Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Mille giorni per mille riforme?

Paolo Pombeni - 02.09.2014
Conferenza stampa primo settembre 2014

Conferenza stampa piuttosto rapida quella di ieri di Matteo Renzi, ma significativa per più di un aspetto. Innanzitutto la “composizione” del palco: lui, più la Boschi e Del Rio. Nel primo caso, la sottolineatura del ruolo di “gestione del confronto parlamentare” a cui viene delegata la ministra (che peraltro si conferma più ferrata del premier in materia, visto che Renzi si confonde alcune volte sul punto a cui sono i lavori alle Camere). Nel secondo caso vi è piuttosto la volontà di confermare il ruolo di “fratello maggiore” (Renzi dixit) del sottosegretario dopo i rumors di stampa che lo davano in crisi di rapporti col premier.

L’attribuzione a questo duo del ruolo di coordinatori della strategia dei “mille giorni” non è un fatto banale, anche se, va notato, alla Boschi va il fronte parlamentare e a Del Rio quello diciamo così dei provvedimenti sociali, cioè due funzioni di supporto che, al di là del ruolo di regista e direttore generale che ovviamente il premier riserva a sé stesso, non lascia intravvedere bene quali posizioni saranno riservate ai ministri.

Al solito si è trattato di un discorso di scenario, più che di veri messaggi mirati a convincere degli interlocutori specifici. Due infatti i temi di fondo: da un lato contrastare la tesi che il premier sia affetto da “annuncite”, elencando invece la serie di provvedimenti fatti approvare o in via di approvazione; dall’altro lato rilanciare l’impegno dei “mille giorni”, pignolescamente contati (iniziano oggi,  1 settembre 2014, finiscono il 30 maggio 2017), in cui “il paese lo cambiamo davvero”.

Se si affermasse che questa volta Renzi è stato il brillante comunicatore di sempre, non si direbbe la verità. Il pezzo forte della comunicazione era l’annuncio dell’apertura del sito “passodopopasso.italia.it” dove si afferma che i cittadini potranno non solo seguire giornalmente l’evolversi dei provvedimenti, ma anche interloquire su di essi facendo sapere al governo le proprie opinioni. In verità non proprio una notizia esaltante: perché non è che sia così semplice seguire l’evolversi dei procedimenti legislativi in questo modo (e non è una novità: notizie si trovano sui siti dei ministeri, delle Camere, ecc., ma non è che servano a gran che); perché non è inviando e-mail al governo che si può davvero influire sulla formazione dei provvedimenti.

Purtroppo non si vuol prendere atto di una crisi specifica della politica, che è quella di avere di fatto cancellato i luoghi di partecipazione e di mediazione. I partiti non lo sono più, le grandi agenzie sociali (rappresentanze degli interessi, chiese, ecc.) sono ridotte a lobby molto di parte, la stampa è trascinata dalle TV all’agonismo gladiatorio, più che a veicolare riflessioni costruttive. Pensare che a sostituire questi antichi canali di costruzione del consenso partecipato possa essere “la rete” dovrebbe essere una utopia da lasciare a Grillo e Casaleggio.

Ci si sarebbe potuti aspettare qualche comunicazione di contenuto, ma non ce ne sono state, a meno di considerare tali alcune ripetizioni di cose risapute. Rientrano in questa categoria i conti sullo snellimento dei decreti attuativi: abbiamo appreso che degli 889 ereditati dal governo Letta ne rimangono da chiudere solo 528, anche se nel frattempo il governo Renzi gliene ha aggiunti 171 di nuovi. Ci si chiede se davvero non si può trovare un meccanismo meno barocco per dare attuazione alle leggi, perché così difficilmente si arriverà a soluzione del problema della loro scarsa efficienza. Aggiungiamoci la consueta liturgia sulla questione del superamento dell’articolo 18, che si promette ci sarà, ma senza affrontare di petto la questione, con un percorso, un po’ contorto, delle cosiddette “tutele crescenti”. Sarebbe più ragionevole rivedere la normativa sulla “giusta causa” di licenziamento, rendendola effettivamente restringibile ai soli casi di licenziamenti discriminatori senza motivo (mentre ora se ne è abusato), ma è una strada che nessuno vuole percorrere.

Il mantra dei “nemici occulti” delle riforme che Renzi continua a presentare si sta rivelando un po’ frusto: che ci siano resistenze infinite al cambiamento che si deve realizzare lo si sa (e nel nostro piccolo l’abbiamo scritto anche noi), ma questa evocazione continua delle forze oscure rischia di diventare la parodia della “Spectre” (e non si vede chi farà James Bond…).

Ci sarebbe piaciuto di più sapere qualcosa di preciso sull’iter della legge elettorale, avere dettagli sui piani per il rilancio economico (l’annuncio che la BCE farà generosi regali alle banche che li distribuiranno alle imprese, non ci rassicura), soprattutto capire come il governo riuscirà a rendere operative tutte le riforme che ha in mente.

Onestamente Renzi ha ammesso che poi per la gran parte sono quelle di cui si parla da decenni senza riuscire a portarle in porto. Tuttavia vorremmo insinuargli il sospetto che ciò sia avvenuto non solo perché non si sono fatte leggi (anzi ne sono state fatte anche troppe), ma perché sono mancati gli strumenti per rendere attuabili e attuate le modificazioni su cui pure a parole c’era ampio consenso.

Altrimenti si finirà negli slogan, tipo mille giorni per mille riforme, ma tutto finirà lì.