Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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Leggi elettorali e "second best"

Luca Tentoni - 14.01.2017
Hervé Le Bras - Le nouvel ordre électoral

In un recente saggio ("Le nouvel ordre électoral" - ed. Seuil) Hervé Le Bras ci spiega che il tripartitismo francese si è ormai affermato, ma aggiunge che le dinamiche elettorali tendono a premiare maggiormente, laddove si arriva a ballottaggi a due, la destra rispetto alla sinistra e a scapito (pressochè sempre) del FN di Marine Le Pen. Anche se il demografo francese si spinge ad ipotizzare un esito più agevole per l'eventuale sfidante della leader di estrema destra (con una vittoria più ampia se il "competitor" fosse di destra, rispetto ad uno sfidante di sinistra), lo studio mette in chiaro come, in un sistema dove ci sono tre blocchi disposti su un asse ben delineato (in questo caso: sinistra-destra) il soggetto politico che è idealmente in mezzo agli altri due (quindi centrale sul continuum, non necessariamente centrista) è favorito, perchè raccoglie i voti di chi - a sinistra e nel FN - lo considera come il male minore. Esaminando le elezioni del 2012, 2014 e le due tornate amministrative del 2015, Le Bras afferma che "grazie alla sua posizione centrale, la destra ottiene un numero di seggi ben superiore a quello che potrebbe ottenere in rapporto ai voti del primo turno" e aggiunge che "un Fronte Nazionale al 25 o 30% sembra annunciare un lungo periodo di dominio della destra", sia alle prossime presidenziali, sia - a maggior ragione - alle elezioni per l'Assemblea Nazionale (l'equivalente della nostra Camera dei deputati). Sebbene la scelta della destra (rappresentata da Fillon, oggi) sia considerata preferibile un po' più massicciamente dai socialisti (in funzione di "fronte repubblicano" contro i lepenisti) che dai sostenitori del FN (con un 40% degli elettori, però, che opta per l'astensione), l'eventuale presenza di sinistra ed estrema destra in un ballottaggio a due non favorisce la prima in modo marcato (50% dei voti gollisti andrebbero alla gauche, 30% al FN, 20% verso l'astensione). Nel caso di ballottaggi tripolari (possibili per l'Assemblea Nazionale, ma non per le Presidenziali, dove i candidati al secondo turno sono solo due) la destra mantiene comunque – attenuato - un certo vantaggio competitivo. Si tratta, naturalmente, di un'analisi che può essere smentita fra pochi mesi, anche se ci sembra fondata su basi argomentative alquanto solide. Lo studio di Le Bras è dunque utile per comprendere certe dinamiche del voto francese, ma offre lo spunto per una riflessione sull'Italia. Anche da noi si è affermato un sistema che con qualche approssimazione possiamo ancora definire tripolare: abbiamo il Pd, l'area di centrodestra (composta dai moderati di FI e centristi e dalla destra di Lega e FdI) e il Movimento 5 Stelle. Mentre in Francia l'ordine di preferenza di sinistra ed estrema destra mette al secondo posto la destra, in Italia - come dimostrano gli esiti delle elezioni amministrative degli ultimi anni - se c'è un ballottaggio la seconda scelta prevalente nel centrodestra è il M5S (un po' meno nella sinistra, ma non molto meno). Da noi, dunque, non c'è un continuum sinistra-destra, ma una dimensione molto diversa, perchè il Movimento “grillino” non è di centro (non lo è neanche il polo gollista in Francia, del resto) e non è neppure centrale sul piano delle posizioni politiche (sull'euro e sull'UE è più vicino alla Lega, mentre FI è più prossima al Pd). Tuttavia, essendo in parte non trascurabile un "voto contro", quello ai Cinquestelle è dal 2012-2013 il voto alternativo all’astensione per gli elettori delusi dalla sinistra che non vogliono votare Berlusconi e per quelli delusi dalla destra che non vogliono votare Renzi. Da noi, dunque, la competizione si svolge su un livello non tradizionale e - si potrebbe aggiungere, forzando un po' - neanche tanto ideologico (il M5S ha posizioni politiche talvolta non identificabili con le famiglie partitiche tradizionali, come si è visto quando il movimento di Grillo ha cercato di entrare nel gruppo dell'Alde all'Europarlamento, dopo aver fatto - si dice - un tentativo con i Verdi europei). I Cinquestelle non sono assimilabili alla destra estrema del FN così come non possono essere associati a movimenti come Podemos o Syriza (anch'essi diversi fra loro, ma almeno chiaramente schierati a sinistra), nè ai Verdi (sebbene sui temi ambientali ci siano convergenze) e neppure alla Lega (con la quale ci sono consonanze sull'euro ma non sulla collocazione all'estrema destra). In Francia, le "uscite di sicurezza" - al secondo turno - sono l'astensione o il voto al partito più prossimo (pur sempre in funzione contraria all'avversario più temuto, non certo come adesione alle idee del second best). In Italia la dinamica è diversa: per circa 20 anni i due poli principali hanno costruito un muro che li ha divisi e che i rispettivi elettorati non oltrepassavano, se non per “interscambi” del tutto marginali. Quando i "ghiacciai" del centrosinistra (dal 2008 al 2013) e del centrodestra (dal 2012-2013 al 2015) si sono "sciolti", i voti dei delusi non hanno travolto la diga divisoria ma si sono incanalati in un terzo luogo: il M5S. Ma anche i consensi di chi è rimasto nei blocchi tradizionali segue la stessa scia: se il proprio candidato è escluso dal ballottaggio, chi va a votare, di solito, premia il M5S anzichè il rappresentante del vecchio polo "nemico". Abbiamo, dunque, che il voto di protesta e il voto al "meno peggio" (in libera uscita, al secondo turno) vanno nella stessa direzione. Ecco perchè un sistema maggioritario chiuso a due, in Italia, finirebbe verosimilmente per avvantaggiare i Cinquestelle esattamente come in Francia favorisce la destra. Da noi, tuttavia, i flussi elettorali sono molto più complessi: il centrodestra nostrano è estremamente plurale, tanto che per un elettore di Lega o FdI non è così faticoso votare al secondo turno per un esponente del M5S, mentre per un berlusconiano lo è molto di più. Inoltre, se in Francia ad essere più "generosa" verso il "partito di mezzo" è la sinistra, in Italia è la destra. Il Pd, infatti, ha progressivamente accentuato la conflittualità con i Cinquestelle (che per Renzi sono il vero avversario da battere): ciò può aver chiuso molte porte alla "libera uscita" verso il M5S, il quale ora può invece continuare a pescare a destra (o nella sinistra radicale). La nostra dinamica elettorale, inoltre, non è quella del rassemblement repubblicano, cioè non tende ad escludere il partito "antisistema" (il FN da loro, il M5S da noi). Ciò accade perchè una parte del centrodestra è essa stessa "antisistema" (l'estrema destra lepenista di Salvini e Meloni). Inoltre, in Francia le alleanze tendono a costituirsi fra forze ideologicamente vicine, mentre in Italia la componente centrista dell'ex CDL è forse più vicina al Pd di Renzi che alla Lega di Salvini: il centrodestra italiano, infatti, può nascere - se nascerà - solo come cartello elettorale in caso il sistema di voto lo renda necessario, ma non come alleanza politica con una comune e solida base programmatica. La lezione che possiamo trarne è che ogni sistema politico ha le sue peculiarità, anche se appare simile ad un altro: tripartitici o tripolari il nostro e quello francese, entrambi premiano il "partito di mezzo", ma i piani della competizione sono diversi. Applicando lo stesso meccanismo elettorale, dunque, in Francia si ha una maggioranza omogenea di un partito "repubblicano", ma da noi no (ammesso che da noi si possa avere una qualche maggioranza persino col doppio turno chiuso, in presenza di roccaforti "rosse" o leghiste o ancora, più recentemente, dello stesso M5S; se ci fosse una maggioranza nei collegi col doppio turno, eventualmente, sarebbe quasi sicuramente dei Cinquestelle, cioè di una forza che - come si diceva - è antisistema). In realtà come la Francia o la Gran Bretagna il partito antisistema non è mai "centrale" con riguardo alle seconde preferenze degli elettori: per questo - con un sistema a turno unico come quello britannico o a due come quello francese - il maggioritario sottorappresenta fortemente i partiti come l'Ukip o il FN, mentre la proporzionale attribuirebbe loro un peso parlamentare molto maggiore rispetto ad oggi. In Italia, al contrario, la proporzionale potrebbe penalizzare i Cinquestelle. Segno che ogni sistema ha le sue caratteristiche e che, nonostante i punti in comune, una "ricetta" elettorale o istituzionale non può produrre ovunque gli stessi risultati.