutrizione, ecco le cifre globali riferite al 2019: 135 milioni di persone colpite da insicurezza alimentare acuta in 55 paesi, 183 milioni sulla soglia dell’insicurezza alimentare acuta, 17 milioni di bambini affetti da malnutrizione acuta. Questa la distribuzione per aree geografiche: 73 milioni in Africa, 43 milioni in Medio Oriente e Asia,18,5 milioni in America Latina e Caraibi, 0,5 milioni in Europa. Se riconduciamo le crisi alle cause ecco i risultati: 77 milioni in 22 paesi colpiti da conflitti armati, 34 milioni in 25 paesi sottoposti a shock ambientali, 24 milioni in 8 paesi in crisi economica. Da un raffronto temporale emerge non solo che i conflitti armati sono la principale causa delle crisi alimentari, ma che dal 2018 al 2019 il numero totale di persone in crisi alimentare in paesi colpiti da conflitti armati è aumentato di oltre 3 milioni. In Asia e Medio Oriente 40 milioni vivono in 9 paesi interessati da conflitti armati protratti. Nell'Africa orientale persistono tensioni localizzate e conflitti aperti, quale quello in Sud Sudan con l’esodo incessante di rifugiati verso paesi vicini, specie l’Uganda. Nell'Africa occidentale i due principali focolai di conflitto si concentrano nel bacino del Lago Ciad e nel Sahel centrale.

Ma torniamo al dilemma che i paesi colpiti dalle crisi alimentari si trovano ad affrontare nel far fronte al coronavirus: prevenire il contagio o preservare i mezzi di sussistenza e quindi la mobilità? O in altri termini: “Salvare le persone dal coronavirus per farle morire di fame?”. In paesi in cui il lavoro informale è parte essenziale della strategia di sostentamento di gran parte della popolazione, le restrizioni sulla mobilità avrebbero l'effetto di azzerare le fonti di reddito delle fasce più vulnerabili. In questo articolo non si vogliono discutere le misure di contenimento adottate dai vari governi ma solo suggerire che non esiste un’unica soluzione. Paesi come il Kenya ed il Ruanda, ad esempio, hanno mostrato una resilienza inaspettata adottando misure innovative basate soprattutto sull’applicazione della tecnologia digitale (Z. Flood in Al Jazeera, 15 aprile 2020). Non andrebbe dimenticato che la resilienza di questi paesi si è temprata passando attraverso fame, epidemie e guerre a cui i “paesi sviluppati” si sono sottratti per più di mezzo secolo. Un rapporto della Caritas del 2016 sulle epidemie indicava le malattie infettive come causa di 40% dei decessi nei paesi in via di sviluppo e di solo l'1% nei paesi industrializzati. Forse, fame, epidemie e guerre non sono fatalità ma eventi le cui responsabilità possono essere individuate, come ci ricorda Voltaire alla voce “Guerra” del suo Dizionario filosofico: “La carestia, la peste e la guerra sono i tre più famosi ingredienti di questo basso mondo… [i primi] due presenti ci vengono dalla provvidenza. Ma la guerra, che riunisce tutti questi doni, ci viene dall’inventiva di tre o quattrocento persone sparse sulla superficie del globo sotto il nome di principi o di governanti; è forse per questo motivo che costoro, in molte dediche, vengono chiamati «immagini viventi della divinità»”.

 

 

 

 

* Dal 1996 è consulente per la cooperazione allo sviluppo, con esperienze in Africa, America Latina, Medio Oriente e Bruxelles.