Ultimo Aggiornamento:
16 gennaio 2021
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L'ultimo piano della Torre di Babele

Francesco Provinciali * - 23.12.2020
La Torre di Babele

Pur sapendo che nel resto d’Europa (per non andar lontano) le cose non vanno meglio, il Decreto Legge illustrato brevemente dal Presidente Conte ha le sembianze dell’ultimo piano della Torre di Babele: nel duplice, possibile significato etimologico: bab-el (porta di Dio) e balal (confusione).

L’iconografia rappresenta l’ambizione del re Nimrod di alzare la costruzione fino al cielo ma anche la punizione che Dio gli inflisse per tanta superbia, quella di far parlare le persone con lingue diverse: di qui la seconda allegoria della ‘Babilonia’, usata nel gergo comune come incomprensione che genera il caos.

Il ritardo con cui è stato presentato in tarda sera alla stampa fa capire che dietro le quinte del consiglio dei Ministri sono volati gli stracci e l’accordo raggiunto ha le sembianze di una sintesi non condivisa.

Senza contare il fatto che se non ricordo male un D.L. sta gerarchicamente sopra un DPCM ma deve prima o poi essere convertito in legge, un passaggio obbligato che potrebbe voler dire pollice verso e crisi di governo. Il provvedimento in questione supera tutti i precedenti per forza normativa e complessità di costrutto: è vera la massima di Plinio attribuita ad Apelle “nullo dies sine linea” (che estensivamente possiamo assumere come “nessun giorno senza una linea, una traccia, un segno”) ma mi pare francamente che la calendarizzazione dei giorni delle festività natalizie, tratteggiata per aree e colori, così minuziosa, dettagliata, parcellizzata nelle azioni di vita quotidiana, sia molto ambiziosa ma difficile da realizzare.

I nostri politici hanno una visione superficiale ed eterodiretta delle cose: sono stati smentiti da movida, assembramenti e cazzeggi liberi. Come al solito si ipotizza una casistica cui non corrispondono quasi mai le possibili azioni di controllo, si vuole prevedere tutto sfiorando il paradosso (es. gli spostamenti, il punto forse più controverso) ma si finisce per mandare in tilt appartati e istituzioni che faticano a reggere l’ordinaria amministrazione, figuriamoci lo stato di emergenza (dura sempre fino al 31 gennaio 2021?) oltre a generare confusione e paura nella testa della gente. L’eccesso di zelo, si sa, può essere persino più pernicioso dell’omessa previsione. L’alternanza di colori in un lasso temporale di 15 gg è la solita soluzione all’italiana: accontentare tutti senza scontentare nessuno ma sortisce effetti ansiogeni persino intollerabili.

Un giorno se metti il naso fuori dal portone puoi essere multato, un altro puoi fare sport individuale, un altro ancora puoi uscire dal Comune solo se ha meno di 5000 abitanti e nel raggio di 30 km ma non nei centri urbani,  ritorna l’asporto, i bar e i negozi aprono e chiudono come fisarmoniche, l’autocertificazione

(il massimo della bufala in fatto di protezione) è soggetta al vaglio discrezionale di chi ti ferma.

Ci sono situazioni gravi che non sono tutelate: un parente malato, un anziano solo, magari all’estero e qui si finisce come in tempo di guerra: altro che U.E. , ogni Paese legifera per sé. Si vuole prevedere tutto ma restano “crateri” incolmabili in situazioni oggettivamente singolari, affidate solo al buon senso di cui si è persa ogni traccia. Mai stati abbandonati come oggi: i corpi sociali intermedi si sono totalmente dissolti.

Parte il cash-back ma non puoi uscire a far la spesa se non in giorni prestabiliti: strade vuote e negozi chiusi che si alterneranno ad assembramenti, resse e code per gli approvvigionamenti. Coprifuoco dalle 5 alle 22 anche nella notte di Capodanno ma nessun cenno al divieto di sparare petardi. Pranzo di Natale con due invitati, uscire coi figli piccoli al seguito delle prescrizioni che riguardano i genitori (ma se si lasciassero a casa potrebbe scattare il reato di abbandono di minori): mi aspetto le proteste degli animalisti, visto che non si fa cenno a cani e gatti, che la Cassazione ha equiparato ai componenti di una famiglia.

Bisogna imparare a memoria l’organigramma delle uscite, i daltonici avranno qualche difficoltà se il parametro sono i colori dei giorni. Potevamo aspettarci meglio? Non credo, viste le premesse.

Le scuole sono state chiuse per mesi e l’anno scolastico precedente si è concluso con esami burletta, qualche istituto ha attivato la DAD ma al sud una famiglia su tre non dispone di un tablet o di un pc. Il nuovo anno è ripartito senza fare i conti con il problema trasporti: rese asettiche le aule, mascherine dalla primaria in su, metro alla mano per misurare i distanziamenti. Nessuno ha pensato al “fuori”: i capannelli di alunni, le famiglie con i contagiati in casa, gli autobus affollati che vanificano le aule trasformate in ambulatori. A settembre si è ripartiti con l’educazione civica ma senza pulmini ad hoc. Ora il governo ha passato al setaccio 15 gg di vacanze natalizie ma che ne sarà il 7 gennaio degli istituti scolastici? Riapriranno o le lezioni saranno rinviate con DPCM nella calza della Befana? Nella sanità è andata peggio: medici e infermieri stremati nei reparti Covid e migliaia di neo laureati in attesa di assunzione. Partiranno i vaccini ma qualcuno ha ipotizzato un monitoraggio troppo breve e un campione troppo ristretto nella fase sperimentale: chi garantirà i pazienti, le case farmaceutiche o i singoli Stati?  Senza contare che nessuno ha ascoltato chi ha messo in guardia dalle mutazioni genetiche del virus, il vulnus più preoccupante ma taciuto.

A gennaio 2020 era stato dichiarato lo stato di emergenza ma nessuno aveva mai verificato che ci fosse un piano pandemico: tra i silenzi dell’OMS , i focolai dei virus mutanti e  le reticenze della Cina la storia dell’incipit dell’epidemia è tutta da riscrivere. L’ho ripetuto più volte: ad aprile 2019 Cina e Italia avevano siglato un protocollo d’intesa sui controlli delle possibili esportazioni pandemiche: qualcuno l’ha tirato fuori dal cassetto? Non risulta. Nel frattempo siamo andati avanti con la politica dei bonus e del reddito di cittadinanza senza controlli.  Che ne è dei navigator? Monopattini, biciclette, docenti, neo-maggiorenni, vacanze: sempre in modo empirico, senza una programmazione, una visione, una lungimiranza. I rimborsi per le chiusure forzate sono arrivati col contagocce, così con i nuovi “ristori”: il lessico del politichese non ha limiti ma non arriva mai a colmare il gap con il paese reale e i suoi problemi: affitti, bollette, mangiare , lavorare, sopravvivere. L’Istat quantifica 1,8 milioni di famiglie – pari a 5 milioni di persone – in condizioni di povertà assoluta, ma la stima è destinata a subire un effetto moltiplicatore legato ai licenziamenti in vista, alle scadenze della CIG mentre sono in arrivo da gennaio milioni di cartelle esattoriali.

Negli USA, in Germania e nei Paesi civili lo Stato ha bonificato aiuti tangibili direttamente sui conti correnti, noi non riusciamo a scrollarci di dosso la burocrazia asfissiante dei moduli e degli apparati.

Procrastinamento e rinvio sono parametri inaffidabili e inaccettabili: si attende un segnale dal Colle.

Nel frattempo – tagliati i parlamentari- politica e istituzioni hanno deliberato aumenti per l’alta dirigenza.

Sono mesi che si parla di Recovery Fund: lo step compiuto è stato solo lessicale, ora si discetta di Recovery plan.  Ma senza un piano, appunto. Dei 209 miliardi messi a disposizione neanche un euro è entrato in Italia: l’UE vuole garanzie ma mentre ad es. la Francia ha predisposto un progetto particolareggiato di impiego settore per settore, noi vagoliamo ancora nel limbo dell’indeterminato. “Stiamo lavorando”, “stiamo valutando”, “stiamo progettando”: a quando un progetto messo nero su bianco? Il MES è stato osteggiato oltre ogni ragionevole dubbio: eppure ci servono quei 37 miliardi per rimettere in sesto la Sanità.

Il conflitto Stato-Regioni paralizza e rende effimera ogni decisione, nulla è certo, arriva l’ordine e poi il contrordine. I Governatori non sono definiti tali nella Costituzione: sono presidenti di Giunte regionali che con queste ambizioni di comando sono diventate moltiplicatori di conflitti.

Vanno di moda nel frattempo i tecnici e gli esperti: escono dai governi e rientrano nelle task force: ma quanto costano al Paese? Quali risultati producono? Non basta la biblioteca monografica a puntate dei DPCM cangianti? Perché la politica non si assume le proprie responsabilità? Non servirebbero dei Ministri acculturati, informati e competenti per reggere la partita delle decisioni amministrative e di guida del Paese? Perché paghiamo consulenti esterni che non possono costituzionalmente sostituire il potere esecutivo? “Potenza di fuoco”, “disponibilità finanziarie mai viste”: tutte parole dette con enfasi che sono rimaste “flatus vocis”. Non vediamo cambiamenti, non intuiamo strategie: il virus è malefico ma se si somma ai mali endemici del nostro Paese che ISTAT e CENSIS  continuano a rilevare ed evidenziare, non assisteremo mai a quello “scatto”, a quel cambio di rotta che sarebbe indispensabile, come recentemente evidenziato dall’ex Presidente della BCE Mario Draghi in una intervista concessa a Federico Fubini sul Corriere della Sera.

Ricordo che quando chiesi al Presidente Andreotti se l’aforisma “il potere logora chi non ce l’ha” l’avesse mutuato da Talleyrand , lui mi rispose che l’aveva imparato dai contadini di Cassino, la zona più disastrata dai bombardamenti.

Ora quell’aforisma ha ribaltato il suo senso e penso che presto qualcuno – più facilmente qualche politico scaltrito e diretto- faccia capire a Conte che, “mutatis mutandis”, il potere logora anche chi lo detiene.

 

 

 

 

* Già dirigente ispettivo MIUR