Ultimo Aggiornamento:
28 gennaio 2023
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Ma cos’è questa sinistra? Fra riformismo e movimentismo

Paolo Pombeni - 25.01.2023
Bonaccini, Letta e Schlein

Sulla modesta sceneggiata dell’assemblea del PD chiamata a varare il nuovo manifesto dei valori si è abbattuta una pioggia di critiche pressoché da tutti i settori. Certo era difficile evitare di chiedersi se ci volevano 87 “saggi” per mettere in fila una serie di generiche buone intenzioni che per la maggior parte è difficile non sottoscrivere, ma la cui sottoscrizione lascia davvero il tempo che trova. Sarebbe stato più serio discutere su alcune questioni di fondo che non sono state toccate, oltre che provare a formulare qualche proposta credibile e realizzabile per giungere almeno a qualcosa di concreto su qualcuno degli obiettivi generici indicati.

Proviamo a porre almeno alcune delle questioni di fondo. La prima è storica. Il PD era nato, su spinta di Veltroni, ma non solo, per realizzare il superamento di una frattura che risaliva alla guerra fredda (ma per certi versi anche a prima): la riunificazione delle correnti del riformismo italiano che si erano disperse tanto nel partito democristiano, quanto nella tradizione del progressismo laico, quanto in quella del socialismo e comunismo. Doveva essere chiaro che, se ci si consente di parafrasare uno celebre espressione di Kautsky sulla SPD di inizio Novecento, doveva trattarsi di un partito rivoluzionario, non di un partito che fa rivoluzioni.

Di questa frattura che si può esprimere in maniera meno criptica nella alternativa fra il costruire riforme (con il gradualismo e la pazienza necessarie) e il promuovere agitazioni protestatarie non si è parlato, con la tipica ipocrisia per cui i sostenitori di ciascuna delle due fazioni sosteneva di poter stare insieme all’altra. Non è ovviamente così, ma siccome viviamo in una società per cui vale il principio che è la somma a fare il totale, si deve cercare di tenere insieme tutto nell’ottica della raccolta del consenso elettorale, mentre sarebbe essenziale andare a fondo sulla incompatibilità fra i due approcci.

Ovviamente va riconosciuto che il movimentismo protestatario è esistito in tutti e tre i filoni dalla cui unione prendeva le mosse il PD, ma in tutti era stato tenuto ai margini non consentendogli di prendere alcuna leadership, mentre in tutti c’era stato un processo di delegittimazione delle sue prospettive. Questo oggi è totalmente mancato, soprattutto perché per la prima volta quel movimentismo senza sostanza si è organizzato fuori e in contrapposizione con quei filoni nel movimento Cinque Stelle che tenta di imporsi dall’esterno come la forza motrice di una presunta nuova sinistra.

Qui veniamo alla seconda questione su cui non si è voluta fare alcuna riflessione: la concessione dell’egemonia culturale al movimentismo accettando che a spiegare la crisi di consensi elettorali (e di quelli testimoniati dai sondaggi, fonti che andrebbero usate con maggiore cautela) fosse una presunta perdita di identità movimentista e non la debolezza, anzi quasi la mancanza di una credibile progettazione politica riformatrice. Lo testimonia sia la presenza nel gruppo dei saggi che dovevano stendere il nuovo manifesto di personalità prese dal sistema dei talk show, sia la candidatura a segretaria di Elly Schlein, cioè di una persona che non ha alcun radicamento in nessuna delle tre componenti storiche da cui prese origine il PD e che infatti non usa nella sua comunicazione alcun linguaggio riferibile ad esse, bensì uno intriso del generico rinvio agli slogan in voga nel movimentismo pseudo intellettuale.

Del mondo storico da cui aveva cercato di trarre origine il PD è rimasta solo la tradizione delle “correnti”, che sono qualcosa di ben diverso da raggruppamenti che animano lo scambio su determinate idee. Sono, e basta conoscere la storia della DC, del PSI, ma anche del PCI, raggruppamenti organizzati per la lotta interna in vista del controllo dei vertici politici ai vari livelli, nonché della distribuzione delle “spoglie” di cui la politica dispone nei diversi contesti (da quelli nazionali, giù giù fino a quelli comunali). Questa realtà era già presente all’origine del PD. Chi scrive è stato membro della assemblea fondativa del PD alla Fiera di Milano e ha potuto vedere direttamente come tutto era già stato organizzato come uno show con la regia delle correnti (nazionali e in piccola parte locali). Non aver preso allora di petto il problema ha gettato il nuovo partito in quel gorgo di instabilità perenne e di debolezza nella definizione della propria fisionomia che è sotto gli occhi di tutti.

Paradossalmente l’aver oggi concentrato tutto sul tema di individuare un nuovo segretario per il partito ha affossato la possibilità di un confronto di posizioni netto. Da un lato l’incognita di una partecipazione di soggetti indifferenziati allo show delle primarie che non si sa se sarà tale da giustificare la vitalità del sistema, dall’altro la necessità di determinare la coppia da sottoporre a ballottaggio attraverso una votazione degli “iscritti”, allargata non si capisce bene perché a chi correva a farlo solo in vista di pesare nella lotta per la segreteria (cosa aborrita quando i partiti erano cose serie), hanno imposto la rincorsa ad una comunicazione pubblica che fosse al tempo stesso vagamente ecumenica e contenente messaggi subliminali che facevano appello ai pregiudizi dei votanti.

Tutto questo mentre l’eterno mantra della barriera da erigere contro la destra, sempre fascista si capisce, sembra fare poca presa all’esterno dei fan club delle diverse tribù in campo e dunque ci si deve affidare al sostegno di fiancheggiatori di varia specie e natura, preferibilmente controllori dei canali giornalistici e televisivi (la cui presa sul largo pubblico è tutta da dimostrare).

Il declino di un partito di sinistra che si sta perdendo in una palude piena di sabbie mobili non è un bel vedere e preoccupa chiunque sia consapevole della necessaria presenza di una seria componente di questo tipo per l’equilibrio del sistema, ma non ci sarà via d’uscita se non viene affrontata con radicalità la scelta fra il riformismo creativo e il movimentismo agitatorio (con la conseguente rimodulazione dei gruppi dirigenti).